Letteratura
L’avventura di essere uomini
Due romanzi di Franco Palmieri raccontano quel che è accaduto in alcuni quartieri di Roma tra il dopoguerra e gli anni Sessanta, fino a Pasolini.
Franco Palmieri è un uomo speciale, che ha conosciuto e approfondito i mille sentieri dell’avventura umana. La sua profonda incursione nell’umano si è espressa nella scrittura letteraria e giornalistica; il suo esordito risale al 1964 con il romanzo Le Pecore Nere (premio Rapallo) quando già collaborava con Avanti!, poi con Il Popolo e Avvenire e Studi Cattolici. Autore di vari saggi, si è dedicato al teatro, ha lavorato con la Compagnia degli Scalpellini e come regista teatrale. Ha collaborato con la Fondazione Parada in Romania e ha pubblicato Lo spettacolo della Taranta. Di recente, una trilogia di romanzi, tra cui “L’altra parte di lei” (Ikonos, 2025) e “Pasolineide” (Tabula Fati, in corso di pubblicazione) raccontano la Roma del dopoguerra e poi degli anni Sessanta.
È uno scrittore che si può definire cosmopolita, caso affatto raro nel panorama italiano, all’interno del quale un esponente di tale fenomeno potrebbe essere rappresentato dal mitteleuropeo Magris; tuttavia, se si fa riferimento alle origini ebraiche di Palmieri, ecco che diventa più facile inquadrarne altri, come Edith Bruck, Ben Pastor, Giorgio Pressburger.
I romanzi si leggono con piacere, L’altra parte di lei analizza pensieri e sentimenti di Henry, un giovane ragazzo di origine ebreo-viennese che da New York giunge in un quartiere di Roma dove ancora brucia, sotto la cenere, il ricordo delle atrocità subite dalla gente sotto il fascismo. La domanda che il lettore avveduto si pone riguarda lo sgomento che si svela quando si avverte coscientemente la propria separatezza, con la conseguente esclusione dalla comunità, che non perdona tale atteggiamento, ritenendolo sfrontato, provocatorio, sfoggio di supponente superiorità. Se al centro del racconto è il popolo romano diviso in due dai fatti del recente passato, nel confronto tra un ragazzo ebreo e i suoi coetanei, l’autore si spinge ad affrontare la realtà per interrogarne, anzi per pretenderne la verità.
Nel testo, c’è tutta la libertà dell’età giovanile, quella che consiste nel poter commettere errori, poi emendabili, di fraintendere, di mostrarsi innocente o fragile, forte o audace, di fronte a un mondo che pian piano si svela, con tutte le sue contraddizioni e che contribuisce ad affinare non solo la razionalità ma anche a determinare la complessità interiore, delineando e modellando le vite. Si è uguali in un mondo che apriori ha già stabilito le sue regole, e che dunque va interrogato, approfondendone i segreti, le virtù, le magagne, le menzogne: perché a tutto c’è una spiegazione, anche se si basa su contraddizioni, su errori che si sono accumulati nel passato e che hanno contribuito a creare fratture e incongruenze spesso incomprensibili per chi le esamina per la prima volta.
Pasolineide appare come il tentativo di una ambiziosa ricostruzione storico-sociologica del Paese volta a proporre una interpretazione molto più veritiera o verosimile delle analisi limitate e a volte compromesse, nella loro visione, da pregiudizi di natura ideologica o di parte. L’epopea palmieriana si spinge a calcare i passi di una delle figure mitiche italiane del Novecento, Pasolini, osservandone il passaggio in uno dei luoghi iconici in cui egli viene rappresentato: il Pigneto.
Il romanzo è infiocchettato come un pacco regalo, denso di episodi divertenti e comici, di invenzioni e di trovate, di dialoghi fulminanti, di riflessioni nelle quali lo scrittore si compiace, perché sa di andare a nozze con la verità, con quella che esce fuori solo quando vincitori e vinti sono morti da un pezzo, e qualcuno – il curioso – riesce a far breccia nei silenzi e nelle frasi sibilline dette a mezza bocca da qualche vecchio testimone di quello che è rimasto di tragedie e di vergogne nascoste, di tracce volontariamente lasciate da sconosciuti.
Il curioso è un ragazzo agiato, di famiglia aristocratica e benestante, che per alcuni mesi frequenta, solitario, un quartiere dove Pasolini si recava per cercare un’umanità diversa, che potesse fargli dimenticare le offese da lui ricevute nel corso della vita. Tra riflessioni personali e varie vicende che lo coinvolgono a sua insaputa, Valerio, questo il nome del ragazzo, si comporta come un ulisside alla ricerca di risposte, che incontra di volta in volta tipi di donne e uomini diversi dai quali apprende e continua, aggiornandola, la sua crescita morale, intellettuale, spirituale. Fino a incontrare, come Alice, un gatto con cui riesce a dialogare: per magia o per eccesso di sensibilità? O si tratta solo di un espediente narrativo per suggerire al lettore più smaliziato le trame di un racconto ordito alle sue spalle?
“Da quando non si legge quasi più, il riciclaggio delle idee arriva in sintesi dai cantautori e dai socials,
(…) il Pigneto era pieno di sale cinematografiche: l’Avorio, l’Aquila, l’Hollywood, l’Impero, l’Alfieri, il Diamante e le sale parrocchiali di san Barnaba e san Luca. Riciclato con pretese culturali, c’era rimasto l’Aquila. Era diventato l’illusione arte-e-pensiero di ogni assessore alla cultura, mo’ di destra, mo’ di sinistra, mo’ dei 5Stelle. Per recuperare consenso e una parvenza d’impresa, l’ex tenente mi dice che si elargiscono licenze per baretti e pizzattaglio a ritmo ossessivo. La cultura no, la cottura sì,”.
Pasolini che cosa cercava nel Pigneto?
Un’alternativa vera e possibile, l’esistenza di un’umanità incolta e autentica, nel Pigneto c’erano rimasti gli uomini che non erano ancora diventati incappellati caporali.
Il protagonista Valerio riflette tra rivoluzionari teorici, predicatori millenaristi, filosofi platonici e riformisti d’avanguardia, in buona compagnia di chiacchieroni titolati. Coglie le contraddizioni ed esprime la cinica ironia di chi se ne fotte pur sapendo di non poterne pretendere l’approvazione.
– La realtà che conta è quella che hai percepito.-
– La realtà è quella alla quale reagisci -.
Mi sono fatto l’idea che Pasolini avesse interpretato allo stesso modo il popolo delle baracche, riconoscendogli un candore e una forza primordiali che intimamene lo commuoveva, che alimentava il suo radicalismo antiborghese e libertario, dentro di lui resisteva un Leon Bloy moderno per il quale non era stato difficile conciliare passione e ideologia.
– Da Aristotele in poi, ormai si è obbligati a razionalizzare su tutto, e a furia di farlo hanno ucciso gli incantesimi, ma la faccenda è più complicata -. – E tu ovviamente la conosci -. – La conosci anche tu – .- Svicoli?, ti sei arreso? -. – Gli animali non hanno mai smesso di parlare, ma noi abbiamo perduto la facoltà di comprenderli-.
Dialoghi rimarchevoli, di notevole acume, che generano pian piano la visione del mondo del protagonista, ma che al lettore suggeriscono riflessioni mai banali, in cui l’autore si compiace, ma che delineano anche le linee di una società in continua mutazione sotto i colpi dii quella economia che Pasolini aveva già previsto avrebbe portato l’Italia a sfigurarsi, a diventare altro da quella che era, ad indossare una cultura, quella dominante, o vincente degli alleati angloamericani, che avrebbe finito per sovrapporsi alla civiltà italiana, di matrice greco-latina, senza nessuna conseguenza evidente per i cittadini, plagiati a loro insaputa indirizzati verso un mondo della felicità e del benessere (non per tutti, riservata sempre ai ricchi).
– Oh no!, è il piacere che ha rovinato l’uomo, assaggiato una volta lo pretende sempre -. – Allora non c’è soluzione -. – C’è invece, farlo schiattare di godurie, sta succedendo, ci manca poco, lo conosci quel film di Marco Ferreri, L’abbuffata?, una metafora del nostro tempo, il pubblico rideva, doveva piangere, una platea di asini orgogliosi, supponenti e stronzi – .
Si vorrebbe che non finisse mai una storia così sincera, autentica, narrata in funzione del lettore, un atto di amore nei confronti di chi ancora crede nella bellezza del romanzo e nel suo messaggio di finzione che rende ancor più intensa la “vocazione” alla vita perché ne celebra l’immensità.

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