Letteratura
Due romanzi specchio: memorie intrecciate tra Israele e Palestina
Due romanzi nati da memorie opposte, palestinese e israeliana, raccontano la stessa terra divisa.
Non si comprendono appieno se letti separati. Solo accostandoli emerge la complessità del conflitto e la verità profonda di un dolore condiviso
Vi sono libri che, pur nascendo da una vicenda particolare, finiscono per assumere il respiro di una parabola universale. Ogni mattina a Jenin di Susan Abulhawa e Una storia di amore e di tenebra di Amos Oz appartengono a questa categoria rara: opere che, da prospettive opposte, restituiscono la memoria e l’identità di due popoli, intrecciando il dolore individuale con la tragedia collettiva.
Nel romanzo di Abulhawa, pubblicato nel 2006 e tradotto in Italia nel 2010, la saga di una famiglia palestinese attraversa la Nakba, l’esilio e la vita nei campi profughi. La sua scrittura, al tempo stesso lirica e impietosa, rende universale l’esperienza della perdita e trasforma il destino privato in testimonianza epica. È una narrazione che ridà voce a chi troppo a lungo è stato condannato al silenzio e che, attraverso la letteratura, innalza la memoria palestinese a dignità universale.
Il libro di Oz, uscito nel 2002, è invece il grande affresco autobiografico israeliano. In queste pagine la sua infanzia a Gerusalemme, l’ombra della Shoah incarnata nella figura dei genitori, la nascita di Israele, compongono un intreccio di intimità familiare e storia nazionale. Con uno stile denso, capace di far coesistere luce e abisso, Oz consegna al lettore la condizione ebraico-israeliana del Novecento in tutta la sua drammatica complessità.
Letti insieme, i due libri si rivelano come specchi contrapposti: Abulhawa racconta la ferita dell’esilio e dell’ingiustizia, Oz il travaglio e le contraddizioni della fondazione di uno Stato. Differenti per voce e per esperienza, condividono però la capacità di trasformare la memoria in letteratura e il dolore in racconto.
Due libri-mondo che non si escludono, ma si riflettono e si contraddicono. Da un lato, la tragedia palestinese della diaspora; dall’altro, il ricordo incancellabile della Shoah e il sogno, insieme fragile e assoluto, di un approdo sicuro. Mettere Ogni mattina a Jenin accanto a Una storia di amore e di tenebra significa accettare la sfida della complessità, riconoscendo che la sofferenza non ha mai un solo volto.
Disporli sul medesimo scaffale, reale o ideale, non è soltanto un gesto letterario: è un atto simbolico. È un invito a lasciarsi interrogare da due memorie divergenti che chiedono entrambe ascolto. E forse, proprio attraverso il linguaggio della letteratura, ci insegnano che la pace non nasce dall’oblio, ma dalla capacità di guardare l’altro nella sua intera e irriducibile umanità.
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