Musica
Speciale 1985 – Cos’è rimasto dell’anno degli anni?
Il 1985, apogeo sonoro, ha gettato le basi per l’industria musicale odierna: controllo corporativo, generi artificiali, ascesa del CD e dei remix come linguaggio autonomo. Una trasformazione che ancora permea la musica contemporanea.
E quindi, cosa è rimasto di questo 1985? In questa serie di articoli mi pare si sia ben spiegato (o almeno ci abbiamo provato) perché quell’anno non fu un semplice anno nel calendario, ma il punto di apogeo di un ecosistema sonoro unitario, un crogiolo alchemico dove tecnologia, geopolitica e genio artistico si fusero in una sinergia irripetibile, plasmando l’identità della cultura popolare globale. Fu l’ultimo anno in cui rock tradizionale, synth-pop e nuove sperimentazioni condivisero le stesse vette delle classifiche senza fratture generazionali, prima della frammentazione che avrebbe ridefinito per sempre il panorama musicale. Da quel momento in poi valsero tutte le divisioni che hanno portato all’oggi sonoro, fatto di ambienti e ascoltatori che non si sfiorano neanche, figurarsi se si conoscono e si condividono.
Dal punto di vista “capitalistico”, l’industria discografica subì una trasformazione radicale, segnata dal consolidamento del controllo corporativo. Le storiche case discografiche indipendenti furono inglobate e le stesse major vennero assorbite da conglomerati multinazionali, come nel caso Sony-CBS o RCA-BMG in Italia, per i quali la musica era una “commodity” da ottimizzare secondo logiche industriali, non più il cuore pulsante dell’azienda. Questa concentrazione portò a subordinare le decisioni artistiche alle logiche di mercato, privilegiando i profitti a breve termine e burocratizzando il processo creativo. In un contesto di significativa contrazione delle vendite di dischi – con le soglie per platino e oro drasticamente abbassate e l’home taping delle musicassette che erodeva quote di mercato – l’industria rispose con strategie commerciali innovative, inclusa la creazione artificiale di generi musicali e la segmentazione in nicchie come il teen pop, rappresentato da Debbie Gibson e Tiffany. Artisti come Phil Collins, capace di esibirsi a Wembley e a Filadelfia nello stesso giorno durante il Live Aid, divennero il simbolo dell’artista corporate multifunzionale, incarnando un nuovo paradigma dove tecnologia, logistica e marketing si fondevano in spettacoli impossibili in precedenza.
Sul fronte tecnologico e dei formati, il 1985 vide il vinile morente e il CD nascente. Album come “Brothers in Arms” dei Dire Straits, concepito interamente in digitale, si affermarono come killer app per il nuovo formato, trainandone le vendite. Al contempo, la rivoluzione sonora dei formati discografici raggiunse il suo apogeo: l’uso di mix estesi, 7 pollici, 12 pollici e remix divenne una necessità commerciale imprescindibile. Produttori come Arthur Baker e Jellybean Benitez trasformarono brani in “journey sonore” epiche, e anche artisti come i Simple Minds, Madonna e Wham! adattarono le loro composizioni, rendendo i DJ veri e propri co-autori e i club laboratori di sperimentazione che portarono la cultura dance dal sottosuolo al mainstream.
Culturalmente e geopoliticamente, la musica divenne un linguaggio universale di resistenza e un ponte insospettabile in un mondo diviso dalla Guerra Fredda. Eventi come “We Are the World” e il Live Aid, che unirono decine di star mondiali e quasi 2 miliardi di spettatori globali, dimostrarono il potere della musica come collante sociale e strumento di solidarietà per l’Etiopia. Tuttavia, il Live Aid fu anche oggetto di critiche per aver veicolato una narrativa distorta dell’Africa e un “paternalismo tossico”, come evidenziato dalla critica di Dipo Faloyin alla canzone “Do They Know It’s Christmas?”. non solo per questo evento, la musica giocò un ruolo geopolitico significativo: i Wham! furono il primo gruppo occidentale a esibirsi nella Cina post-maoista, mentre nell’Europa dell’Est i nastri pirata di artisti come Bruce Springsteen e Sting divennero “valuta di libertà”, sovvertendo il mito della “decadenza capitalista”. Il progetto “Artists United Against Apartheid” con “Sun City” sfidò apertamente il regime sudafricano e le politiche americane, dimostrando come la musica fosse un vero attore geopolitico.
Nel suo complesso, il panorama musicale del 1985 fu variegato e contraddittorio. Se il rock raggiunse un’esposizione globale, apparve talvolta svuotato della sua carica sovversiva, con supergruppi come The Firm che simboleggiavano una crisi d’identità e l’hair metal (Bon Jovi, Ratt) che dominava le radio con un sound standardizzato. In opposizione, fioriva una scena alternative negli scantinati universitari, con band come R.E.M. e Hüsker Dü che rifiutavano MTV e che fecero da brodo di coltura per il grunge prossimo venturo, anticipando l’esplosione della musica alternativa degli anni ’90, un fenomeno che, sebbene poi digerito e standardizzato dalle major, ha dimostrato che la contestazione è un germe inevitabile in ogni processo di omogeneizzazione culturale. Il “Born in the U.S.A. Tour” di Bruce Springsteen divenne un fenomeno sociologico che ridefinì le ambizioni del rock, pur rischiando di trasformarlo in un monumento a sé stesso. In Italia, accanto a Sanremo e Festivalbar, fiorì un underground ribelle: Firenze divenne capitale della new wave italiana con i Litfiba, i cui testi anti-istituzionali venivano censurati. I Denovo di Catania ottennero riconoscimento nazionale mescolando influenze britanniche e melodie mediterranee, mentre i Matia Bazar portarono la musica elettronica in classifica con “Ti sento”. Emergevano anche realtà come i CCCP, Afterhours ed Elio e le Storie Tese. Infine, il 1985 fu l’anno d’oro delle “One Hit Wonders” come Paul Hardcastle con “19”, Baltimora con “Tarzan Boy” e Sandy Marton con “People from Ibiza”, brani che, pur effimeri, furono istantanee perfette dell’estetica e dello spirito del decennio.
In definitiva, il 1985 non fu solo un anno di grandi successi, ma un momento di trasformazione irreversibile, l’ultima stagione della musica di tutti e per tutti, prima che tutto si settorializzasse e si frammentasse. Un anno in cui la musica salvò il mondo, o almeno, ci provò.
Naturalmente il nostro racconto è stato parziale e certamente incompiuto, ma spero vi abbia fatto viaggiare per un po’ in un’epoca in cui tutto sembrava possibile, nonostante le crisi e le sofferenze che anche allora non mancavano. Avrei voluto parlare anche di tanti altri album e artisti, anche minori che hanno influenzato i miei ascolti successivi, ma non c’è stato tempo e spazio. Ma per chiudere in bellezza questo excursus, una playlist speciale, quella dei migliori album dell’anno, senza distinzioni di categoria, ma con i link per goderveli. Buon ascolto.
Playlist definitiva del 1985
Gennaio
New Day Rising – Hüsker Dü
Punk rock con influenze pop, considerato un capolavoro dell’hardcore americano
King of Rock – Run-D.M.C.
Secondo album del trio hip-hop, pionieristico nella fusione tra rap e rock
Febbraio
Songs from the Big Chair – Tears for Fears
Album iconico del pop rock con hit come “Shout” e “Everybody Wants to Rule the World”
No Jacket Required – Phil Collins
Successo commerciale globale con brani come “Sussudio” e “One More Night”
Marzo
Bad Moon Rising – Sonic Youth
Avanguardia noise rock con atmosfere cupe e sperimentali
Aprile
Around the World in a Day – Prince
Viaggio psichedelico pop con successi come “Raspberry Beret”
Be Yourself Tonight – Eurythmics
Pop elettronico con collaborazioni iconiche (es. Aretha Franklin)
Maggio
Brothers in Arms – Dire Straits
Capolavoro del rock, celebre per “Money for Nothing” e l’uso pionieristico del CD
Suzanne Vega – Suzanne Vega
Debutto folk con testi poetici e minimalisti
The Dream of the Blue Turtles – Sting
Primo album solista con influenze jazz
Low-Life – New Order
Synth-pop e new wave con brani come “The Perfect Kiss”
Giugno
Fables of the Reconstruction – R.E.M.
Album alternative rock con sonorità folk e testi introspettivi
Little Creatures – Talking Heads
Fusioni di rock, pop e world music
Scarecrow – John Cougar Mellencamp
L’altra faccia dell’America Rock “campagnolo” con tematiche sociali
Luglio
The Head on the Door – The Cure
Il suono dark dei primi album si “poppizza”, ma senza esagerare. Ed è successo commerciale.
Agosto
Rum, Sodomy & the Lash – The Pogues
Folk punk con testi narrativi e spirito anarchico
Settembre
Hounds of Love – Kate Bush
Opera avant-pop con hit come “Running Up That Hill”
This Is the Sea – The Waterboys
Rock epico con influenze celtiche
Ottobre
Listen Like Thieves – INXS
Rock energico con successi come “What You Need”
Once Upon a Time – Simple Minds
Pop rock sinfonico e adatto alle grandi arene con brani come “Alive and Kicking”
Novembre
Psychocandy – The Jesus and Mary Chain
Noise pop con distorsioni e melodie ipnotiche
Promise – Sade
Secondo album in due anni per la regina dello Smooth jazz e soul. “Is It a crime” in apertura è una stilettata
Dicembre
Fine Young Cannibals – Fine Young Cannibals
Debutto pop con cover e originali catchy
Devi fare login per commentare
Accedi