Letteratura
Donne in poesia dall’Iran
Le edizioni AnimaMundi pubblicano un’antologia di poete iraniane attive nell’ultimo secolo, sia letterariamente sia politicamente.
Opera meritoria, questa antologia che le edizioni pugliesi AnimaMundi dedicano alle voci di poete iraniane letterariamente attive a partire dall’inizio del Novecento fino a oggi.
Dovrò prepararmi a fiorire è la prima rassegna italiana di versi di donne composti in un paese che per secoli ha affidato alla poesia l’espressione della propria spiritualità, radicata in una tradizione storica prestigiosa. Attraverso i testi di sei autrici persiane (Forugh Farrokhzad, Bita Malakuti, Leila Kordbacheh, Parvin Salajeghe, Fereshteh Sari e Granaz Moussavi), viene offerto al nostro pubblico una panoramica della produzione poetica femminile dell’ultimo secolo, ben nota in patria per l’originalità dei temi trattati e l’incisività dello stile, e che tanto più oggi, nella sofferenza delle giornate tragiche vissute dalla popolazione, chiede attenzione e solidarietà per il messaggio universale che veicola: di coraggio, passione, bellezza e indipendenza. Come giustamente afferma nella sua appassionata introduzione la curatrice Faezeh Mardani – docente all’università di Bologna –, l’olimpo della tradizione classica persiana ha conosciuto quasi esclusivamente nomi maschili (Rumi, Hāfez, Khayyām i più famosi). Rare, frammentarie e poco attendibili sono le testimonianze storiche della versificazione femminile prima di metà ’800. Solo poeti uomini erano ritenuti degni di interpretare desideri e aspirazioni morali e religiose, di raccontare in versi i miti e la storia nazionale, o di abbandonarsi a un lirismo di impianto erotico e sentimentale. All’alba del Novecento, la nascita di una monarchia costituzionale segnò l’avvio di un lento processo di democratizzazione, con la conseguente crescita di un movimento di emancipazione che vide il secondo sesso uscire dai ruoli stabiliti di sudditanza domestica, in linea con i primi cambiamenti politici e culturali che andavano affermandosi nel paese. Si sviluppò in quell’epoca una inedita stagione letteraria libera da discriminazioni di genere. La figura più rappresentativa di questa corrente ideologica fu quella di Tāhereh (1817-1852), poetessa condannata e uccisa perché seguace del movimento religioso Babi-Bahá’í che promuoveva la conversione individuale e collettiva per il raggiungimento di una maggiore giustizia sociale. Tāhereh fu la prima donna capace di sfidare il potere politico e religioso dominante, sia con le sue coraggiose denunce contro la corruzione, sia nel vibrante epistolario ricco di inedite argomentazioni teologiche, e soprattutto attraverso plateali gesti di ribellione, come quello di togliersi il velo in un raduno pubblico. Dopo di lei furono soprattutto figure appartenenti all’aristocrazia a tentare timidamente di esprimere i propri sentimenti con la scrittura in versi, rimanendo però nel solco della collaudata tradizione classica di atmosfera religiosa o di descrizioni paesaggistiche. Con l’affermazione della dinastia Pahlavi (1925-1979), che incoraggiava nuove modalità espressive fruibili anche dalle donne, furono più numerose le poete in grado di esibire una maggiore autonomia culturale. Nel 1934 la poetessa Parvin E‘tesāmi (1907-1941), studiosa di lettere classiche, pubblicò un Canzoniere, osando formule di versificazione innovative e toccando tematiche di attualità, caldeggianti maggiore equità sociale e sindacale in un linguaggio didascalico e facilmente comunicativo, sebbene privo di partecipazione emotiva e scarsamente attento alle aspettative del mondo femminile.
Negli anni Cinquanta, fu la prima delle autrici antologizzate in “Dovrò prepararmi a fiorire” ad affrontare un percorso sia esistenziale che letterario davvero innovativo. Forugh Farrokhzād, nata nel 1934, pubblicò appena ventenne la sua prima raccolta di poesie, Prigioniera, densa di motivi audacemente erotici ritenuti spesso provocatori, che contribuirono a etichettare la giovane scrittrice come “poetessa del peccato”: “…vorrei, nei suoi baci infuocati, / cercare la torrida brama del piacere…” Anche nelle due successive pubblicazioni del 56 e del 58, i temi da lei affrontati rimasero focalizzati sulla fisicità del corpo e sul diritto delle donne a una sessualità più libera, e solo nell’ultima raccolta del 1964, Un’altra nascita, si aprirono a una maturazione formale e contenutistica meno centrata sull’io e più partecipe della complessità sociale e ideologica del mondo moderno, oltrepassando i confini nazionali nel confronto con gli esiti letterari occidentali. Ma la sua coraggiosa militanza letteraria e femminista le aveva procurato pubblicamente emarginazione e condanna, accentuando in lei sentimenti di angoscia e solitudine interiore, ma senza domarne il coraggio, come si evidenzia in questa poesia (È solo la voce che resta): “… Nel paese dei nani / il criterio del giudizio / viaggia sempre sull’asse dello zero. / Perché mi dovrei fermare? / Io obbedisco ai quattro elementi / e lo statuto del mio cuore / non può essere redatto / dai ciechi del governo locale”.
La morte precoce nel 1934 in un incidente d’auto, consacrò Forugh Farrokhzād alla fama, alla considerazione critica e all’affetto della cultura iraniana più progredita, aprendo le porte a una diffusione più partecipata della poesia femminile. Molte furono le sue seguaci, in un costante confronto con la sua brillante eredità, riconosciuta a livello internazionale ed editorialmente redditizia. Alcune poete tentarono strade di sperimentazione linguistica, rifacendosi a esempi soprattutto europei; altre scelsero di proseguire nello scavo intimistico, alla ricerca di un lirismo tuttavia alquanto scontato; altre ancora optarono per un ritorno al neoclassicismo con l’impiego di una metrica rigorosamente tradizionale, come Simin Behbahāni (1927-2014) che riportò in auge la formula del ghazal, simile al nostro sonetto.
Con l’avvento della Rivoluzione iraniana del 1979 e la nascita di una Repubblica islamica, seguita da un’epurazione culturale e dalla sanguinosa guerra con l’Iraq (1980-1988), la situazione femminile in Iran tornò a farsi problematica, e comportò un arresto nella produzione poetica delle donne, spesso controllata dal potere o sottoposta a freni autocensori delle stesse autrici. Ma a partire dagli anni Duemila, anche grazie alla diffusione dei social network e all’apertura di nuove modalità di comunicazione con l’estero, la scrittura in versi femminile ha trovato nuovo slancio, popolarità e ascolto, e l’antologia pubblicata da AnimaMundi ne offre testimonianza presentando composizioni di Parvin Salājeghe, Leila Kordbacheh, Bitā Malakuti, Fereshteh Sāri e Grānāz Moussavi (accompagnate dagli intensi ritratti della autrici e da approfondite note biobibliografiche)), capaci di coniugare temi sentimentali, rivendicazioni politiche, spunti filosofici rielaborati sintatticamente e lessicalmente, alla ricerca di una sempre maggiore comunicazione con il pubblico. Proprio i versi minimalisti, teneri e programmaticamente fiduciosi di Parvin Salājeghe (Domani) danno il titolo al volume qui presentato: “E così domani / appena inizierà a piovere / dovrò prepararmi a fiorire”.
AAVV, DOVRÒ PREPARARMI A FIORIRE. POETESSE IRANIANE DAL NOVECENTO A OGGI
ANIMAMUNDI EDIZIONI – OTRANTO 2025. Pagine 192
A cura di Faezeh Mardani.
Traduzione e note biobibliografiche di Faezeh Mardani e Francesco Occhetto.

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