Violenza e Immaginario – la Posta del Cigno Nero (parte 1)

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30 Ottobre 2020

Caro Cigno nero,

ti scrivo in merito ad una riflessione fatta sulle vicende di cronaca di questi giorni. Il tema è: sopraffazione e violenza. Mi interrogavo sul fascino che esercitano sull’uomo, basti pensare al mito dell’eroe positivo della cinematografia che, esercitando violenza e sopraffazione, sgomina “orde di cattivi” suscitando emozioni di approvazione e ammirazione nello spettatore. Per spiegarmi, è come se la violenza, per quanto aborrita da tutti “sulla carta”, ci seducesse intimamente (o ancestralmente, o primitivamente) dettando solo un confine etico su motivazioni e/o squilibrio delle parti e non sull’atto in sé deplorevole.

Insomma, ho avuto la percezione che ci sia nella società una specie di doppia natura, una parte logica che rinnega la violenza e una parte più inconscia, primitiva, che ne subisce il fascino. Cosa ne pensa il Cigno Nero?

Luisko

 

 

Caro Luisko,

che l’aggressività ci appartenga è un fatto noto. Già per gli antichi greci tutto ciò che esiste origina proprio dalla tensione tra i principi  di Odio e Amore, e Freud metterà in luce la stessa partita durissima tra Eros e Thanatos nella vita individuale di tutti noi fin dai primi mesi della nostra esistenza.

Per quanto familiare in questo senso, la violenza ci appare sempre straordinaria, forse perché si presume ci siano, nell’arco di ogni vita, spazi di negoziazione che permettano di direzionarla e convertirla.

Se ho compreso bene, le tue domande sottendono anche un assunto: che non esistano una violenza buona e una cattiva, perché se così fosse marcheremmo “solo un confine etico” in merito a un “atto in sé deplorevole”.

Oltre che sull’atto – perché verrebbe da chiedersi quanto anche le parole (individuali, della politica, piuttosto che del marketing) sappiano essere ostili, o quanto possa essere violento il non avere un lavoro, né una casa – potremmo interrogarci su quello che definisci “solo un confine etico”. Dov’è esattamente? Non necessariamente dentro quelli dello Stato; ce lo dicono le dittature, ma anche gli stati democratici, i cui uomini hanno ucciso Cucchi e Floyd, o che lasciano morire in mare migliaia di vite. Saremmo tutti concordi nel collocare questi esempi al di fuori del confine etico, sebbene dentro i confini dello Stato? È possibile che la coralità venga a mancare nell’ultimo caso, come se poi omettere (un soccorso, nello specifico) non fosse anch’esso un agire. Vedere quel confine non è dunque così banale, anche perché ci sono realtà che, al contrario, pur usando la violenza, non possono non collocarsi dentro il confine etico eppure al di fuori dello Stato: i difensori curdi del Rojava o la Resistenza, per citare due esempi.

Basterebbe forse fare i conti con una questione determinante, cioè salvaguardare e celebrare la pari dignità, il pari valore dell’esistenza di ogni vita. Ed è una questione talmente nodale che sarebbe riduttivo relegarla al “solo” confine etico.

Riflettevi sugli ultimi casi di cronaca: cosa c’entrano con questo discorso?

Judith Butler sottolinea il legame tra struttura e individuo, che non è affatto scontato: viviamo con altri, conosciuti o anonimi che siano, mai da soli, e la nostra umanità si costruisce sull’umanità degli altri con cui abitiamo il mondo. L’uccisione di Willy Monteiro Duarte non è un episodio isolato di cronaca. La nostra umanità occidentale, per quanto democratica sulla carta, nasconde una violenza strutturale di fondo: provvedimenti, azioni, e soprattutto omissioni, ci dicono chiaramente che le vite delle persone non hanno lo stesso valore. Ci dicono che ci sono vite che valgono di meno.

Soprattutto in un momento storico in cui il nostro io rimane muto, si fa sempre più fragile e evanescente, questa disuguaglianza offre l’occasione per dargli un minimo di vigore. Come? Costruendoci un nemico, diceva Eco, seppure potenziale, che sia diverso, per razza, religione o appartenenza sessuale. È autoaffermazione per differenza, e più la rimarco, anche con la violenza, più mi illudo di sapere chi sono.

Siamo disuguali e portiamo avanti questa disuguaglianza. Lo facciamo come protagonisti e conniventi dell’ennesimo femminicidio, come pestatori del migrante o della persona LGBT; lo facciamo perfino quando, aiutando vulnerabili e bisognosi, non mettiamo neppure in dubbio che la nostra bontà possa minimamente avere a che fare con un paternalismo di fondo, che è invece del tutto funzionale alla violenza strutturale della disuguaglianza. Servirebbe un interrogarsi radicale per scoperchiare i nostri pregiudizi e credenze, perché è da lì che muovono le nostre emozioni e dunque le nostre azioni.

Come uscire da questa spirale evitando ulteriore violenza? Butler ci presenta una nonviolenza molto diversa rispetto alla mera passività che solitamente le attribuiamo. Si tratta di una nonviolenza militante, perché indica un agire altrimenti, uscendo dal regno dei fini e dei confini (individuali o nazionali che siano), ma anche dalla logica dei mezzi. Se NiUnaMenos, Pride, Black lives matter restano sacrosanti per le cause che portano avanti, Butler evoca contestualmente un movimento collettivo “di appartenenza senza identità”, ed è tale perché non sposa una causa in particolare, anzi non ne sposa nessuna nella misura in cui, non essendo finalizzato, le abbraccia tutte.

Si tratterebbe di uno spazio così ampio e  spaesante da richiedere un grosso sforzo al nostro immaginario: differenze, fragilità e prospettive, non più identitarie, trarrebbero slancio propulsivo esclusivamente dalla condivisione reale, collettiva, creativa e concreta. La potenza trasformativa che ne verrebbe sarebbe forse l’unica via impossibile per rendere possibile il possibile: riconoscere che le vite hanno lo stesso valore, così come le morti hanno lo stesso valore.

Scrive Caroline Emcke, filosofa tedesca e Premio per la pace, che “nella resistenza civile all’odio rientra […] anche la riconquista degli spazi della fantasia”

 

E se il confine della violenza fosse il confine dell’immaginazione?

Irene Merlini

 

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Photo by Charl Folscher on Unsplash
TAG: amore e odio, cultura della violenza, diritti lgbt, disuguaglianza sociale, etica, femminicidio, Judith Butler, migranti, nonviolenza, pari dignità, violenza
CAT: diritti umani, Filosofia

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