Alfonso Gatto

Letteratura

Ricordare un poeta: Alfonso Gatto

Un ricordo del poeta salernitano Alfonso Gatto a cinquant’anni dalla morte

25 Marzo 2026

Cinquant’anni fa moriva in un incidente stradale Alfonso Gatto (Salerno 1909-Orbetello 1976), uno dei poeti più noti della sua generazione, oltreché narratore, pittore, critico letterario e d’arte. Tutta la sua vita, già dalla giovinezza, era stata vissuta all’insegna dell’inquietudine esistenziale e intellettuale, con continui trasferimenti tra diverse città, occupazioni precarie, e tormentati rapporti affettivi: ma con una assoluta coerenza e dedizione agli ideali civili di libertà e uguaglianza, difesi da un concreto impegno politico. Dapprima commesso di libreria, poi istitutore di collegio, correttore di bozze, insegnante, giornalista, nel 1938 insieme a Vasco Pratolini aveva fondato la rivista di letteratura militante Campo di Marte; poi iniziò a collaborare a Rinascita e dopo la guerra a L’Unità. Iscritto al PCI dal 1944, si dimise nel 1951, diventando un comunista “dissidente”. Nel 1946 incontrò la pittrice e poetessa triestina Graziana Pentich – per la quale aveva abbandonato la prima moglie e le due figlie –, e da cui ebbe Leone, suicidatosi pochi mesi dopo la morte del padre. Gatto è sepolto nel cimitero di Salerno, e sulla sua tomba sono incise le parole di Eugenio Monatle: “Ad Alfonso Gatto per cui vita e poesie furono un’unica testimonianza d’amore”.

Davvero l’amore rimase argomento principe delle sue composizioni già dalla prima pubblicazione, Isola, del 1932, legata all’esperienza ermetica degli anni fiorentini che utilizzava un linguaggio rarefatto e allusivo, ma in lui più decisamente e volutamente attento alla melodia. Temi fondamentali di questa prima raccolta, poi ripresi in tutte le successive, erano appunto l’amore, la memoria, il paesaggio, l’assenza, filtrati attraverso immagini idilliache e incantate con un’eco della poetica pascoliana e dannunziana: “Tremo d’esile vena per lontane / arie di suono, mi lusingo in volto. / Come alleviate toccano le vane / solitudini il cielo vuoto, ascolto”; “E del mio cuore nulla saprò dire / ad altri mai, fu tenero ed in piena / di sua pietà travolto lasciò vana / memoria al tempo, un sogno di morire”. Nei volumi successivi, Morto ai paesi (1933-1937), La memoria felice, Arte e ricordi, rifluiti tutti in Poesie (1929-1941) si accentua il legame con l’ermetismo e la dipendenza stilistica dalla poesia novecentesca di Ungaretti e poi da Quasimodo, con l’affiorare di conglomerati di oscurità pur nella fedeltà all’ideale della “poesia pura”, in cui iniziano a emergere intermittenti tracce di surrealismo. Dominano toni intimi e malinconici, ma sempre rielaborati fantasticamente: “Immagine d’aria / la luna morta odora / sfinita in pendio”; “Così persuasa al giorno / che sente di morire / sul suo nuovo ritorno / tramonta la città”. Si delinea in queste raccolte il descrittivismo che prevarrà in seguito, con una decisa concentrazione sui suoni e sui colori, recuperati in un ritrovato rapporto con la gente, la musica, il paesaggio meridionale: “Com’è spoglia la luna, è quasi l’alba. / Si staccano i convogli, nella piazza / bruna di terra il verde dei giardini / trema d’autunno nei cancelli”. Il Sud riflette sia emozionalmente sia simbolicamente la terra arretrata e precapitalistica da cui il poeta si è allontanato per immergersi in un mondo nuovo dal quale tuttavia continua a sentirsi escluso, scisso tra nostalgia e rancore, rimpianto e senso di colpa. Sentimenti che riappariranno nelle pubblicazioni successive, in versi e in prosa: “Io so che nulla potrà mutare / il nero della mia gente, / il soliloquio scende / come una sera di scirocco / e non ha ragioni, non ha patria. // … Io so che nulla si consuma / e profumo di mura e vecchie notti / un vento solitario come ardendo / nelle donne trabocca”. Predomina in queste poesie il gusto impressionistico dei particolari, ma si avverte anche il pericolo di uno scadere manieristico nel sentimentalismo, in un’eccessiva cantabilità, in un populismo retorico, pur nella più matura e rigorosa strutturazione formale e nel manifestarsi di una nuova sensibilità etica.

L’arresto nel 1936 a causa del suo dichiarato antifascismo, e la carcerazione di sei mesi a San Vittore, indirizzò la svolta formale e di contenuti avvenuta negli anni della guerra, della Resistenza, del dopoguerra, con una presa di coscienza più decisa e vitale riguardo alle ingiustizie patite dagli umili, e un’attenzione partecipe e combattiva agli avvenimenti storici. Infatti La storia delle vittime, uscito in due edizioni, di cui la seconda ottenne il Premio Viareggio nel 1966, raccoglie tre libri composti tra il 1944 e il 1947 (Amore della vita, Il capo sulla neve, Giornale di due inverni) in cui si attua un sicuro rinnovamento stilistico con la scelta di strutture più narrative che liriche, con accenti più polemici che consolatori, attraverso concreti richiami all’urgenza di una partecipazione collettiva agli avvenimenti drammatici che coinvolgono l’Italia. Liriche intitolate 25 aprile, Per i martiri di Piazzale Loreto, Una notte, Anniversario, A uno straniero, Alla Croce Rossa, Lo sbarco, Le vittime, Sei agosto evidenziano negli incipit la necessità di un risveglio di consapevolezza civile, testimoniando insieme lo sdegno per l’oppressione fascista e nazista, il dolore per la morte di tanti innocenti, la volontà di un riscatto nazionale. “La chiusa angoscia delle notti, il pianto / delle mamme annerite sulla neve / accanto ai figli uccisi, l’ululato / nel vento, nelle tenebre, dei lupi / assediati con la propria strage, / la speranza che dietro ci svegliava / oltre l’orrore le parole udite / dalla bocca fermissima dei morti…”, “Quando avremo lo sguardo delle bestie / ci sembrerà di urlare / a scarpe morte, a teschi d’argento / agli uccisi di fango invecchiati / ancora coi fulmini addosso”, “Ed era l’alba, poi tutto fu fermo / la città, il cielo, il fiato del giorno. / Rimasero i carnefici soltanto / vivi davanti ai morti”.

Tutte le poesie. Nuova ediz. - Alfonso Gatto - copertina

I volumi che seguirono a questa fase di poesia impegnata e militante (La forza degli occhi e Osteria flegrea, tra il 1950 e il 1960) consolidarono coerentemente la fama di Alfonso Gatto come poeta di una naturalezza fisica, abbondante, spontanea, capace di percepire gli umori interni ed esterni del sé e del mondo, solidale interprete della gente, del paesaggio, delle voci e dei suoni. La parola a cui fare affidamento aveva per lui soprattutto una rilevanza fonica: più delle metafore e delle analogie, per quanto sapientemente e consapevolmente usate, era la rima come elemento necessario di musicalità, insieme all’assonanza, alla ripetizione, a creare la magia sinestetica tra visione ed effetto acustico. Estraneo a ogni intellettualismo o sperimentalismo, e invece diretto a creare un collegamento melodico con lo spirito più popolare della canzone – dalla ballata alla filastrocca, dalla preghiera alla serenata – il suo utilizzo della rima rivelava qualcosa di giocoso e infantile: “In fondo al pozzo delle case sola / la voce d’un bambino che pedala / nel suo grigio universo sotto l’ala / del mantello che vola”, “Trapeli un po’ di verde / il limone, il sifone, / il piccolo portone / della pensione, / trapeli il blu / anche tu / vestita col tuo nudo rosa, / ogni cosa amorosa”.

Poeta del canto, dello slancio immaginoso, dell’immediatezza sentimentale, dell’emozione mai ripudiata, Alfonso Gatto si nutriva anche di un’insoddisfazione etica che lo portava a credere nella poesia come possibilità di riscatto e di ricomposizione profondamente umana.

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ALFONSO GATTO, TUTTE LE POESIE – MONDADORI, MILANO 2017

A cura di Silvio Ramat.  Pagine XLVIII-842

 

 

 

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