Storia

Il comunismo della porta accanto (e il nostro)

22 Marzo 2026

Esiste ormai una letteratura piuttosto ampia sui crimini compiuti dal comunismo in Albania. Tra gli altri, meritano di essere letti senz’altro Libera di Lea Ypi (Feltrinelli) e Le favole del comunismo di Anita Likmeta (Marsilio). Ma ora abbiamo anche l’edizione italiana di Fango più dolce del miele di Margo Rejmer (Keller). L’autrice, polacca, non è una storica, ma una reporter, e lo si avverte: il libro è asciutto, essenziale e potente come un reportage da un Paese in guerra. Rejmer convoca dei testimoni, ma scegliendoli tra coloro che più hanno sofferto la violenza del regime. Non necessariamente i dissidenti e gli anticomunisti. Nell’Albania di Hoxha bastava poco per finire il galera per anni: anche solo lamentarsi al mercato della qualità dei pomodori. Dopo averla isolata progressivamente dal mondo intero, rompendo i legami prima con la Russia e poi con la Cina, alla ricerca di una fedeltà assoluta al marxismo-leninismo, Hoxha aveva fatto dell’Albania una enorme prigione, in cui nessuno poteva mai sentirsi davvero al sicuro, compresi gli stessi membri della classe politica, che da un momento all’altro potevano cadere in disgrazia, vittime della paranoia del dittatore. Una società nella quale chiunque, compresi i propri parenti più cari, poteva essere una spia. E non sempre per scelta. Poteva succedere, come documentato da Rejmer, che un uomo accettasse di diventare una spia per impedire che gli uomini del Partito violentassero sua figlia davanti ai suoi occhi. E dunque non c’era situazione sociale che fosse serena e libera dalla paura. Bastava qualsiasi frase che potesse essere interpretata come una critica anche solo velata al Partito per avere la vita distrutta, così come bastava avere delle scarpe un po’ più vistose per attirare le attenzioni su di sé, in un contesto in cui la migliore strategia per sopravvivere era uniformarsi, essere grigi e invisibili.

Hoxha, afferma lo scrittore Ridvan Dibra, uno degli intervistati da Rejmer, “si fece in quattro per forgiare un nuovo uomo albanese, ma finì per creare un mostro che, dopo la sua morte, si lasciò rapire dal capitalismo, ignorando ogni regola, pronto a tutto pur di arricchirsi il più in fretta possibile” (p. 142). L’impressione, leggendo queste ed altre testimonianzea, è che il comunismo in Albania abbia semplicemente distrutto la società. Una realtà in cui non è letteralmente possibile fidarsi di nessuno e in cui per salvarsi si può essere costretti anche a prendere le distanze dal proprio coniuge non ha nulla della società: è un universo concentrazionario esteso su grande scala. E non si può fare a meno, chiuso questo libro, chiedersi come può essere possibile che vi sia ancora oggi chi rivendica, con orgoglio, il comunismo.

Qualche anno fa ho preso a Tirana, su una bancarella sul fiume Lana, L’eurocomunismo è anticomunismo, un libro di Hoxha del 1980 pubblicato in italiano da 8 Nëntori, la casa editrice del Partito specializzata nella saggistica. La tesi era quella del titolo: l’eurocomunismo, avendo abbandonato il marxismo-leninismo per posizioni più democratiche e adeguate ai tempi, aveva semplicemente tradito il comunismo. Non era solo non comunista: era anticomunista. In cosa si distingueva dalla socialdemocrazia? In nulla, per Hoxha. Lo dimostrava, tra l’altro, la fedeltà del comunisti italiani alla Costituzione. Che è la Costituzione di un Stato borghese. “L’ardore con il quale i revisionisti italiani difendono la Costituzione del loro Stato capitalista, – scriveva – dimostra che essi non possono concepire alcun sistema sociale all’infuori del sistema borghese esistente, all’infuori delle sue istituzioni politiche, ideologiche, religiose e militari” (p. 201).

E qui è la risposta. In Italia non abbiamo avuto Hoxha, né Stalin, né Pol Pot. Abbiamo avuto Berlinguer, che era una brava persona, per dirla con Gaber. Abbiamo avuto Gramsci, che si può non condividere, ma verso il quale non è possibile non provare una viva simpatia. Sappiamo che il Partito Comunista ha rispettato le regole democratiche anche più dei suoi avversari democristiani, che erano pronti a scatenare una guerra civile in caso di perdita delle prime elezioni; e sappiamo che la Democrazia Cristiana ha governato spesso senza alcun rispetto della democrazia, della giustizia e della stessa vita umana. Sappiamo che il comunismo era l’idea – l’ideologia – di molti tra i migliori uomini di cultura italiani del Novecento, anche se il rapporto di diversi di loro con il Partito fu tutt’altro che semplice.

Quando un italiano si dichiara comunista, rivendica questa tradizione. Ma si può continuare a chiamare tutto questo comunismo? È una questione in parte nominale, ma non irrilevante. Perché le parole portano con sé la storia, e la storia del comunismo è anche quella raccontata da Margo Rejmer: prigione, tortura, campi di lavoro, sospetto. Paura. Fino alla distruzione dei legami umani e sociali. La difficoltà non è tanto giudicare il passato, quanto trovare un linguaggio adeguato per il presente. Se esiste una tradizione politica che vuole coniugare uguaglianza e libertà, giustizia sociale e diritti, essa ha bisogno di dirsi in modo diverso, per non restare prigioniera delle proprie ombre. Definirsi eurocomunisti, ad esempio, significherebbe rivendicare quella differenza che per il dittatore era un tradimento del marxismo. O, se quel termine appare oggi anacronistico, ci si può dire comunisti democratici. O ancora, come fa Emiliano Brancaccio in un saggio recente, libercomunisti (Libercomunismo. Scienza dell’utopia, Feltrinelli, 2026).

Quanto all’altro, al comunismo senza aggettivi, quale progetto totale di ingegneria sociale, sappiamo cosa è stato: e bisogna odiare molto la vita per vedervi ancora oggi un modello di organizzazione sociale. Lbri come Fango più dolce del miele non servono soltanto a raccontare ciò che è stato, ma a ricordare ciò che può accadere quando un’idea, anche nata in nome dell’emancipazione, smette di confrontarsi con la realtà concreta degli esseri umani e sviluppa i dispositivi di disumanizzazione propri delle ideologie totalitarie, religiose o politiche che siano.

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