Letteratura

Falso allarme

5 Gennaio 2026
La mattina mi alzo sempre alla stessa ora, senza sveglia. Il corpo, dopo molti anni, è diventato come il vecchio orologio che ho ereditato da mio padre: affidabile, magari antiquato ma ancora funzionante. Mi vesto e controllo che portafogli, cellulare  e chiavi di casa siano al loro posto, Tutto è pronto per il mio rito quotidiano: l’acquisto di un quotidiano all’edicola sotto casa e il caffè alla Fondamenta delle Zattere.
Esco di casa e l’aria è fresca. Cammino di buon passo.
A metà strada lo vedo.
All’inizio non lo riconosco subito. È più magro, piegato in avanti. Poi alza lo sguardo e mi fissa con un mezzo sorriso. È Carlo. Due, forse tre anni più di me. Un tempo facevamo le stesse passeggiate in giro per Venezia, ma più veloci e con meno pause. Ora è accompagnato da una donna che dev’essere sua nipote o sua figlia, non saprei.
Ci fermiamo. Ci stringiamo la mano con cautela, come se potesse rompersi qualcosa.
«Finalmente sono fuori dall’ospedale», dice lui, cercando di sembrare allegro.
«Era ora», rispondo.
Lo guardo mentre parla. Le frasi sono le stesse di sempre, il tono pure, ma c’è qualcosa che manca. L’indipendenza. Quella cosa invisibile che finché ce l’hai non ci fai caso, e quando sparisce diventa l’unica cosa che vedi. Carlo, lo capisco subito, non può fare un passo senza quel bastone e senza qualcuno accanto. Non è la malattia che mi colpisce, è la dipendenza.
Ci salutiamo presto. Non servono grandi discorsi. Lui deve tornare a casa, io proseguo verso il caffè.
Riprendo a camminare e penso: non mi importa quanto camperò, l’importante è essere indipendente fino alla fine. Una tegola in testa o un infarto… non importa, basta che la fine arrivi veloce. Il giorno prima faccio anche cinque o sei chilometri a piedi senza sforzo, come oggi, il giorno dopo non ci sono più.
Mi sembra un pensiero saggio, quasi confortante. Arrivo al caffè, ordino l’espresso e mi siedo. Apro il giornale, piego le pagine con cura. Dopo pochi minuti, però, sento una fitta alla parte sinistra del torace. Uno spasmo secco, improvviso.
Resto immobile. Ascolto il corpo, come si ascolta un motore che fa un rumore strano. Potrebbe essere una semplice fitta intercostale. O un principio di infarto. Il confine tra le due cose è sottile.
E penso: vabbè che auspicavo di andarmene così, ma mica volevo che accadesse subito!
Pago in fretta, lasciando una mancia generosa, nel dubbio. Esco dal caffè con passo un po’ meno brillante di prima. Ed è allora che lo vedo: il mio medico di base. Anche lui mio amico, per fortuna.
«Dottore, posso venire in ambulatorio da te?» gli dico, cercando di non sembrare drammatico.
L’ambulatorio è lì, a due passi dal caffè, per fortuna.
Lui mi guarda, capisce subito che non sto scherzando. Mi prende sotto braccio e mi trascina con sé senza fare domande.
Arrivati in ambulatorio, mi visita, mi fa respirare, mi tocca qua e là con aria concentrata.
Dopo qualche minuto sorride.
«Non c’è nessun problema», dice. «Hai solo preso un po’ di freddo. Tornatene a casa e stattene un po’ al calduccio».
Lo ringrazio come se mi avesse appena restituito dieci anni di vita. Esco dall’ambulatorio leggero e al tempo stesso  turbato dall’idea di aver pensato al peggio.
Cammino verso casa, questa volta più piano. Sorrido tra me e me, ripensando a Carlo, ai miei pensieri solenni, alle fantasie eroiche sulla fine perfetta. Che stupido. O forse no. Forse è solo il privilegio di chi, per ora, può ancora permettersi di fare ogni giorno qualche chilometro a piedi. Salvo poi spaventarsi magari per una semplice fitta.
Arrivato a casa, mi tolgo la giacca e mi preparo un tè caldo.
Mi siedo.
Sono ancora qui.
Indipendente, sicuramente un po’ paranoico, ma decisamente vivo.
E per oggi può bastare.
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