La musica del 1985 è ricca di figure comparse, arrivate al successo, e poi rapidamente sparite. ultima tappa di un viaggio in un anno che ha cambiato la storia della industria musicale

Musica

Speciale 1985 – Cos’è rimasto dell’anno degli anni?

30 Agosto 2025

Il 1985, apogeo sonoro, ha gettato le basi per l’industria musicale odierna: controllo corporativo, generi artificiali, ascesa del CD e dei remix come linguaggio autonomo. Una trasformazione che ancora permea la musica contemporanea.

E quindi, cosa è rimasto di questo 1985? In questa serie di articoli mi pare si sia ben spiegato (o almeno ci abbiamo provato) perché quell’anno non fu un semplice anno nel calendario, ma il punto di apogeo di un ecosistema sonoro unitario, un crogiolo alchemico dove tecnologia, geopolitica e genio artistico si fusero in una sinergia irripetibile, plasmando l’identità della cultura popolare globale. Fu l’ultimo anno in cui rock tradizionale, synth-pop e nuove sperimentazioni condivisero le stesse vette delle classifiche senza fratture generazionali, prima della frammentazione che avrebbe ridefinito per sempre il panorama musicale. Da quel momento in poi valsero tutte le divisioni che hanno portato all’oggi sonoro, fatto di ambienti e ascoltatori che non si sfiorano neanche, figurarsi se si conoscono e si condividono.

Dal punto di vista “capitalistico”, l’industria discografica subì una trasformazione radicale, segnata dal consolidamento del controllo corporativo. Le storiche case discografiche indipendenti furono inglobate e le stesse major vennero assorbite da conglomerati multinazionali, come nel caso Sony-CBS o RCA-BMG in Italia, per i quali la musica era una “commodity” da ottimizzare secondo logiche industriali, non più il cuore pulsante dell’azienda. Questa concentrazione portò a subordinare le decisioni artistiche alle logiche di mercato, privilegiando i profitti a breve termine e burocratizzando il processo creativo. In un contesto di significativa contrazione delle vendite di dischi – con le soglie per platino e oro drasticamente abbassate e l’home taping delle musicassette che erodeva quote di mercato – l’industria rispose con strategie commerciali innovative, inclusa la creazione artificiale di generi musicali e la segmentazione in nicchie come il teen pop, rappresentato da Debbie Gibson e Tiffany. Artisti come Phil Collins, capace di esibirsi a Wembley e a Filadelfia nello stesso giorno durante il Live Aid, divennero il simbolo dell’artista corporate multifunzionale, incarnando un nuovo paradigma dove tecnologia, logistica e marketing si fondevano in spettacoli impossibili in precedenza.

Sul fronte tecnologico e dei formati, il 1985 vide il vinile morente e il CD nascente. Album come “Brothers in Arms” dei Dire Straits, concepito interamente in digitale, si affermarono come killer app per il nuovo formato, trainandone le vendite. Al contempo, la rivoluzione sonora dei formati discografici raggiunse il suo apogeo: l’uso di mix estesi, 7 pollici, 12 pollici e remix divenne una necessità commerciale imprescindibile. Produttori come Arthur Baker e Jellybean Benitez trasformarono brani in “journey sonore” epiche, e anche artisti come i Simple Minds, Madonna e Wham! adattarono le loro composizioni, rendendo i DJ veri e propri co-autori e i club laboratori di sperimentazione che portarono la cultura dance dal sottosuolo al mainstream.

Culturalmente e geopoliticamente, la musica divenne un linguaggio universale di resistenza e un ponte insospettabile in un mondo diviso dalla Guerra Fredda. Eventi come “We Are the World” e il Live Aid, che unirono decine di star mondiali e quasi 2 miliardi di spettatori globali, dimostrarono il potere della musica come collante sociale e strumento di solidarietà per l’Etiopia. Tuttavia, il Live Aid fu anche oggetto di critiche per aver veicolato una narrativa distorta dell’Africa e un “paternalismo tossico”, come evidenziato dalla critica di Dipo Faloyin alla canzone “Do They Know It’s Christmas?”. non solo per questo evento, la musica giocò un ruolo geopolitico significativo: i Wham! furono il primo gruppo occidentale a esibirsi nella Cina post-maoista, mentre nell’Europa dell’Est i nastri pirata di artisti come Bruce Springsteen e Sting divennero “valuta di libertà”, sovvertendo il mito della “decadenza capitalista”. Il progetto “Artists United Against Apartheid” con “Sun City” sfidò apertamente il regime sudafricano e le politiche americane, dimostrando come la musica fosse un vero attore geopolitico.

Nel suo complesso, il panorama musicale del 1985 fu variegato e contraddittorio. Se il rock raggiunse un’esposizione globale, apparve talvolta svuotato della sua carica sovversiva, con supergruppi come The Firm che simboleggiavano una crisi d’identità e l’hair metal (Bon Jovi, Ratt) che dominava le radio con un sound standardizzato. In opposizione, fioriva una scena alternative negli scantinati universitari, con band come R.E.M. e Hüsker Dü che rifiutavano MTV e che fecero da brodo di coltura per il grunge prossimo venturo, anticipando l’esplosione della musica alternativa degli anni ’90, un fenomeno che, sebbene poi digerito e standardizzato dalle major, ha dimostrato che la contestazione è un germe inevitabile in ogni processo di omogeneizzazione culturale. Il “Born in the U.S.A. Tour” di Bruce Springsteen divenne un fenomeno sociologico che ridefinì le ambizioni del rock, pur rischiando di trasformarlo in un monumento a sé stesso. In Italia, accanto a Sanremo e Festivalbar, fiorì un underground ribelle: Firenze divenne capitale della new wave italiana con i Litfiba, i cui testi anti-istituzionali venivano censurati. I Denovo di Catania ottennero riconoscimento nazionale mescolando influenze britanniche e melodie mediterranee, mentre i Matia Bazar portarono la musica elettronica in classifica con “Ti sento”. Emergevano anche realtà come i CCCP, Afterhours ed Elio e le Storie Tese. Infine, il 1985 fu l’anno d’oro delle “One Hit Wonders” come Paul Hardcastle con “19”, Baltimora con “Tarzan Boy” e Sandy Marton con “People from Ibiza”, brani che, pur effimeri, furono istantanee perfette dell’estetica e dello spirito del decennio.

In definitiva, il 1985 non fu solo un anno di grandi successi, ma un momento di trasformazione irreversibile, l’ultima stagione della musica di tutti e per tutti, prima che tutto si settorializzasse e si frammentasse. Un anno in cui la musica salvò il mondo, o almeno, ci provò.

Naturalmente il nostro racconto è stato parziale e certamente incompiuto, ma spero vi abbia fatto viaggiare per un po’ in un’epoca in cui tutto sembrava possibile, nonostante le crisi e le sofferenze che anche allora non mancavano. Avrei voluto parlare anche di tanti altri album e artisti, anche minori che hanno influenzato i miei ascolti successivi, ma non c’è stato tempo e spazio. Ma per chiudere in bellezza questo excursus, una playlist speciale, quella dei migliori album dell’anno, senza distinzioni di categoria, ma con i link per goderveli. Buon ascolto.

 

Playlist definitiva del 1985

Gennaio

New Day Rising – Hüsker Dü

Punk rock con influenze pop, considerato un capolavoro dell’hardcore americano

King of Rock – Run-D.M.C.

Secondo album del trio hip-hop, pionieristico nella fusione tra rap e rock

 

Febbraio

Songs from the Big Chair – Tears for Fears

Album iconico del pop rock con hit come “Shout” e “Everybody Wants to Rule the World”

No Jacket Required – Phil Collins

Successo commerciale globale con brani come “Sussudio” e “One More Night”

 

Marzo

Bad Moon Rising – Sonic Youth

Avanguardia noise rock con atmosfere cupe e sperimentali

 

Aprile

Around the World in a Day – Prince

Viaggio psichedelico pop con successi come “Raspberry Beret”

Be Yourself Tonight – Eurythmics

Pop elettronico con collaborazioni iconiche (es. Aretha Franklin)

 

Maggio

Brothers in Arms – Dire Straits

Capolavoro del rock, celebre per “Money for Nothing” e l’uso pionieristico del CD

Suzanne Vega – Suzanne Vega

Debutto folk con testi poetici e minimalisti

The Dream of the Blue Turtles – Sting

Primo album solista con influenze jazz

Low-Life – New Order

Synth-pop e new wave con brani come “The Perfect Kiss”

 

Giugno

Fables of the Reconstruction – R.E.M.

Album alternative rock con sonorità folk e testi introspettivi

Little Creatures – Talking Heads

Fusioni di rock, pop e world music

Scarecrow – John Cougar Mellencamp

L’altra faccia dell’America Rock “campagnolo” con tematiche sociali

 

Luglio

The Head on the Door – The Cure

Il suono dark dei primi album si “poppizza”, ma senza esagerare. Ed è successo commerciale.

 

Agosto

Rum, Sodomy & the Lash – The Pogues

Folk punk con testi narrativi e spirito anarchico

 

Settembre

Hounds of Love – Kate Bush

Opera avant-pop con hit come “Running Up That Hill”

This Is the Sea – The Waterboys

Rock epico con influenze celtiche

 

Ottobre

Listen Like Thieves – INXS

Rock energico con successi come “What You Need”

Once Upon a Time – Simple Minds

Pop rock sinfonico e adatto alle grandi arene con brani come “Alive and Kicking”

 

Novembre

Psychocandy – The Jesus and Mary Chain

Noise pop con distorsioni e melodie ipnotiche

Promise – Sade

Secondo album in due anni per la regina dello Smooth jazz e soul. “Is It a crime” in apertura è una stilettata

 

Dicembre

Fine Young Cannibals – Fine Young Cannibals

Debutto pop con cover e originali catchy

 

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