Non ti fidare, l'ultimo romanzo di Claudio Fava, pubblicato da Fandango nel marzo 2026

Storia

Claudio Fava ci racconta Non Ti Fidare: “Siamo stati distratti, ci salveremo tornando alla responsabilità”

15 Marzo 2026

Claudio Fava porta con sé la consapevolezza d’una storia politica che lo vede nei primissimi anni Novanta fondatore a Palermo con Leoluca Orlando de La Rete, un movimento nato dal basso che contribuì non solo a innovare la politica, ma anche a dare voce a quella rete dei sindaci che in quegli anni sembrava in grado di dare risposte ad una politica etica di cittadinanza e d’impengo. La sua vita è sempre così stata a cavallo tra politica e giornalismo, da poco Fava ha pubblicato per conto della casa editrice Fandango un romanzo a sfondo storico, Non ti fidare che affronta a cinquant’anni di distanza la storia dei nipoti di Plaza de Mayo. Una storia Argentina che riguarda una delle pagine più violente e tragiche del secondo Novecento. Un racconto a ritroso che parte da una scoperta che sconvolgerà per sempre la vita di Stella Carnevale che vive in Italia con il padre, un colonnello argentino in pensione, da quando è adolescente dopo un’infanzia trascorsa a Buenos Aires dove non è mai più tornata. Abbiamo incontrato Claudio Fava e a lui abbiamo posto un po’ di domande sul nostro tempo e sull’importanza della memoria e sulla necessità di una nuova politica.

Cosa ha significato per Lei il Sudamerica nella sua vita e nella sua professione di giornalista? In che periodo della sua vita ha incontrato quei luoghi e quelle terre?

Sono partito per l’America Latina, come giornalista freelance, a 29 anni e per due anni l’ho percorsa in tutte le direzioni. Cronista a piedi, come insegna Kapuścinsky. Laggiù le storie ti arrivano addosso, ti inseguono, ti insegnano ad essere riconosciute e a non avere fretta. Dopo dieci anni trascorsi in Sicilia a scrivere di mafia, il Sud America è stato la mia seconda palestra di giornalismo. E mi ha aiutato anche a prendere la necessaria distanza emotiva dalle cose viste e accadute in quegli anni siciliani.

Lei hai vissuto alcuni degli anni più caldi politicamente parlando di quei paesi. Quali similitudini e quali differenze ha ritrovato nella società e nella politica sudamericana rispetto a quella italiana?

Erano anni di grandi passioni collettive e di grandi violenze politiche. L’America Latina che ho conosciuto allora mi ricordava poco il mio paese. Ma mi ricordava molto la Sicilia: lo stesso modo in cui la violenza organizzata s’era fatta sistema di potere e di governo. Mi accorsi per esempio che la Colombia dei cartelli del narcotraffico mi era familiare in un modo sinistro: Pablo Escobar che ordinava stragi e omicidi continuando a frequentare i salotti della buona politica a Bogotà o a Medellin aveva molti tratti in comune con taluni capi mafia siciliani, spietati e al tempo stesso insostituibili per quel notabilato politico e imprenditoriale che aveva bisogno della loro protezione e dei loro servigi. Un nome per tutti: Benedetto Santapaola, che se n’è andato qualche settimana fa dopo 33 anni di detenzione.

Crede che Javier Milei possa in parte rappresentare un superamento delle crisi economiche che devastano l’Argentina ormai da quaranta anni o che sia più semplicemente un restauratore di pratiche reazionarie e d’impronta totalitaria?

Le ricette liberiste di Milei ricordano la vecchia scuola dei “Chicago Boys”, la presunzione che il mercato possegga una sua moralità e una capacità di autoregolarsi. Dal colpo di stato in Cile in poi abbiamo verificato che così non è. E questo mi fa molto temere oggi per l’Argentina, anche per l’impianto fortemente conservatore e sovranista del presidente Milei e del suo governo.

Nel suo romanzo, “Non ti fidare”, Lei racconta una doppia storia di paternità – negata e offerta – che affonda le sue radici nel Novecento delle dittature e della violenza politica. Come è possibile spiegare ai giovani d’oggi, ai figli, quel tempo e quella politica?

Non è facile, certo. Non è facile nemmeno per la protagonista spiegarlo a se stessa: essere stata vittima di un inganno durato oltre trent’anni, portare inciso da qualche parte nella propria esistenza il dramma dei trentamila desaparecidos uccisi dalla dittatura argentina… Non è facile immaginare una generazione letteralmente cancellata dal regime. L’unico modo è andare a trovare i sopravvissuti di quell’epoca, sentire il loro racconto. Oppure leggere, immedesimarsi, immaginare. Per quanto sia possibile, immaginare quell’orrore…

La protagonista del suo romanzo, Stella, si ritrova a dover compiere una scelta drammatica dentro alla quale la sua inevitabile crescita rischia di subire il sentimento del disincanto. Come è possibile non perdere la speranza? Come è possibile per i figli d’oggi affrontare un mondo che sembra aver dimenticato ogni regola di convivenza?

Forse mettere in discussione i padri, il mondo e il tempo che hanno lasciato in eredità, è l’unica risorsa che questi figli possiedono. Decidere, come Antigone, di reclamare le ragioni dell’anima rispetto a quelle della norma, cercare un loro linguaggio sentimentale, un loro alfabeto. Io sono figlio di un tempo in cui esisteva, come centro tolemaico della nostra vita, l’Occidente, con i suoi valori e le sue scomuniche. Adesso di quale Occidente potrebbero parlare i nostri figli con altrettanta sicurezza? Questa Europa senza voce? L’America impazzita di Trump?

Lei ha vissuto in prima persona e in prima linea le asprezze e i drammi della lotta politica e civile del Novecento, oggi un secolo per molti da rimpiangere. Cosa ci manca di quel tempo? E cosa invece non dobbiamo rimpiangere di quegli anni?

Ci manca un sentimento collettivo, le passioni che ci hanno permesso di sentirci, nei momenti più difficili, una comunità. Ci manca la presunzione di riuscire a cambiare noi stessi e il mondo: che fu presunzione ma anche speranza. Non voglio rimpiangere taluni ideologismi che pretendevano di ridurre la complessità a poche formule liberatorie. Non rimpiango l’assenza di dubbi che ogni tanto ci confortava e ci ammansiva.

La protagonista del suo romanzo dice: «Non firmo», si sente schiacciata in una finzione dentro la quale non può più riconoscersi. Oggi ciò che è falso e ciò che è reale è un tema quotidiano, come fare a non perdersi? Cosa consiglierebbe a un ventenne di oggi?

La realtà va cercata rompendo molti schemi. Torno sul tema del dubbio: a un ventenne consiglierei di andare a guardare nelle terre di mezzo, di evitare mitologie consolatorie, di non usare mai più la parola “eroe”. La vita va cercata nei dettagli mentre spesso la confiniamo nelle liturgie, nelle cerimonie, nella contrapposizione consolatoria tra bene e male.

La verità oggi non gode di grande fortuna, spesso è spacciata per radicalismo o peggio per ottusità. Vale la pena lottare per la verità quando le conseguenze possono essere spesso imprevedibili?

Vale la pena lottare per sapere, per capire. Per decidere con la propria testa, senza dover prima chiedere permesso.

In “Non ti fidare”, la giovane protagonista vive per motivi diversi una doppia assenza dei padri. La fragilità della figura paterna non dovrebbe più sorreggersi sul desueto e violento impianto patriarcale. Le chiedo, come fare ad essere un padre presente, anche in senso politico?

Credo che sia il mestiere più difficile. Immagino che un padre presente sia un padre che ascolta, che impara anche dai figli ma che è capace di non assolverli a prescindere. Un padre oggi deve fare i conti con un tempo profondamente mutato, essere presente senza pretendere di trasmettere le proprie rispettabili categorie morali come irrinunciabili.

Pare che la formula: ciò che è privato è pubblico, si sia mutata da politica a spazio in cui liberare il proprio narcisismo pubblicamente. Lo si vede in politica e lo si vede nell’assenza di regole di convivenza un tempo ritenute ovvie. Come recuperare uno spazio pubblico che non sia una lotta tra tribù come sostiene Derrick de Kerckhove, ma uno luogo di confronto?

Bella domanda. Forse mettendo fuori legge i “like” sui social? Ma non basterebbe… In un tempo in cui il presidente della più potente nazione della terra mostra su Facebook le preghiere collettive nello studio ovale e governa (non solo) il proprio paese a colpi di tweet, dobbiamo ribaltare questo piano inclinato. Provare a restituire alle funzioni della politica, della giustizia dell’amministrazione pubblica la sobrietà dei pensieri lunghi. Possibilmente scritti, non recitati in favore di telecamera.

Oggi più che mai stiamo assistendo a una lacerazione delle regole internazionali, un movimento dettato principalmente dagli Stati Uniti. Quale pensa che debba essere il ruolo dei paesi democratici politicamente ed economicamente più deboli? In questa fase come dovrebbe rinnovarsi l’Europa e come potrebbe rilanciare il suo ruolo a livello internazionale?

Il capo del governo spagnolo Sanchez ci ha dato una lezione di politica dalla schiena dritta. Dimostrandoci che non occorre essere tra i paesi del G8 per pretendere rispetto dal presidente Trump. L’Europa ha scelto in questi anni una china diversa: appiattirsi, spegnersi, balbettare, rinunciare alla propria identità. Per fortuna non sono cose che piovono dall’alto: tocca a noi, cittadini e dunque elettori, saper scegliere tra l’Europa di Sanchez e quella di Orban.

È ottimista o pessimista sul futuro dell’Italia? Dobbiamo fidarci o no?

Pessimista mai, è un lusso che non ci possiamo permettere. Non lo sono stato nemmeno negli anni di piombo mafioso più bui, quando il germe della collusione sembrava aver contaminato irreparabilmente tutte le istituzioni. Fidarci? Dipende da chi. Non credo che a questo paese servano nuovi idoli da adorare (per poi tirarli giù a sassate) quanto, piuttosto, una sana cura di responsabilità, parola preziosa e smarrita. Ecco, dopo anni di facili inni alla legalità, penso che occorra tornare a parlare di responsabilità. Anche personale.

Come racconterebbe il nostro passato se Stella nascesse nel 2026? E in un certo senso chi siamo noi oggi in questo tempo che ci pare così violento e assurdo? Siamo in sostanza dei complici o solo impotenti di fronte alla Storia e al nostro presente?

Siamo stati distratti, questo spiegherei a Stella. Ci siamo impigriti, abbiamo delegato, abbiamo guardato altrove. Le direi: tu, Stella, la vita attraversala senza cercare facili rimedi, e quando occorre impara a prenderti in faccia il vento. Serve a crescere e a capire.

 

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