Teatro

Una vita che ci riguarda tutti: Amelia Rosselli

Uno spettacolo – libretto e musica di Fabrizio De Rossi Re – rievoca la vita e il suicidio di Amelia Rosselli.

12 Febbraio 2026

Scrivere è chiedersi come è fatto il mondo

quando sai come è fatto

forse non hai più bisogno di scrivere

per questo tanti poeti muoiono giovani

o suicidi.

Un autoritratto, una premonizione o una rassicurazione scaramantica Il suicidio di Amelia Rosselli sembra già prefigurato nella storia della sua vita, o ancora prima, in quella della sua famiglia: destinata, da chi poteva decidere della loro vita, all’estinzione, o quanto meno al tentativo di estirparla dalla Terra. L’assassinio del padre Carlo, uno dei tanti crimini perpetrati dal fascismo italiano, voluto anzi dallo tesso Mussolini – come 13 anni prima quello di cui fu vittima Matteotti – ma già! il fascismo ha fatto anche cose buone, si dice da parte di immemori laudatores temporis acti, cosa buona, per esempio, spiare e registrare in un dossier ogni movimento degli eventuali oppositori, trovare il modo di liberarsene se possibile o utile, con un confino, come per Antonio Gramsci, per Cesare Pavese, per Carlo Levi, e tantissimi altri, Emilio Lussu, Sandro Pertini, Ernesto Rossi, Altiero Spinelli, e, continuità sbalorditiva, un simile dossieraggio continua ad essere praticato anche dal Ministero degli Interni dell’Italia liberata e diventata una Repubblica democratica, magari i sospettati non appartengono più a vecchi antagonisti, ma ad altri schieramenti, non più agli oppositori di un tempo, comunisti, socialisti, liberali, che sono adesso membri del Parlamento, ma a nuovi movimenti politici, Lotta Continua, Potere Operaio, sospetti se non invisi anche agli antifascisti di un tempo, come dimostrano le ricerche di Raffaele Pittella, Università di Roma Tre, sinteticamente enunciate nella relazione pronunciata al convegno internazionale Un echeggiare violento, tre giorni di studi su Amelia Rosselli, parallelo allo spettacolo L’inferno, tessuto da mani perfette, che è andato in scena al Teatro Palladium di Roma, mercoledì 11 gennaio, e il cerco si chiude, la sfera ruota nell’orbita dei conflitti di potere che ancora affliggono il Bel Paese e il Mondo intero – il barbaro omicidio di Carlo Rosselli a Parigi, nel 1937, quando la figlia Amelia, in famiglia chiamata Melina, aveva sette anni, segnò per sempre la sua vita, sentiva e vedeva persecutori, spie, agenti segreti dappertutto, fino all’ultimo giorno, da bambina e da ragazza persecutori fascisti, da donna ormai adulta agenti della CIA, servizi segreti italiani: la davano per pazza, per visionaria, e la curavano con gli elettrochoc, tanti, che avrebbero reso demente anche una più forte e lucida di lei, ma lei sopravvisse, e anzi restò lucidissima, perché non mentiva, non aveva allucinazioni, esagerava solo un po’, ma era davvero inseguita, spiata, controllata, il salto dalla finestra la liberava da tutto questo:

La felicità è un micro-organismo

nell’interno dell’infelicità

nel cimitero

non sa smettere di essere felice.”

e adesso da quel giorno sono passati 30 anni. 30 anni senza Amelia Rosselli. ma il convegno, organizzato dall’Università della Sapienza di Roma e dall’Università di Roma Tre, rovescia l’assenza in presenza e dice sì, è stato davvero Un echeggiare violento (il tonfo, la caduta) ma, come recita il sottotitolo, Trent’anni con Amelia Rosselli, non senza, e lo spettacolo immaginato da Fabrizio De Rossi Re, L’inferno tessuto da mani perfette, ci fa perciò ripiombare addosso appunto questo grido, questo insulto all’infelicità, che è il segno più potente che Amelia Rosselli ha lasciato a tutti coloro che le sono sopravvissuti e che sopravviveranno. Si pensa al terzo stasimo dell’Edipo a Colono di Sofocle:

“Non essere nati, è il pensiero

che vince tutti gli altri; ma una volta che si è venuti alla luce,

tornare presto là da dove si è venuti

è senz’altro il secondo pensiero migliore”.

(Terzo stasimo, 1224-1228, traduzione mia)

o la conclusione del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia di Leopardi:

“…

forse in qual forma, in quale
stato che sia, dentro covile o cuna,
è funesto a chi nasce il dí natale.

Fabrizio De Rossi Re intorno alla vicenda e alla poesia di Amelia Rosselli scrive un bellissimo libretto, in cui cita versi della poetessa e brani del saggio che Andrea Cortellessa ha scritto su di lei, Con l’ascia dietro le nostre spalle, Roma, Electa, “Oilà”, 2024. È una sorta di laica rappresentazione, per critico letterario, attrice, soprano e pianoforte a tre voci, di fatto una cantata a tre voci, il Narratore, lo stesso Cortellessa, che legge brani dal proprio saggio, una voce recitante, ch’è l’attrice, bravissima, Diletta Masetti, il soprano, duttilissimo e assai avvincente, Maria Chiara Forte, e il sostegno di un pianoforte, al quale è impegnato lo stesso De Rossi Re.

La regia e le proiezioni dei video, tra i quali l’apparizione improvvisa, quasi l’evocazione tragica di un testimone del passato, o l’apparizione di un fantasma, è la visione di Amelia Rosselli che legge una propria poesiasi pensa al fantasma di Dario nei Persiani di Eschilo, o di Polidoro nel Prologo dell’Ecuba di Euripide – sono affidate a Lorenzo Letizia. Voci che parlano e voci che cantano sono immaginate da De Rossi Re come diversi modi di intonare i suoni vocali di una partitura. Quasi un’attuazione dell’idea che Rosselli aveva della poesia: una regolata costruzione musicale. Una problematica della forma poetica è stata per me sempre connessa a quella più strettamente musicale, e non ho in realtà mai scisso le due discipline, considerando la sillaba non solo come nesso ortografico ma anche come suono, e il periodo non solo come un costrutto grammaticale ma anche un sistema“, dichiarava infatti la poetessa. Vi si aggiungono visioni che proiettano immagini di poligoni quasi sferici o giochi di figure che mutano come in un caleidoscopio, disegni della poetessa, scritture che prendono via via corpo con segni dapprima indecifrabili ma che prendono infine l’aspetto di lettere e di parole. Le tre voci s’incarnano nel corpo intero degli interpreti, che appaiono ciascuno solo quando parla, recita, canta, e così pure il pianista, ch’è lo stesso compositore e ideatore dello spettacolo, e, come s’è accennato, autore anche del libretto.

In questo modo la realtà sonora e quella visiva s’integrano e formano un’unica partitura, l’espansione dell’astratto disegno del poligono che alla fine prende quasi la forma di una sfera, da una parte, e l’emergere della voce del Narratore, alla quale succede l’andamento ritmico delle poesie dette dall’attrice per insinuarsi infine nel canto del soprano, che trasvola dalla cantilena popolare all’irta emissione di un canto che ricorda gli esperimenti delle avanguardie europee del secondo novecento, ma senza mai travalicare il confine di una percepibile continuità melodica, formano un’unica, gigantesca partitura insieme visiva e sonora come se la figura prendesse suono e il suono si facesse figura.

Difficile inserire questa musica in uno schema riconoscibile di avanguardia o di ricostruzione – qualcuno direbbe restaurazione – del senso armonico e melodico di una tradizione che perfino le avanguardie più spericolate sembravano più che disdegnare rimpiangere – si pensi a certa vocalità struggente di Nono, accattivante di Berio, misticheggiante e perfino seducente di Stockhausen – , se mai verrebbe da dire che sia una musica che insegue il gesto teatrale, la significazione narrativa, in ogni caso una musica per la quale l’intenzione di suggerire un significato, un’emozione, è più forte di quella di scandagliare l’inusitato o di sbalordire per l’arditezza dello scandaglio sonoro: non un momento in cui si perda il senso della rappresentazione, che si sta sulla scena per dire qualcosa, si avverte anzi continua la tensione di un messaggio tragico, Montale, altro poeta, direbbe “il male di vivere”, meno astratta, più attaccata anche a una tradizione del sotterraneo che emerge inaspettato, siano I Ching siano i cortocircuiti del linguaggio – “we have newly learned to sin, to sing”, abbiamo di nuovo imparato a peccare, a cantare (ma l’inglese stordisce con l’allitterazione sibilante “to sin to sing”), Amelia Rosselli ci assale con la violenza dell’inevitabile, inevitabile anche l’ultimo gesto di rifiuto della vita, come una necessità iniettata nel sangue non già alla nascita, ma ancora prima, all’atto del concepimento, i Greci lo avrebbero chiamato fato – come per Edipo – noi moderni, più a corto di spiegazioni, potremmo dirlo fine della sopportazione, il limite oltre il quale niente è più possibile. Appunto, come lo dice lei stessa: “tanti poeti muoiono giovani o suicidi”. Non un solo momento in cui la tensione – del testo, della musica e della rappresentazione – si sia distesa, la commozione attenuata. Per la bravura, certo, dello scrittore e del compositore, di tutti gli interpreti, anche di chi recitava sé stesso, il compositore al pianoforte, il critico davanti al leggio, e attrice, soprano l’una più intensa, più struggente dell’altro, anch’essi, attrice e soprano, critico e compositore, figure sul pentagramma di una stessa e di un’unica partitura, e pertanto, alla fine, quando sulla scena si fa buio, conquistato, travolto, sopraffatto, dopo un attimo di silenzio, il pubblico esplode in un fragoroso, compatto e lunghissimo applauso.

Commenti

Devi fare login per commentare

Accedi

Gli Stati Generali è anche piattaforma di giornalismo partecipativo

Vuoi collaborare ?

Newsletter

Ti sei registrato con successo alla newsletter de Gli Stati Generali, controlla la tua mail per completare la registrazione.