Storia
La Shoah e Gaza: un accostamento scandaloso
Si vanno proponendo in questi giorni in contesti scolastici e formativi iniziative che associano Gaza al Giorno della Memoria. Credo sia il caso intervenire per esprimere un netto disaccordo. Innanzitutto, va sottolineato che la legge istitutiva del 2000 parla esplicitamente di “«Giorno della Memoria» in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti”. Nello specifico, le iniziative sono improntate a “ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”. Il lavoro viene proposto – nello spirito della legge – “affinché simili eventi non possano mai più accadere”. Le indicazioni sono chiare, e derivano da un ampio e democratico dibattito parlamentare.
Nel corso del tempo, l’efficacia di questa iniziativa è stata oggetto di analisi critiche anche severe, che hanno prodotto diversi esiti editoriali e riflessioni, spesso opportune. Come fare Memoria? Di cosa fare Memoria? In che misura produrre effetti misurabili nel tempo per una crescita tangibile della consapevolezza storica e civile nelle nuove generazioni? Sono tutti temi rilevanti, ben presenti a formatori, docenti e agli stessi studenti.
La svolta di quest’anno (in verità già visibile qua e là in precedenza, a partire dal 2024) è tuttavia particolarmente allarmante. Soprattutto all’interno del corpo docente, ma non solo, emergono due tendenze ben visibili. Da un lato la tentazione di sottrarsi al Giorno della Memoria e dedicarsi ad altro. Le motivazioni possono essere molte, spesso non esplicitate, ma sono numerosi i casi nei quali docenti e dirigenti scolastici a cui vengono proposte iniziative si fanno sfuggenti adducendo scuse o semplicemente non rispondono, facendo calare un silenzio che interroga. In altri casi, vengono organizzate assemblee studentesche o momenti di formazione per docenti e studenti nei quali si propongono fin dal titolo paragoni tra l’esperienza della Shoah e odierni contesti di persecuzione.
In particolare, per quanto riguarda il conflitto in Medio Oriente il tema è quello di introdurre riflessioni più o meno ragionate relative ai grandi interrogativi etici proposti al nostro Occidente da quel che è accaduto negli ultimi due anni a Gaza, proponendo paralleli storicamente infondati tra quelle tragiche vicende – ancora oggi in atto – e la Shoah. Su questo, trovo particolarmente opportune le riflessioni di Valentina Colli recentemente pubblicate su Left .
A prescindere dalle intenzioni più o meno buone di chi organizza queste iniziative, che sono con ogni evidenza suscitate da un disagio che è reale e che attraversa docenti e studenti in questi mesi, siamo comunque di fronte a una dinamica che va chiamata per nome: distorsione. Si tratta di distorsione della Shoah e della storia, pura e semplice, magari inconsapevole o non voluta, ma che tale rimane. Il parallelismo tra la Shoah e la sua storia e quanto sta accadendo a Gaza è il frutto malato prodotto da una precisa politica di propaganda islamista che è stata diffusa nel mondo occidentale, Italia compresa. A testimonianza di ciò, esiste una montagna di documentazione consultabile, prodotta fin dai tempi del concorso per vignettisti satirici indetto da Ahmadinejad all’inizio del millennio (ma si può andare più indietro nel tempo), per proseguire con Durban e con i testi ideologici prodotti da Hezbollah in Libano e da Hamas in Palestina.
Intendiamoci: Gaza è il frutto di una strategia ideologica e militare che ha prodotto una inaccettabile campagna di distruzione materiale e umana. Quel che è accaduto sta cambiando il volto del Medio Oriente e il dibattito anche interno alla società israeliana e a quella palestinese è feroce. Gli esiti sono incerti. Di certo, almeno in ambito israeliano, ci saranno commissioni d’inchiesta simili a quella Commissione Kahan che nel 1983 indicò quali corresponsabili del massacro di Sabra e Shatila Begin, Sharon, Eitan e diversi ufficiali israeliani. Non c’è dubbio che il 7 ottobre sia stato il frutto di una catena di negligenze politiche, operative e militari gravissime. Le responsabilità verranno accertate, come in ogni democrazia liberale che si rispetti. Gli autori di quel massacro (i dirigenti di Hamas e gli operativi di quell’organizzazione e della Jihad) stanno pagando, a migliaia. Si è trattato a tutti gli effetti dell’attentato più esplicito e devastante del radicalismo islamista a ebrei e occidente, più grave in termini operativi dell’11 settembre. Il non averlo impedito è responsabilità di molti: la comunità dell’intelligence (che di sicuro sapeva), il governo e l’esercito israeliano (che hanno sottovalutato la minaccia, a essere benevoli), l’Egitto (che vedeva e sapeva) e in definitiva tanti altri. Le conseguenze – come ho scritto – sono state e sono devastanti a Gaza, che è stata quasi totalmente rasa al suolo. Ma la connessione con la Shoah?
Certo che gli insegnanti sono “turbati”, come potrebbe essere diversamente. E, certo, il discorso va affrontato. Il lavoro sulla Memoria della Shoah è stato condotto per decenni compiendo errori di metodo e di merito, ma andava fatto e va fatto ancora, possibilmente evitando di commettere altri errori. Tuttavia, l’utilizzo del termine Gaza nell’ambito del lavoro sulla Memoria della Shoah è anch’esso un errore, e un insulto. Proponendo questa associazione lessicale (Gaza/Memoria della Shoah) si confondono i piani storici, si appiattiscono le differenze ideologiche, si decontestualizza, si confonde la dialettica vittime/persecutori, si azzardano giudizi storici sulle dinamiche politiche del presente (delle quali nulla è chiaro). Il mestiere dello storico è bello, e ha un senso se è rigoroso. Significa che abbiamo bisogno di fonti certe, di ricerca, di apparati critici, di possibilità di comparazioni. Su Gaza tutto ciò manca perché: a) gli avvenimenti sono in corso d’opera; b) perché la conoscenza delle lingue della relativa documentazione sfugge ai più (arabo, ebraico, iraniano); c) perché guardare a Gaza con gli occhi dello storico occidentale distorce e applica modelli mentali, sociali e religiosi che nei fatti hanno un carattere neocoloniale e non sempre sono appropriati per quel contesto.
Lavorare con gli insegnanti e con gli studenti, affrontando apertamente il tema della difficoltà di riflettere sulla Memoria della Shoah di questi tempi è importante, e con ogni evidenza non ha a che fare solo con Gaza. Si tratta di una sfida da cogliere. Tuttavia, l’attenzione alle parole e il rigore nella loro scelta è una premessa necessaria a cui non si può derogare, neppure nei titoli dei seminari.
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