Storia
“La forza dell’empatia. Una storia dei diritti dell’uomo”, di Lynn Hunt
Un saggio che inserisce la biologia nella storia per spiegare la nascita e l’evolversi del concetto di diritti umani.
Pubblicato per la prima volta in Italia nel 2010, quest’anno è uscita una ristampa di La forza dell’empatia. Una storia dei diritti dell’uomo (titolo originale Inventing Human Rights: A History) di Lynn Hunt, docente all’Università della California, edito da Laterza, traduzione di Paola Marangon. Un saggio impreziosito da illustrazioni, note esplicative e di potenziale interesse per differenti categorie di analisti: psicologi, giuristi, storici. La sua originalità risiede anche in questo.
Sullo sfondo di lenti ma radicali cambiamenti intervenuti a livello di senso comune, inteso come “collettore di nuovi modi di sentire individuali”, Lynn Hunt si domanda se sia del tutto casuale la pubblicazione dei tre più grandi romanzi epistolari – Pamela (1740) e Clarissa (1747-1748) di Samuel Richardson e Giulia (1761) di Jean-Jacques Rousseau – nel periodo immediatamente precedente la comparsa del concetto di diritti dell’uomo. Tra i sentimenti presi in esame c’è in particolare e come si intuisce dal titolo, l’empatia. Uno stato d’animo tanto universale quanto stratificato. Di norma, l’empatia si apprende in giovane età mentre la biologia assicura una predisposizione essenziale; ciò nonostante ogni cultura le conferisce un’impronta specifica. Il suo sviluppo avviene comunque tramite l’interazione sociale e le forme che tale interazione assume esercitano un’influenza significativa. Fu nel XVIII secolo, appunto, ovvero con la nascita del romanzo borghese che i lettori e le lettrici impararono ad ampliare la loro visione dell’empatia. Leggendo, l’immedesimazione nei personaggi oltrepassava i limiti sociali tradizionali tra nobili e comuni cittadini, tra padroni e servi, tra uomini e donne, forse persino tra adulti e bambini. Di conseguenza, finivano per vedere gli altri come se stessi, come se provassero lo stesso tipo di emozioni interiori. Senza questo processo di apprendimento l’uguaglianza non avrebbe potuto assumere un significato profondo e in particolare non avrebbe avuto alcuna conseguenza politica.
La capacità di identificarsi al di là delle divisioni sociali può essere stata acquisita in vari modi e non si può certo affermare che la lettura dei romanzi sia l’unico. Eppure la lettura dei romanzi è sintomatica, sia dal punto di vista cronologico sia perché nei romanzi indicati non esiste un punto di vista esterno all’autore, come accadrà invece nel romanzo realista del XIX secolo, semplicemente perché tale punto di vista emerge dalle idee espresse nei carteggi dei personaggi. I “curatori”, come si facevano chiamare Richardson e Rousseau, creavano un forte senso della realtà proprio perché la paternità dell’opera si nascondeva nello scambio di lettere. Ciò permise di accentuare la sensazione di immedesimazione, come se il personaggio fosse reale, non immaginario. Le protagoniste, sottolinea l’autrice, sono tutte di sesso femminile e gli autori di sesso maschile. Le eroine erano più affascinanti perché la loro autonomia non poteva esplicarsi appieno in quel periodo storico. Le donne, come sappiamo, godevano di scarsi diritti giuridici separati dai padri o dai mariti. Chi leggeva trovava la ricerca di indipendenza da parte dell’eroina particolarmente struggente, perché capivano le restrizioni che tale tipo di donna subiva.
Anche la Gran Bretagna e le sue colonie nordamericane si muovevano sulla stessa linea e il potere patriarcale vecchio stile subì un declino. Dal Robinson Crusoe di Daniel Defoe (1719) all’Autobiografia di Benjamin Franklin (scritta tra il 1771 e il 1788), gli autori inglesi e americani esaltarono l’indipendenza come virtù cardinale. Il romanzo di Defoe sul marinaio naufragato fornì un vademecum su come un uomo poteva imparare a provvedere a sé stesso.
I mutamenti ci furono, specifica l’autrice, anche nella vita reale. I giovani pretendevano sempre di più di compiere le proprie scelte matrimoniali, sebbene le famiglie esercitassero ancora grandi pressioni su di loro, come si poteva notare in qualsiasi romanzo la cui trama riguardasse proprio quest’aspetto (per esempio il già citato Clarissa). Cambiarono inoltre i metodi adottati per allevare i figli. Gli inglesi, per esempio, smisero di fasciare i neonati prima dei francesi ma continuarono a picchiare i ragazzi nelle scuole più a lungo. Negli anni Cinquanta del Settecento le famiglie aristocratiche inglesi smisero di utilizzare i meccanismi di sicurezza per guidare i primi passi dei figli, li svezzavano prima e, poiché non erano più fasciati, i bambini impararono presto ad usare la toelette: chiari segni della maggiore importanza data all’indipendenza.
Quindi, le situazioni altrui considerate come proprie e tramutate in esperienze vissute avrebbero sensibilizzato l’opinione pubblica su tematiche legate alla schiavitù e alla tortura ispirando inoltre e soprattutto, secondo la teoria esposta, la stesura della Dichiarazione d’indipendenza americana (1776) e della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (1789).
La stessa Hunt, in conclusione di La forza dell’empatia. Una storia dei diritti dell’uomo individua i limiti e le difficoltà dell’imporsi dei diritti in questione, in un capitolo dal titolo rivelatore: «Il debole potere del senso di umanità». Questo perché altrimenti non si spiegherebbero il razzismo, il sessismo, l’antisemitismo, il sovranismo. Ad affossare i diritti sono state le guerre mondiali. Ad affossare i diritti sono e sono stati i regimi. È proprio l’idea di diritti umani, afferma la studiosa, che “per ironia della sorte” ha portato a forme virulente di rivendicazioni. Dunque, la verità dei diritti umani è che possono essere paradossali, ma la loro importanza sta nell’essere “evidenti di per sé”.
Lynn Hunt (foto tratta dal sito dell’Università della California – Ucla)

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