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La cosa migliore del documentario su America’s Next Top Model sono i titoli di coda
Il documentario Netflix su America’s Next Top Model promette rivelazioni e resa dei conti con il reality di Tyra Banks. Non tutte arrivano. Ma alla fine si vede la cosa più interessante: le ex concorrenti, finalmente lontane dal ruolo che la tv aveva scritto per loro.
La cosa migliore del documentario su America’s Next Top Model sono i titoli di coda
È piuttosto variegato il frammento di mondo che aspettava con interesse l’arrivo su Netflix di Reality Check – Inside America’s Next Top Model. C’è chi è cresciuta guardando il talent in cui Tyra Banks insegnava al mondo a diventare modelle a colpi di determinazione e fierezza. C’è chi ha scoperto ANTM durante i lockdown del 2020 e, ipnotizzata e inorridita, ne ha commentato ogni scorrettezza ed elencato su TikTok ciascuna delle molteplici ragioni per cui era un programma problematico. C’è anche chi, come me, in un pomeriggio d’estate di tanti anni fa si è imbattuta per caso nella clip di un’altissima, goffa e insicura ragazza che davanti all’obiettivo si trasformava in qualcosa che lasciava lei stessa incredula, si è incuriosita e poi è finita intrappolata per sempre.

Lo confesso: negli anni dieci ho recuperato e guardato tutti i cicli (non stagioni: quelli di ANTM si chiamavano “cicli”) di America’s Next Top Model, usandoli come antidoto al caldo, allo stress, alla solitudine e al carico mentale, e non me ne pento. Da persona poco interessata alla moda e ancora meno ai reality quale ero e tuttora sono, ho assorbito nozioni di book, casting, styling, passerelle e servizi fotografici. Tutte cose che potevo benissimo scoprire con più realismo e competenza uscendo di casa, visto che vivevo a Milano, o chiacchierando con le colleghe della moda nella rivista in cui lavoravo allora, ma io ho preferito la versione di Tyra: caotica, caciarona, improbabile e irresistibile. Nonché imbottita di messaggi sull’empowerment. Questa donna bellissima e vivace che arrivava dritta dal serioso mondo della moda, appartenente alla stessa generazione delle splendide ma silenziose supermodel degli anni ’90, non stava mai zitta e non faceva che parlare di coraggio, fierezza, autodeterminazione. Ne parlava alternando solennità e comicità, prendendo e prendendosi in giro, e ribadendo regolarmente il suo punto di vista di donna afroamericana. All’epoca, lo confesso, mi ha fregato.

Regina delle gif nell’epoca d’oro di Tumblr, imperatrice dei neologismi, nostra signora dello smize, Tyra Banks ha condotto per 23 gloriose stagioni America’s next top model prima di involarsi verso altre avventure imprenditoriali (ultima delle quali la creazione di una catena di gelaterie in Australia. Perché, why not). Il programma aveva una formula semplice: una dozzina di ragazze, scelte tra migliaia di candidate, passavano insieme un periodo sotto lo stesso tetto, imparando a sfilare e posare, accettando drastici restyling di immagine, affrontando prove di vario tipo e ogni settimana, dopo un servizio fotografico e una valutazione del panel di giudici, una di loro veniva eliminata. L’ultima rimasta, incoronata America’s Next Top Model, vinceva una campagna pubblicitaria, il contratto con un’agenzia e la gloria. O quasi. Di anno in anno, con l’aumentare del budget e poi con l’ansia di non crollare con gli ascolti, i makeover si facevano più estremi, le prove più assurde (sfilate dentro maxibolle di plastica galleggianti, abiti fatti di carne o di capelli, servizi fotografici in sospensione o da un precipizio), il format più elastico e sfilacciato. Nel tentativo di sfidare il tempo che passava e i gusti del pubblico che cambiavano, prima di andare in pensione il programma aveva sfornato un’edizione petite (solo modelle di bassa statura), una all star, una surreale “edizione college” – ottima occasione per Tyra Banks per sfoggiare il master-lampo conseguito ad Harvard – e un’altrettanto improbabile “modelle inglesi contro modelle americane”, fino alle ultime, anonime due o tre edizioni aperte anche agli uomini.

ANTM era e rimane un prodotto ibrido, nella cui ambivalenza abitavano la lodevole intenzione di insegnare l’artigianato del mestiere di modella e di aprire lo sguardo a modelli estetici sottorappresentati e una pratica non sempre consequenziale, quando non contraddittoria rispetto alle premesse di base. Era un talent che mescolava storie di riscatto e giochi di parole, momenti di vapidissimo nonsense e inutile seriosità, tentativi di celebrare la non conformità estetica, sessuale, sociale, etnica e grossolane mancanze di tatto, quando non veri e propri abusi. E proprio questi sono finiti sotto la lente della generazione Z quando la pandemia ha costretto tutti a fermarsi e Youtube a sfornare contenuti. Il 2020 è stato l’anno del rewatch di America’s Next Top Model e della sua messa alla gogna.

Ed è appunto dopo quasi 6 anni di youtuber su youtuber intenti a vivisezionare ogni singolo errore della trasmissione che arriviamo a Reality Check: inside America’s Next Top Model, sorta di resa dei conti che prometteva “the tea” da parte degli ex giudici/conduttori e, potenzialmente, un’ammissione di colpa da parte di Tyra Banks. Che non c’è stata. Ma andiamo con ordine. Il documentario in 3 puntate, diretto da Daniel Sivan e Mor Loushy, porta a casa due oggettivi (e tristissimi) scoop, ma è nel complesso piuttosto modesto, molto al di sotto delle aspettative. Ritroviamo alcune delle modelle di allora nei panni di oggi, ciascuna intervistata singolarmente e ciascuna con la propria versione dei fatti. Ritroviamo gli iconici personaggi delle prime stagioni (il makeup artist Jay Manuel, il “diva coach extraordinaire” Jay Alexander e il fotografo Nigel Barker), più o meno segnati dal tempo e più (Barker) o meno (Alexander e Manuel) pentiti di diverse proprie affermazioni e scelte discutibili, come la pessima idea di fare blackface in non uno ma ben due servizi fotografici (ed eravamo negli anni zero del Duemila, non del Novecento), il costante invito alle aspiranti modelle a “mandare giù” sgarbi e segnali di disagio pur di andare avanti nella competizione e il body shaming rituale. E poi troviamo Tyra.

Inghiottita da un trench dal vago sapore di spia anni ’50, che poco si adatta alla ripresa in studio, e apparentemente meno spumeggiante di come la ricordavamo, Banks non mostra in realtà grande contrizione. Non che ce la aspettassimo, ma un po’ più di senso del tempo, e della responsabilità, forse sì, quella ce l’aspettavamo. E invece quel «Non ho mai parlato… ma ora è il momento» anticipato nel trailer ufficiale, che prometteva ammissioni o rivelazioni, si sgonfia in un serie di generiche frasi fatte che sembrano rimbalzare nella stanza vuota dell’intervista, cadere a terra e venire subito spazzate via. «Quelli erano i tempi», «Eravate voi che volevate quella tv lì», «Io lo facevo per preparare le ragazze alla vita vera». Le scappa solo un “Mi dispiace boo boo”, rivolto idealmente a Keenyah, una partecipante della quarta stagione che durante un servizio fotografico era stata molestata da un modello davanti a tutti, lo aveva fatto presente ed era stata criticata per questo. Niente “Mi dispiace boo boo” a favore di telecamera (ma Banks dice di essersi già scusata con lei in passato) per Danielle, spinta a sottoporsi un’operazione dentistica estetica per chiudere uno spazio tra gli incisivi che lei aveva più volte detto di amare e chiesto di poter mantenere (e nonostante il fatto che a un’altra concorrente fosse invece stato imposto di allargare la propria fessura fra i denti). Nessun “Mi dispiace boo boo” alle molte ex concorrenti, vincitrici e non, che hanno scoperto a posteriori che essere passate da quel talent show era in realtà un ostacolo alla carriera, una sorta di barzelletta nel mondo della moda, altro che trampolino di lancio. Ma soprattutto niente “Mi dispiace boo boo” per Shandi, concorrente della seconda edizione ripresa dalle telecamere durante un rapporto sessuale di cui ricorda poco o niente perché ubriaca. E poi di nuovo ripresa mentre confessava al fidanzato al telefono di “averlo tradito”. E infine data in pasto a una puntata intitolata, con raggelante cinismo, “La ragazza che ha messo le corna”.

Ecco il primo, terribile scoop di Reality Check: alla fine della prima puntata, una poco riconoscibile Shandi racconta di quella notte in cui le poche ragazze rimaste, in visita a Milano per dei casting, avevano organizzato una festicciola casalinga con dei ragazzi assunti dalla produzione come accompagnatori/autisti. Shandi, che allora aveva 21 anni, racconta della grande stanchezza dopo un giorno in giro per casting in una città dall’altra parte dell’oceano, dell’alcol bevuto, di un bagno tutti insieme nell’idromassaggio, e poi di una certa confusione. «La cosa che mi ricordo dopo è che a un certo punto eravamo nel letto e lui era sopra di me». Le telecamere riprendono tutto, nessuno pensa a intervenire, piuttosto la seguono quando va in bagno ed entra ella doccia con uno dei ragazzi, perché le riprese in bagno erano proibite, ma solo se una ragazza era da sola. Se invece era in compagnia di qualcuno che si stava verosimilmente approfittando del suo stato alterato, evidentemente, l’accesso era libero. Nella puntata andata in onda il tutto viene proposto agli spettatori (e a Shandi stessa) in una cornice non solo di consensualità, ma quasi di peccato. Quando, il giorno successivo alla possibile violenza, ci viene mostrata Shandi che si sveglia disperata e piangente, il messaggio implicito che arriva dallo schermo è “L’ha fatta grossa” e “Si è pentita”, non certo “È stata vittima di abuso”. Quando Shandi telefona al fidanzato per raccontare della notte, vediamo e sentiamo tutto: lei rannicchiata per terra che singhiozza disperata, lui che singhiozza disperato a sua volta, ma poi fra un singhiozzo e l’altro la chiama “stupid bitch” (Shandi racconta del documentario che cameramen e tecnico del suono si scusarono per averla dovuta riprendere in quel momento). E visto che evidentemente non bastava, la puntata (il cui titolo, lo ricordiamo, era “La ragazza che ha messo le corna”) mostra anche un’edificante scenetta in cui Tyra Banks, in in versione sorella maggiore, affronta il tema del tradimento e di quanto questo sia doloroso per chi lo subisce. Shandi racconta che dopo l’eliminazione dal programma tornò dritta a lavorare alla cassa del Walmart e che i tentativi di ricucire la relazione con il ragazzo si infransero anche perché “per strada la gente mi urlava che ero una tr*ia”.

La seconda rivelazione del documentario riguarda Jay Alexander. Assieme a Jay Manuel formava la coppia dei “due Jay”, laddove uno, il più gender conforming, era Mr Jay e l’altro Miss Jay. Manuel ricorda come, all’epoca, il fatto di formare una piccola squadra, sostenendosi a vicenda, fosse molto importante. Entrambi gay, entrambi non caucasici, con un’estetica – soprattutto Alexander – non conforme a quella allora dominante, ricoprivano un ruolo di primo piano nella trasmissione e facevano parte di quell’aspirazione “sovversiva” che aveva inizialmente America’s Next Top Model, la parte più virtuosa del suo modello. Jay Manuel era il truccatore di Tyra Banks, mentre Jay Alexander era stato voluto sempre da lei per la sua reputazione di impeccabile insegnante di camminata in passerella, per la personalità flamboyant e l’umorismo asciutto. Nei primi anni zero, prima ancora che debuttasse RuPaul’s Drag Race (da noi noto come come America’s Next Drag Queen e iniziato nel 2009) e un universo prima degli attuali dibattiti sulle drag queen nelle scuole, non era per nulla scontato vedere in televisione quel tipo di personaggio. Alexander sfoggiava gambe affusolate su tacchi a spillo, maniche a sbuffo, spillette luccicanti, capigliature maestose e battute taglienti su tempi comici perfetti, e soprattutto non era una macchietta. Serenamente sé stesso in mezzo a ragazze spaesate, spesso arrivate dalla profondissima provincia, era lì in virtù delle proprie competenze e di un’incontestabile presenza scenica. La stessa che troviamo oltre vent’anni dopo la sua prima apparizione nel talent, assieme al solito aplomb che però, scopriamo solo alla fine, questa volta è affiancato da una rigidità fisica ed espressiva che gli derivano dai postumi di un ictus. Colpito nel 2022, è rimasto a lungo paralizzato e gli si incrina la voce quando spiega cosa significhi non poter camminare quando hai costruito la tua identità professionale e artistica sulle passerelle. Al suo fianco, però, troviamo Barker e Manuel, evidentemente ancora amici pur essendo stati frettolosamente tagliati dal programma a cui lavoravano insieme più di 15 anni fa. Quanto a Banks, invece, Alexander dice di essere ancora in attesa di una sua visita.

In conclusione, esattamente come il programma a cui è dedicato, e benché privo della verve che invece caratterizzava quest’ultimo, il documentario Reality Check: Inside America’s Next Top Model non ha un’identità sola e può essere letto e interpretato in più modi. Ha il pregio di non fare exploitation – e in questo è a una galassia di distanza dal reality di Tyra Banks – e anche quello di dare voce a tutti, assieme alla possibilità di scusarsi, spiegare, correggere il tiro. Se lo si vuole, e qualora il montaggio finale decida di mostrarlo. Ha forse il difetto di trattare con la stessa serietà personaggi e situazioni che invece sono molto diverse tra loro, e se è naturale provare rabbia, dolore ed empatia per la storia di Shandi, forse i toni drammatici andavano un po’ smussati nel descrivere la delusione per non essere diventata una supermodel di Danielle (che peraltro ha avuto una notevole carriera come modella, anche se il documentario non ne parla). E in questo forse il documentario sconta anche una tempistica di uscita poco felice: lasciando di nuovo da parte il caso di Shandi, per il resto le testimonianze delle ex concorrenti in merito a episodi di umiliazione, pressioni psicologiche e sfruttamento dell’immagine finiscono inevitabilmente per essere percepite in modo diverso in un momento storico in cui stanno emergendo con forza, e con ben altra gravità, storie di abusi sistemici come quelle legate agli Epstein Files, che coinvolgono ragazze e donne della stessa età e dello stesso periodo. Non è certo una gara a chi ha sofferto di più, né una ragione per sminuire esperienze personali che possono essere state dolorose; ma è possibile che, per lo spettatore di oggi, abituato a confrontarsi quotidianamente con racconti di violenze molto più estreme e affetto quasi da una sorta di compassion fatigue, alcune espressioni di contrizione e amarezza risultino sproporzionate rispetto al contesto in cui vengono presentate.

La cosa più bella, però, è vedere come tutte le ex protagoniste siano uscite dal personaggio bidimensionale che era stato loro affibbiato dal programma. Quelle ragazze-figurine, plasmabili e quasi interscambiabili (e qui sì, purtroppo, che troviamo un rimando con il mondo dell’orrore di Epstein) sono diventate donne con una voce, una storia e un’identità. Lo si vede lungo tutto lo scorrere del documentario: non sono più oggetti da guardare sullo schermo, ma soggetti che non inseguono più l’approvazione dei giudici del programma o degli spettatori da casa. E nei titoli di coda riappaiono tutte, ciascuna con la propria vita di oggi e una sicurezza che nessuna di loro mostrava ai tempi del reality. Shandi Sullivan, 43 anni, oggi produce gioielli e creazioni handmade a tema gatti, conduce un podcast sul cinema horror e sogna di lavorare con gli animali a tempo pieno. Keenyah Hill, 40 anni, insegna a posare e sfilare e fa mentoring per aspiranti modelle. Danielle Evans, 40 anni, dopo una carriera notevole ha lasciato le passerelle, ha lanciato una linea di cappelli artigianali e scritto un libro. Whitney Thompson, 38 anni, ha lavorato con successo come modella e poi si è ritirata per aprire una gelateria in Florida. Ebony Haith, 41 anni, lavora nel settore immobiliare ed è anche attrice. Shannon Stewart, 41 anni, ha lavorato a lungo come modella e oggi è speaker e podcaster in ambito religioso. Giselle Samson, 42 anni, lavora come attrice e performer. Joanie Sprague, 43 anni, è content creator, carpentiera e ristrutturatrice. Infine Bre Scullark, 40 anni: dopo diversi lavori come modella e attrice e qualche problema di dipendenza, oggi è, tra le altre cose, insegnante di yoga, che porta anche nelle carceri assieme a programmi di mentoring, e ha un’associazione che si occupa della riabilitazione di ex detenuti. E se empowerment significa qualcosa, forse è proprio questo.
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