Teatro
Il Muro del Pianto e della Vergogna nella Terra Promessa
“Come gli Uccelli”, dramma di Wajdi Mouwad, messo in scena dal Mulino d’Amleto, con la regia sensibile di Marco Lorenzi fotografa l’impossibile pace in Israele. “Anche se è una scommessa persa in partenza bisogna continuare a credere nel sogno di vivere insieme”
CAGLIARI _ La Terra Promessa è diventata Maledetta. E’ qui che avanza il nuovo dis/ordine mondiale seminando morte e distruzione, portando nel suo fardello il sangue di migliaia di uomini, donne. E di bambini che non vedranno mai l’alba dei vent’anni. L’odio, seminato a lungo, ha prodotto il genocidio ed è diventato faglia che allontana le genti spingendo sempre più verso il baratro. Dalla terra del Giordano a tutto il Medio Oriente si allarga un conflitto che rischia di essere mondiale. Hannah Arendt l’aveva intuito e ora è un dramma che, devastando le coscienze, è diventato furia cieca attraversando le vicende di popoli segnati da una maledizione. Palestinesi, israeliani. Il luogo del disaccordo è un angolo di terra e mare nel Mediterraneo: non c’è dialogo dove si costruiscono muri. Non c’è pace dove si toglie l’acqua e si affamano le persone. Salta fuori con prepotenza dalle pagine di un libro, “Come gli Uccelli” (edizione Einaudi, tradotto da Monica Capuani che è anche la drammaturg dello spettacolo), scritto con lucida rabbia dal franco libanese Wajdi Mouawad, direttore artistico del parigino Theatre de la Colline: pagine che fanno male perché possiedono il sapore amaro di una verità nascosta e scomoda eppure chiara, trasparente e beffarda. Ora sono al centro di un allestimento coraggioso del Mulino d’Amleto (nel 2021 allestì una indimenticabile riduzione teatrale del film “Festen” di Thomas Vinterberg) il cui regista, Marco Lorenzi – che come pochi sa fare un teatro popolare di qualità – l’ha affidato a un sensibile e bene amalgamato corpo di attori che ne ha composto un atto teatrale doloroso e necessario.
“Come gli uccelli” è uscito così dalle righe tipografiche per diventare materia viva in palcoscenico: tragedia alla maniera di un greco, sia Sofocle o Euripide. Informa mostrando i contorni di una querelle antica e recente, e indica il torbido laddove si annidano carnefici e artefici del Male.
L’arte di Marco Lorenzi, asciugando l’originale, lo ha sezionato e scarnificato fino a condurlo a essenzialità da giorno del giudizio. Ed è un quotidiano da fine del mondo, quello in cui si agitano figurine di donne e uomini intrappolate dentro vissuti stravolti, ricordi cancellati, memorie falsate. (Queste producono stupore, dolore e disperazione). Niente è normale e nulla è come appare. Il passato avanza fino a travolgere il presente. Ciò che era ieri è diventato l’oggi: un tempo confuso senza padri, senza madri.
In “Come gli Uccelli” il filo della storia si dipana seguendo il ritmo di quattro tempi (battezzati con diversi uccelli: quello della bellezza, del caso, malaugurio e anfibio) sviscerando nell’arco di tre ore, mezzo secolo di vite intrecciate.

Una trama intricata ma che, pur nell’essere straordinaria, appare credibile nell’attuale Israele. Echeggia il tempi della vendetta e delle guerre. Quelle vinte e perse. Un lungo elenco di date che si snocciola come un rosario di cicatrici. 1967, la guerra dei Sei giorni; 1973, Kippur e Moshe Dayan; 1982, prima guerra libanese, Strage di Sabra e Chatila; 1987, prima Intifada; 2006, seconda guerra libanese; 2012, Striscia di Gaza… e in mezzo omicidi, terrorismo, violenze… Qui, nei giorni della Pasqua (2013) sbarca da New York una coppia di innamorati, lui ebreo, Eitan (un ispirato Federico Palumeri), è un genetista, lei di origini mussulmane, Wahida (un’intensa Barbara Mazzi) prepara una tesi universitaria su di un diplomatico marocchino, al Hassan ibn Muhammas al Wazz (Al Wazzan è interpretato da Said Esserairi) rapito dai pirati nel sedicesimo secolo e donato al pontefice Leone X che, dopo averlo battezzato, lo accolse nella sua corte. Tutto inizia nella Grande Mela, metropoli che tutti accoglie e ingloba. I due giovani faranno amicizia in una biblioteca e si innamoreranno. Entrambi alle spalle radici e culture differenti. Mondi che non comunicano e sono nemici. Lo chiarisce in modo esplicito ad Eitan – che voleva annunciare ai suoi il fidanzamento con Wahida – il padre David (un inappuntabile Elio D’Alessandro), ebreo ortodosso arrivato a New York dalla Germania, per celebrare la Pasqua con la madre Norah (Rebecca Rossetti) e il nonno Etgar (un elegante Alexandar Cvjetkovic, mentre nei panni del giovane Etgar è il bravo Raffaele Musella).
Il padre spiega perché è contrario.
“… Lo dico, sì, smetti di contraddirmi, ecco non è ebrea! Non è della nostra cerchia, del nostro giardino…”.
David si appella al “dovere”. E’ il richiamo alla famiglia, all’essere dentro una tradizione di cui resta soprattutto il mito: essere parte di un tutto che separa ed è separato dal resto.
Eitan si ribella, difende la sua scelta…
“L’unica trasmissione che esiste -dice al padre – è genetica, e la genetica è sorda, cieca a ogni emozione, a ogni dolore! Non è nel sangue, non è nella carne! E nella testa…”.
Più avanti, maggiormente esplicito.
“… diciamo ai bambini “trasmissione” perché “assassinio” non si dice, gli diciamo “memoria”, bagaglio degli antenati, “responsabilità del passato” e li uccidiamo! Perché è una sofferenza, uno strazio senza fine! Come spiegare altrimenti che non si impara niente? Che si ricomincia di generazione in generazione? Se i traumi segnassero qualcosa nei geni che trasmettiamo ai nostri figli, credi che il nostro popolo oggi farebbe subire a un altro popolo l’oppressione che ha subito lui!”.

In questo preambolo sta la chiave degli sviluppi che verranno. Per i protagonisti di “Come gli uccelli” saranno cambiamenti tali da sconvolgere le loro vite. Iniziando da Wahida ed Eitan. Quest’ultimo, in attesa che la fidanzata passi il controllo di passaporto, è tra le vittime di un attentato nel ponte di Allenby, o King Hussein Bridge, valico di frontiera tra Israele e Siria, unico passaggio dei palestinesi di Cisgiordania per il resto del mondo. Nella guerra dei Sei giorni, nel giugno 1967, inizio dell’occupazione israeliana, furono oltre trecentomila i palestinesi in fuga a passare da qui. In un reportage di due anni fa (5 febbraio 2024) Chiara Cruciati inviata del quotidiano “Il Manifesto” a Gerico descrive il posto e racconta come “arrivando al confine da Amman, mentre si sprofonda verso il punto emerso più basso della Terra e i timpani si chiudono, il senso del mondo che è stato separato lo dà la Valle del Giordano. Verdissima e lussureggiante sul lato della Giordania, desertificata in quello palestinese: la confisca delle risorse idriche, i mancati permessi per scavare pozzi, le colonie agricole israeliane che monopolizzano l’acqua hanno privato la zona più fertile della Palestina, della sua ragion d’essere, enorme cesto di frutta e verdura per una popolazione intera”.
La scena è essenziale. Pochi oggetti, dei tavoli, qualche sedia. Sulla scena troneggia un grande muro (del Pianto? della Vergogna?) che viene mosso dagli stessi attori come quinta girevole, confine invalicabile, tabula rasa dove ricostruire il passato e leggere il presente. Tutto accade al di qua e al di là del muro. E’ il posto di guardia dove c’è Eden (una convincente Francesca Osso, anche nel ruolo di Leah da giovane), la soldatessa israeliana che controlla e ispeziona con senso sadico Wahida, sottoponendola a un persecutorio fuoco di fila di domande. Eden è personaggio solo apparentemente minore, in realtà fondamentale per leggere i tormenti di chi vive con amletico disagio l’attualità del suo Paese: da una parte è braccio armato del Grande Fratello che tutto vuole conoscere e controllare, dall’altro è una giovane israeliana in crisi davanti alla strategia dell’apartheid, della separazione che è razzismo, possibile porta di ingresso al genocidio. La colonna musicale fornisce un perfetto contrappunto all’incedere del dramma. Suoni di atmosfera mediorientale senza cadere nel folk e nella interpretazione world nell’efficace design sonoro di Massimiliano Bressan. Da segnalare, tra i motivi l’emozionante “You don’t have to go” di War on Drugs e l’aerea “The Host of Seraphim” dei Dead Can Dance che spinge in alto la temperatura emotiva del dramma.

L’ospedale dove Eitan è stato ricoverato in coma, a Gerusalemme, è il luogo dove approderanno da Berlino, prima i genitori, e poi il nonno. Per ultimo chi li ha avvisati, Leah (una energica Irene Ivaldi) madre di David e un tempo sposa di Edgar da cui si separò rimanendo in Israele, mentre Edgar e David si trasferirono in Germania. La donna si è chiusa al mondo. Roccia impenetrabile al confronto, custodisce un segreto. Leah sa. Leah conosce ciò che è stato taciuto. Riguarda il figlio David. Lo svelerà al nipote, aprendosi anche a Wahida che andrà al di là del ponte per incontrare la propria gente. Ritrovare le radici, la lingua, conoscere il dolore dell’identità. Scegliendo di stare lontano dalla famiglia di Eitan che nel frattempo, risvegliato dal coma dovrà confrontarsi con le origini del male, toccando con mano quel Muro che si è interposto tra le genti e reso impossibile anche l’amore.
L’intreccio è tra grande e piccola storia, mescolamento di Dna e lotta fratricida, religioni e vuoto delle parole d’ordine con le quali l’uomo uccide il proprio simile. Uomo o donna che in comune hanno quarantasei cromosomi. Da una parte o l’altra del ponte di Allenby sopra il fiume Giordano.
Wahida: “Sono andata dall’altra parte del Muro, ho girovagato nella polvere della Palestina e ho avuto la sensazione di tornare a casa. Ho dormito da gente che non conoscevo e quando mi hanno chiesto il nome di mio padre sono scoppiata in lacrime. Dalla sua morte non avevo ancora mai sentito pronunciare così bene il mio nome, Wahida, Wahida, perché piangi? Piango la dolcezza di mio padre. Forse fu per sentire di nuovo il canto del suo nome che Wazzan tornò a casa… La notte era la guerra, all’alba a seppellire i morti, piangere i vivi, lavare i dolori, i lutti, i terrori. Nessuno ti vuole consolare. La rabbia va tenuta viva, il nemico va odiato”.
Davanti a Eitan in coma, prima del risveglio, c’è un rimescolamento di destini: la separazione dei figli dai padri e dalle madri. L’orologio torna indietro, ad una sera al termine di un rastrellamento in un villaggio palestinese: in una casa deserta, dentro un armadio un bimbo di pochi mesi, avvolto in una kefiah, stava all’interno di una scatola di scarpe. I grandi occhi fissano il volto del soldato che lo porta via. Così Mohamed è diventato David.

Nel microcosmo familiare del macrocosmo pubblico, le diverse comunità, lo Stato, il Paese, i Paesi, come nella pièce, mescolano le lingue: arabo, yiddish, inglese, tedesco… L’identità non è solo un fatto linguistico: non può essere il pretesto per allontanare l’Altro cancellando uno status più grande: è nelle differenze che si cela l’uguaglianza di mondi diversi. L’altro, gli altri siamo noi stessi. E’ il mondo, la nostra contemporaneità, e viaggiano nella direzione di una diversità che è ricchezza.
Chi si oppone a tutto ciò va in direzione contraria alla vita. Chi nega il dialogo, distrugge i ponti e costruisce casematte per rinchiudere la propria gente compiendo atto di superbia. Cancella la compassione e azzera il diritto ad esistere. Distruggendo le case, cacciando le genti dai campi, uccidendo uomini, donne e bambini costringe a una guerra perenne. I nomi sono quelli che tutti conoscono. Sono a capo di eserciti possenti e guidano i loro paesi verso la carneficina. Un delirio apparentemente senza fine che, dopo aver cancellato Gaza, continua a divorare come un Moloch vite umane. Battezzando il massacro con nomi che rivelano il loro vero scopo di sterminio. E’ Epic Fury con cui gli Usa di Trump e Israele di Netanyahu, ricercato dalla Corte Penale Internazionale con l’accusa di crimini di guerra, stanno compiendo nell’attacco contro l’Iran, illegale e fuori dal diritto internazionale. E’ quello di Eternal Darkness, cioè l’Oscurità Eterna: come si chiama la recente aggressione nei confronti del Libano da parte dell’Idf di Bibi che, con l’obiettivo di colpire Hezbollah, distrugge le abitazioni uccidendo i civili.
Fa pensare anche a questi recenti fatti di cronaca lo straordinario testo di Mouwad e la sapiente e attenta messa in scena di Marco Lorenzi e il suo Mulino d’Amleto, fondato nel 2009 con Barbara Mazzi che anche solo pochi giorni fa al Teatro Massimo di Cagliari, per la stagione allestita dal Cedac, ha ricevuto applausi a scena aperta per oltre cinque minuti. “Come gli Uccelli” parla al cuore, racconta i conflitti in diretta e pone interrogativi,
Lo spettacolo ha debuttato alla fine del 2023, un attimo prima che il conflitto in Palestina evolvesse verso la distruzione completa o quasi di Gaza, e che l’IDF eliminasse Hamas. Ha continuato a girare per le città d’Italia come un memento, un monito che precorre il dramma. L’8 settembre 2016, sette anni e un mese prima del 7 ottobre, giorno in cui è avvenuto il massacro di oltre un migliaio di israeliani da parte di Hamas nei kibbutz al confine con Gaza (e dopo il quale, per inciso, si sono dimessi diversi responsabili dei servizi di intelligence ed esercito tranne la massima autorità statale, il presidente Bibi Netanyahu) viene pubblicato un articolo scritto dal columnist e scrittore Ari Shavit nel quotidiano liberal israeliano “Haaretz”. E’ un’autocritica che non fa sconti. L’articolo dell’autore del libro “La Mia Terra Promessa “(Trionfo e Tragedia di Israele)” si apre in questo modo: “Forse tutto è perduto. Forse abbiamo superato il punto di non ritorno. Forse non è più possibile porre fine all’occupazione, fermare gli insediamenti e raggiungere la pace. Forse non è più possibile riabilitare il sionismo, salvare la democrazia e dividere la terra”.

Tornando a chi, come Hannah Arendt, filosofa, scrittrice (autrice de “La banalità del Male. Eichmann a Gerusalemme”) e politologa tedesca naturalizzata americana, aveva visto in anticipo la direzione che avrebbe preso lo stato di Israele a guida sionista, ecco come lo racconta un’altra filosofa, impegnata in studi di genere e scrittrice, Judith Butler, titolare della cattedra proprio di Arendt presso la European Graduate School, parte dell’Advisory Board di Jewish for Peace intervenendo il 26 ottobre del 2023 all’incontro di “Democracy Now!”. Intervistata da Amy Goodman, giornalista investigativa e attivista statunitense, Judith Butler risponde alla domanda su quale posizione avrebbe espresso oggi la stessa Arendt.
“Ci sono diversi aspetti nel pensiero di Hannah Arendt – risponde Judith Butler – ma direi che fu molto perspicace quando nel 1948 scrisse che fondare lo Stato di Israele sul principio della sovranità ebraica era un terribile errore, che avrebbe prodotto un conflitto di carattere militare per i decenni a venire. Arendt sosteneva una soluzione con due nazioni, una struttura pluralistica, in cui persone ebree e palestinesi potessero convivere in una qualche forma di uguaglianza. Non sono sicura che avesse piena- mente elaborato questa idea, che in parte mutuava da Martin Buber. Ma pensava che nessuno Stato potesse basarsi su una forma di sovranità etnica o religiosa senza risultare in una deportazione per tutte le persone non appartenenti a quella religione o etnia. In un certo senso prevedeva che Israele avrebbe prodotto una massiccia classe di rifugiati e che si sarebbe impantanato in un conflitto per gli anni a venire.
Ed è anche per questo che dobbiamo ribadire il diritto al ritorno. Non arriveremo alla radice del problema finché i milioni di persone palesti- nesi le cui famiglie hanno vissuto in esilio forzato per tutti questi anni non saranno prese in considerazione e non sarà dato loro un riconoscimento, una riparazione, un modo per onorare il diritto al ritorno”.(n. 55 di“Liberazioni”. Traduzione di Federica Timeto).
Perché questo possa accadere, interrompendo la catena di odio e vendetta ci sarebbe bisogno di molti altri incontri come quello tra Wahida ed Eitan. E’ l’amore il vero “game changer”, quello che potrebbe modificare l’attuale realtà cambiando il senso stesso della vita. Forse è per questo che Wajdi Mouwad, come epigrafe del testo ha richiamato l’Antigone” di Sofocle.
Creonte: “Un nemico, anche dopo la morte, non diventa mai un amico”. Antigone: “Io sono fatta per amare, non per odiare”.
Eden, la poliziotta israeliana raggiunge Wahida.
“…..Volevo davvero scusarmi per quello che è successo. E’ contro tutto quello che mi è stato insegnato. Non me lo aspettavo. Prima che esplodesse tutto, tutto è esploso quando ho posato la mano sulla tua pelle ed è stato come all’improvviso niente di quello che conoscevo avesse più senso perché niente contava più, solo quella dolcezza. Volevo continuare ad accarezzarti e tenere dentro di me quel momento, capisci?. Quando succede una cosa del genere , non è possibile che duri un solo istante e poi scompaia dalla tua vita per sempre…”

Ma si può andare contro gli insegnamenti e il volere della propria tribù? Anche quando si deve rinunciare al proprio amore? E’ questo il prezzo da pagare per cambiare?
Lo spettacolo apre a ventaglio una problematica ampia. Ogni personaggio si guarda dentro per ritrovare se stesso. Wahida deve ripartire da zero. E così Eitan. Sono giovani ma hanno bisogno di compiere in solitudine l’ultimo miglio prima di ritrovarsi.
Eitan: “Alza la testa, Che cosa vedi?”
Wahida: “Gli uccelli”.
Eitan: “Gli uccelli, E allora non ti tratterrò. Gli uccelli vanno e vengono da ogni lato di questo Muro, quando sono laggiù, sono laggiù, quando sono qui, sono qui. Chi potrebbe dire il contrario? Ma ci sono degli uccelli quantici, laggiù e qui allo stesso tempo, comparsi come noi nell’istante del Big Bang, che volano sempre sul mezzogiorno dei due mari. Te lo giuro!Sarei un pazzo a lamentarmi. Due anni di felicità. Che fortuna per uno come me. Da quando abbiamo disceso quelle scale, ogni secondo passato era un secondo guadagnato perché lo passavo con te, e anche quello che passa qui, così amaro, qui e ora. Da te ho preso tutto come un dono, ogni carezza, ogni bacio, e ogni giorno, te lo giuro, mi sono tenuto pronto a questo momento in cui mi avresti lasciato. L’ho atteso come si attende la morte: ce un giorno arriverà. Ma per quanto ci si tenga pronti, non serve a niente. E inghiottirò il Mar Morto tutto intero tra poco, quando tu ti alzerai e te ne andrai”.
“Come gli Uccelli” di Wajdi Mouawad, consulente storico Natalie Zemon Davis, traduzione Monica Capuani, adattamento Lorenzo De Iacovo e Marco Lorenzi. Regia di Marco Lorenzi, con Federico Palumeri, Francesca Osso, Barbara Mazzi, Irene Ivaldi, Rebecca Rossetti, Aleksandar Cvjetković, Elio D’Alessandro, Said Esserairi, Raffaele Musella. Scenografia e costumi Gregorio Zurla, disegno luci Umberto Camponeschi, disegno sonoro Massimiliano Bressan, vocal coach e composizioni originali Elio D’Alessandro, video Full of Beans – Edoardo Palma & Emanuele Gaetano Forte. Un progetto Il Mulino di Amleto, spettacolo prodotto con il sostegno di A.M.A. Factory, Elsinor Centro di Produzione Teatrale, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Teatro Nazionale di Genova, TPE – Teatro Piemonte Europa, in collaborazione con Festival delle Colline Torinesi, con il sostegno di Bando ART-MAVES Produzioni 2022 e 2023 della Fondazione Compagnia di San Paolo.
Lo spettacolo andrà in scena al Teatro Era di Pontedera dall’ 11 al 12 aprile 2026
Teatro Giordano di Foggia dal 14 al 15 aprile
Teatro Curci di Barletta dal 17 al 19 aprile

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