Letteratura
Decalogo
Premessa e conclusione del poemetto “Decalogo. Omaggio a Krzysztof Kieślowski”
I dieci episodi che compongono la serie televisiva del Decalogo di Krzysztof Kieślowski sono stati girati in Polonia tra il 1988 e il 1989. Li ho visti per la prima volta una quindicina di anni dopo, e riguardati spesso in periodi successivi, meditandoli e avvicinandomi criticamente al loro intenso e mai banale simbolismo attraverso l’interpretazione dei numerosi studiosi che se ne sono occupati. Mesi fa mi è nato il desiderio di dedicare alcune poesie a questi film, che tanto mi hanno coinvolto emotivamente, e l’ispirazione iniziale si è nel tempo espansa e razionalizzata in una costruzione più composita e studiata, che via via ha preso forma e slancio autonomamente. Non sono moltissimi i film che hanno segnato la mia sensibilità e crescita intellettuale, dalla giovinezza all’attuale età anziana, e appartengono ai generi più diversi. Quindi perché, da non credente, ho sentito l’esigenza di raccontarmi attraverso le sensazioni provocatemi da una ricerca cinematografica di indubbio significato spirituale? E perché farlo attraverso una rilettura dei Dieci Comandamenti, con l’approfondimento di testi tratti dall’Antico Testamento? La motivazione penso risieda nel fatto che Kieślowski – nella sua irreligiosa religiosità, nel suo interrogante ateismo – ha saputo indagare nel profondo, e senza inabissarsi in tortuose analisi psicanalitiche o in astrattezze filosofiche, le questioni cruciali dell’esistenza umana: vita e morte, gioia e dolore, colpa e perdono, amore e odio, verità e menzogna. Muovendosi all’interno di una comunità ristretta (il condominio Stowski nella periferia di Varsavia, microcosmo di avvenimenti drammatici e spesso indecifrabili), in un periodo storico segnato dalla brutale cecità del potere militare, il regista ha documentato dieci storie intersecantesi tra loro, ciascuna delle quali rimanda allusivamente a uno dei comandamenti che Dio ha affidato a Mosè sul Sinai. Il riferimento teologico non è sempre esplicito, e a me è sembrato opportuno richiamarlo inserendo in ogni capitolo della silloge una strofa riportante versetti dell’Esodo o dei Salmi, perché le Tavole della Legge, per millenni, hanno indicato a miliardi di persone una condotta da seguire per non allontanarsi dall’insegnamento divino. Invece, i personaggi di Kieślowski infrangono tutti una o più promesse fatte a Dio, alla comunità in cui sono inseriti, alla famiglia, a un amore o alla propria coscienza. Le loro azioni vengono osservate e registrate senza commenti di biasimo, e talvolta su di loro si solleva uno sguardo indulgente e comprensivo, un senso di pietà, come se, infine, qualsiasi delitto potesse essere assolto. Esemplare a questo proposito è la figura del testimone muto, un personaggio che attraversa quasi tutti gli episodi senza esprimere emozioni, sul cui ruolo la critica si è a lungo interrogata: forse l’uomo silenzioso raffigura lo stesso regista, o noi spettatori, oppure una presenza ultraterrena. La sua funzione nella serie rimane, comunque, un enigma irrisolto. Le domande che ci poniamo come pubblico sono inquietanti, e ho tentato di metterle in rilievo nei miei versi. Il ragazzo assassino, che uccide la sua vittima senza una ragione, merita davvero la condanna per impiccagione – nella più dura dichiarazione cinematografica esistente contro la pena di morte? La donna che tradisce il marito ha diritto di tacergli la verità sul figlio che aspetta? Il giovane innamorato che spia la vicina di casa ne ricava un’umiliazione eccessiva o adeguata? E il padre ateo che perde in un incidente il suo unico bambino trarrà consolazione dalla propria fredda razionalità? Questi assillanti interrogativi non troveranno certo risposte nei miei versi, ma forse una flebile eco di umana e solidale corrispondenza, e di gratitudine verso chi li ha proposti alla riflessione, mia e di tutti.
RIFLESSO
La sua esistenza assente, la sua silenziosa sapienza non è di conforto a nessuno. / Sfiora l’aria senza occuparla, / leggero nei passi e nei gesti, incerto e sicuro. / Cammina lentamente oppure sta seduto a testa china. / A volte in bicicletta. A volte in barca. / Chi gli passa vicino nemmeno si accorge della sua immodificabile tristezza. / Dimesso marginale, noncurante del mondo: così appare a pochi distratti. / Riflesso di un pensiero irraggiungibile, abissale. / Inadatto alla vita di chi vive, non parla non ride. / Vede senza vedere, assiste senza aderire, straniato straniero. / Indifferente a qualsiasi certezza gloriosa esibita. / Un angelo fallito o involontario demone. Comunque inconoscibile. / Ombra dei nostri piedi, li segue, inclemente memoria. / Ci difende? Ci accusa? Non fa domande, non dà risposte. / Noi guardiamo, capiamo poco, amiamo poco, ce ne andiamo. / Lui resta enigma, zitto, specchio della storia di ciascuno.
In Alida Airaghi, Decalogo. Omaggio a Krzysztof Kieślowski
Ignazio Pappalardo Editore, Roma 2026. Pagine 60

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