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referendum

Il sì e il no e le logiche di schieramento

di Filippo Cusumano

C’è un aspetto del referendum sulla giustizia che è evidente a tutti e che spiega l’attenzione che sta ricevendo: la sua trasformazione in un evento eminentemente politico.

18 Marzo 2026

C’è un aspetto del referendum sulla giustizia che è evidente a tutti e che spiega gran parte dell’attenzione che sta ricevendo: la sua trasformazione in un evento eminentemente politico. Non ha particolare risalto, agli occhi di gran parte degli elettori, il contenuto dei quesiti, spesso tecnici, complessi e poco coinvolgenti. I temi in discussione, dalla separazione delle carriere al sorteggio nella composizione degli organi di autogoverno della magistratura, restano per molti lontani, quasi astratti. Difficile immaginare che riescano davvero ad appassionare un elettorato vasto e trasversale. E, soprattutto, diffusa è la convinzione che, qualunque sia l’esito delle urne, il sistema giudiziario italiano continuerà a presentare le sue criticità: tempi lunghi, inefficienze strutturali, un rapporto problematico con il carcere e una percezione di eccessiva autoreferenzialità. Eppure, nonostante questo disincanto, l’interesse cresce. Perché? Perché il referendum ha smesso di essere solo uno strumento di intervento su singole norme ed è diventato, nei fatti, un voto politico, un’occasione per schierarsi, per esprimere consenso o dissenso nei confronti del governo in carica, più che per entrare nel merito dei quesiti. È una dinamica che può far storcere il naso ai puristi, a chi immagina la partecipazione referendaria come un esercizio rigoroso di democrazia diretta, lontano dalle logiche di collocazione politica. Ma è anche, inevitabilmente, ciò che rende la consultazione viva, seguita, partecipata. Senza questa “contaminazione”, probabilmente, molti cittadini sceglierebbero semplicemente di restare a casa. Resta però una domanda aperta: è un bene che la politica invada così uno spazio che dovrebbe essere, almeno nelle intenzioni, più neutro e tecnico? Se da un lato è innegabile che questa trasformazione accenda l’interesse e mobiliti l’elettorato, dall’altro non è un fatto positivo che lo strumento referendario si trasformi in un semplice test di popolarità. Qualcuno dirà che era inevitabile, qualcuno altro che le cose sono sempre andate in questo modo, qualunque fosse il referendum. Però è un peccato che siano sempre le logiche di schieramento a prevalere su quelle di riflessione sui contenuti.

referendum
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