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Letteratura

Primo impiego

di Filippo Cusumano
26 Gennaio 2018

Erano pochi mesi che Mambretti lavorava lì. Subito dopo la laurea, aveva ricevuto diverse offerte di lavoro da varie aziende. Aveva solo l’imbarazzo della scelta. Una sola delle proposte che gli erano state fatte, però, riguardava la sede di Venezia. L’idea di andare a vivere in quella città lo entusiasmò a tal punto da fargli mettere in secondo piano, purtroppo, ogni altra considerazione. Quella sulla qualità del lavoro, soprattutto: dopo nove mesi passati nell‘Ufficio Legale già non ne poteva più. Il lavoro gli appariva monotono e ripetitivo. “L’intelligenza non è uno dei requisiti richiesti, si accontentano della diligenza” diceva con amarezza a quelli che gli chiedevano notizie sul suo primo impiego. Il Capo era sempre incredibilmente stitico nel dargli istruzioni sulle cose da fare. Come se avesse fretta e pochissimo tempo da perdere. Mambretti aveva imparato subito che non doveva importunarlo troppo: si studiava bene le pratiche e poi andava dal Capo con una soluzione in tasca. Non esordiva più, come nei primi tempi, con una domanda – che debbo fare? – ma con una proposta, “farei così”. Le cose erano andate subito meglio. Rassicurato dalla proattività del nuovo collaboratore, il Capo aveva preso ad andare sempre più spesso nella stanza che Mambretti condivideva con una giovane collega. In genere si affacciava verso mezzogiorno ed esordiva, accarezzandosi lo stomaco, con la frase: “Oggi mi mangerei…”. Seguivano varie ipotesi: un risottino di pesce, un piatto di spaghetti con le vongole, una bistecca alla fiorentina, una zuppa di pesce. Sbrigativo e quasi scorbutico quando parlava di lavoro, il Capo diventava ciarliero ed espansivo quando invece il tema era il cibo: non si limitava indicare il  piatto del giorno, era minuzioso e assertivo nel descriverne la ricetta. Mambretti e la collega assistevano allo spettacolo con divertita rassegnazione. Sapevano già che, finita quella giornaliera incursione, avrebbero dedicato il quarto d’ora successivo a rievocarla cercando di citare le espressioni esatte usate dal Capo e ridacchiando come adolescenti. Una di quelle mattine però il Capo, entrando per il solito show, si era bloccato di colpo di fronte alla scrivania di Mambretti. “Come si è conciato?” gli aveva subito chiesto con voce strozzata. “Ha ragione, dottore, ma, sa, ieri sera era martedì grasso…avrei dovuto darmi una ripulita stamattina, ma purtroppo non ho sentito la sveglia…” Il Capo emise un grugnito di riprovazione. Già apprezzava poco la disinvoltura di Mambretti nel vestirsi, già trovava sconveniente la folta barba nera che gli incorniciava il viso, ma mai si sarebbe aspettato che si presentasse in ufficio con degli imponenti favoriti risorgimentali. Proprio in quel momento nella stanza entrò il Direttore. Evento rarissimo, erano gli altri che in genere andavano da lui. Si rivolse subito al Capo: “Mi hanno detto che lei era qui, volevo solo ricordarle…”. Per circa 5 minuti aveva parlato di una questione importante che andava affrontata e risolta in tempi brevi, poi, quando già stava per accomiatarsi, aveva inquadrato l’acconciatura di Mambretti, bloccandosi per lo stupore. “Ti presento Francesco Giuseppe” aveva cercato di sdrammatizzare il Capo, imbarazzatissimo.”Ma no, è Mambretti, lo riconosco benissimo” aveva risposto il Direttore, non afferrando il senso della battuta. Poi aveva aggiunto giovialmente: “Come va? Si trova bene qui da noi?” “Benissimo grazie” aveva risposto Mambretti, imbarazzato. “Ne sono contento” – aveva replicato l’altro avviandosi verso la porta – “Qualora le fosse sfuggito, comunque, le ricordo che oggi è il mercoledì delle Ceneri”.

 

 

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