Storia
Giorno del Ricordo. Una valigia, poi il confine.
Il 10 febbraio ricorre il Giorno del Ricordo, istituito per onorare le vittime delle foibe e l’esodo forzato di istriani, fiumani e dalmati dalle terre natie. È una data fondamentale per riconoscere e commemorare una ferita profonda della storia italiana del Novecento.
La casa è ancora lì, i mobili anche, ma intorno cambia tutto: il confine, la quotidianità, il senso stesso di restare. La notizia corre a mezza voce, passa di porta in porta, si alimenta con le voci su rastrellamenti e sparizioni. Non è una partenza pianificata. È una decisione forzata, presa mentre fuori tutto precipita nell’incertezza.
Si porta via quello che si riesce. Documenti, qualche fotografia, un cambio di vestiti, magari un oggetto piccolo che tenga insieme la memoria. Il resto rimane indietro — stanze, stoviglie, libri, il letto rifatto al mattino — e con lui le promesse fatte a mezza bocca: «Passa e torniamo». «È solo per un po’». «Appena si calma rientriamo».
Poi arriva il “dopo”, che raramente somiglia a un approdo. Per molti l’arrivo in Italia non coincide con un approdo: è l’inizio di un’altra fase, fatta di sistemazioni di fortuna, attese e identità da ricostruire. Per molti significa vivere in una sospensione eterna tra il dolore passato e l’incertezza del futuro.
Il Giorno del Ricordo, celebrato il 10 febbraio e istituito dalla Legge 30 marzo 2004, n. 92 prova a dare un riconoscimento pubblico a una storia che, per chi l’ha attraversata, era rimasta confinata nel vissuto intimo delle famiglie, spesso nel silenzio. Non celebra solo la tragedia delle foibe e dell’esodo, ma riconosce ufficialmente il lungo e doloroso percorso di ricostruzione della vita e dell’identità degli esuli in Italia.
Senza quel “dopo”, quella vita ricostruita a fatica e le identità difese giorno per giorno, rischiano di ridursi nel racconto a un’istantanea drammatica, ma incompleta.
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