Letteratura

‘Il miglior libro del mondo’ di Manuel Vilas

Recensione del nuovo romanzo di Manuel Vilas

10 Aprile 2026

È sicuramente l’aspirazione massima di ogni scrittore quella racchiusa nel titolo dell’ultimo romanzo di Manuel Vilas: “Il miglior libro del mondo”. Anzi, memoir più che romanzo. Perché Vilas in questo suo ultimo lavoro si confessa. E racconta di come uno scrittore, lui medesimo, ormai sessantenne, a un certo punto sia costretto a fare un bilancio della propria carriera. È una cosa che capita a tutti, ognuno per la propria sfera di attività. Soltanto che la letteratura, come tante altre arti, ha una dimensione pubblica, e per chi scrive, così come per chi pratica un arte o uno sport, le necessità di fare un bilancio del cammino percorso diventa un momento di pura necessità. Dietro la routine quotidiana di ogni scrittore, svegliarsi, fare colazione e mettersi al lavoro per scrivere qualcosa, si celano un sacco di fragilità, contraddizioni, successi e fallimenti, speranze e delusioni, insieme ad ansie e rivalità inconfessabili.

Con una sapiente autoironia Manuel Vilas, in “Il miglior libro del mondo”, ci racconta, in stile sostanzialmente autobiografico, perché alla fine non riuscirà nel suo intento, quello di scrivere il miglior libro del mondo, quello di riuscire a consegnarsi ai posteri. Vilas infrange il velo di riservatezza e mistero che spesso circonda il lavoro di chi scrive, offrendo una riflessione unica e irriverente sulla solitudine creativa e sull’ambizione, sul dialogo con gli autori di riferimento – del presente e del passato – ma anche sui meccanismi dell’industria editoriale contemporanea. E trascina il lettore in un viaggio sincero, comico e malinconico, nel cuore dell’inquietudine di chi combatte ogni giorno contro il fantasma dell’invidia e il senso perenne di inadeguatezza, e che sarebbe disposto a fare qualsiasi cosa pur di essere apprezzato, riconosciuto e ricordato – insomma: per diventare immortale.

La tecnica utilizzata da Manuel Vilas è quella del flusso di coscienza. L’autore spagnolo in “Il miglior libro del mondo” sembra riprendere un’affermazione che troviamo in una sua opera precedente. Arriva per tutti il momento in cui «ogni uomo finisce per affrontare l’inconsistenza del suo passaggio nel mondo». È quanto afferma Vilas nel romanzo autobiografico “In tutto c’è stata bellezza”, libro del 2018, sempre edito da Guanda. E questa inconsistenza è ciò che lo blocca, ormai giunto alla soglia dei sessanta, rispetto al suo intento originario. Vilas fa un ritratto dello scrittore fuori da tutti gli stereotipi. Racconta di sé stesso mentre passa da una libreria importante per soffrire un po’. Per vedere come il suo ultimo romanzo vada perdendo visibilità rispetto al pubblico. Succede così agli scrittori, ma nessuno è disposto a raccontarla questa cosa. “Nessuno te lo confessa nemmeno sotto tortura”, a parte Manuel Vilas. Perché in fondo uno scrittore è la cosa più banale e scontata del mondo, “l’unica nostra dedizione è andare di libreria in libreria per vedere se è esposto il nostro ultimo romanzo”.

 

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