Unioni Civili. Un compromesso al ribasso annunciato come svolta epocale

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2 Marzo 2016

Giovedì scorso il Senato ha approvato con un voto di fiducia il maxi-emendamento sul ddl Cirinnà (o quel che ne resta) con 173 voti favorevoli, blindando di fatto un provvedimento che, conti alla mani, dopo le defezioni del movimento 5 stelle, rischiava seriamente di essere affossato. Il premier Renzi si è detto soddisfatto definendo “storica, la giornata che resterà nella cronaca di questa legislatura e nella storia del nostro Paese”. Tanto più per “aver legato, con la fiducia, la permanenza in vita del Governo a una battaglia per i diritti” avendoci “messo la faccia e rischiato l’osso del collo”.

Tuttavia, l’approvazione del ddl è stata accolta tiepidamente, non solo dalla stampa estera (FT, Guardian, Bbc) che ha parlato di provvedimento “annacquato”, ma dai tanti sostenitori che si sono visti consegnare un provvedimento diverso da quello iniziale, soprattutto dopo lo stralcio dell’articolo sulla “stepchild adoption”. Non sorprende tale reazione se si considerano i tanti, troppi, errori commessi da tutte le parti lungo il percorso travagliato del ddl Cirinnà.

In principio, Renzi aveva dichiarato più volte che sarebbe stato auspicabile optare, in vista dell’approvazione del disegno sulle unioni civili, per un iter parlamentare “classico” che desse la possibilità all’aula di esprimere liberamente la propria opinione sui vari aspetti toccati dalla legge, tramite una discussione aperta. Con il voto di fiducia sul maxi-emendamento che ha, di fatto, eliminato la famigerata stepchild adoption, l’obbligo di fedeltà e molti altri riferimenti al matrimonio, il governo ha impedito che si svolgesse il naturale corso della discussione in aula dei vari articoli previsti dal ddl. In altri termini, l’aver posto la questione di fiducia ha “alterato” le reali posizioni dei senatori, aldilà della propria appartenenza politica, soprattutto di coloro che, tra le fila dell’opposizione, più volte non avevano fatto mistero di voler sostenere tale provvedimento.

Venendo, poi, all’asse PD-M5S con cui le due forze politiche pare avessero raggiunto una presunta intesa sull’emendamento premissivo del senatore Marcucci, che avrebbe fatto decadere molti degli emendamenti presentati dalle opposizioni, soprattutto dalla Lega, mi preme fare due considerazioni. Se è vero che il PD godeva dell’appoggio del M5S, come testimoniano le parole della senatrice Cirinnà e ancor più il testo del messaggio di Airola dato in pasto alla stampa, i grillini avrebbero dovuto tener fede alla parola data, anziché tirarsi indietro all’ultimo minuto compromettendo seriamente la tenuta del provvedimento. A quanto pare ha prevalso la strategia politica di non passare come la “stampella” del PD, nonostante le premesse fossero di ben altro tipo. La rottura PD-M5S è avvenuta alla vigilia della bocciatura da parte del presidente del Senato Grasso del suddetto emendamento Marcucci, lasciando attonita sia la maggioranza, che avrebbe agito diversamente se il presidente si fosse espresso in anticipo, che l’opposizione, in particolar modo il M5S che ne ha approfittato per correggere il tiro e redimersi pubblicamente.

Per quanto riguarda poi la mera conta dei voti necessari a garantire la fiducia, il PD ha dovuto inevitabilmente rivolgersi ad Alfano, alleato di governo, che ha approfittato della posizione favorevole per alzare l’asticella e chiedere ulteriori stralci, fra cui la reversibilità della pensione, provocando un’accesa reazione da parte dei democratici. Il voto di fiducia passato in Senato, non senza polemiche, ha quindi sancito il ruolo “determinante” di Alfano che, forte della sua posizione ha dichiarato: “è stato un bel regalo all’Italia avere impedito che due persone dello stesso sesso, cui lo impedisce la natura, avessero la possibilità di avere un figlio. Abbiamo impedito una rivoluzione contro-natura e antropologica e credo sia stato un nostro risultato“. Parole inaccettabili, pesanti come macigni, che hanno provocato l’indignazione di tanti parlamentari dem fra cui Speranza, che ha replicato al ministro sostenendo che “l’unica cosa contro natura di questi giorni è stato l’oscurantismo di chi non vuol riconoscere l’uguaglianza dei diritti delle persone”.

La vera sconfitta di questo compromesso al ribasso forse è proprio la prima firmataria del provvedimento, ovvero la senatrice Cirinnà che non ha nascosto una profonda amarezza per lo snaturamento del testo su cui tanto aveva lavorato per trovare una larga intesa. Per la senatrice “lo stralcio dell’art.5 resta un buco al cuore” ma la legge votata al senato, “seppure menomata rappresenta un primo passo avanti” da cui ripartire. In queste ore, infatti, il PD si è detto pronto a presentare alla Camera (dove gode di una più ampia maggioranza) un ddl sulle adozioni e per questo ha avviato in Commissione giustizia un’indagine conoscitiva sulla legge sull’affido e le adozioni (l.184 del 1983).

Che sia la volta buona per porre rimedio ai troppi pasticci fin qui commessi? Certo è che il siluramento mediatico da destra e sinistra a cui è stato sottoposto nelle ultime ore l’ex governatore della Puglia, Nichi Vendola, da poco diventato padre grazie alla fecondazione surrogata negli Stati Uniti, non lascia ben sperare.

TAG: adozioni, alfano, approvazione, ddl Cirinnà, grasso, m5s, maxiemendamento, nichi vendola, Pd, renzi
CAT: diritti umani, Governo

Un commento

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  1. dario-maggi 5 anni fa

    Non c’è stata una “svolta epocale”? L’autore vada a rivedersi il dibattito sui “Dico”, se era già nato.

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