Lezioni americane: la libertà di stampa è una scelta, non un obbligo

7 Novembre 2020

Anime belle, la libertà di stampa è una scelta, non è un obbligo. La interruzione della trasmissione di alcuni grandi network dell’intervento del presidente Trump solleva in Italia i vostri terrificanti Ahi Lasse!, sia che siate cheerleader di provincia del biondo tycoon sia indossiate compassate e compunte vesti intellettuali a sinistra, non prive del consueto  scaldapance del moralismo alla italiana.
Quella scelta per voi è molto, molto difficile da capire perché in voi rimane l’idea che vi sia terzietà da parte della stampa, una sorta di potere imparziale quanto il giudiziario (due imparzialità che fanno ridere un americano) e che vi sia “l’obbligo” di dare voce in modo particolare al Potere, a chi in quel momento comanda anche solo per criticarlo. Molte meno sono le battaglie che vi ho visto fare per il diritto di tribuna o per leggi sul conflitto di interessi o ancora sull’antitrust ma questa dell’incoerenza è altra tristissima italica storia.

La libertà di stampa è in primo luogo libertà di scegliere cosa pubblicare e altrettanto di scegliere cosa ascoltare e leggere. La libertà di stampa non può essere un obbligo a pubblicare perché un “obbligo alla Libertà” non può esistere e sarebbe in piena contraddizione con il concetto di libertà positiva: la Libertà è sempre una scelta e per questo è sempre in pericolo (per molti “un” pericolo) e si combatte per difenderla. Come non può essere un obbligo ascoltare o leggere. Cosa difende la Libertà di stampa dal rischio di un monopolio che è di per sé autoritario? Il mercato, bellezze! E in America (la chiamiamo così perché ci piace ed è più evocativa di Stati Uniti) il mercato della comunicazione esiste eccome perché è il riflesso della società nelle sue articolazioni. Esiste CNN e la NBC che stoppano il presidente ed esiste la FOX che lo manda in onda. Ognuno ha il suo mercato e proiettano nell’etere interessi differenti. La funzione del watchdog non è appaltata alla “stampa” tout court ma al sistema composto da una pluralità di soggetti che liberamente scelgono; con una pluralità di produttori, gli anchormen, che si spostano da un network all’altro. Con proprietà i cui interessi sono riconoscibili e direzioni editoriali che dichiarano i propri principi ispiratori. Lo stesso processo politico non è patrimonio esclusivo delle Camere o del Presidente ma affonda nelle pubblicazioni di riviste e trattati editi da importanti Fondazioni anch’esse delle più disparate ispirazioni. Nel paese che consideriamo ignorante la politica è certamente dirty tricks ma contemporaneamente ricca di cultura alle sue spalle e nelle sue diversità, anche in quelle populiste.

Soprattutto c’è l’idea che un sistema simile, pluralista grazie alla sua libertà e alla sua immediata trasparenza (ognuno di noi sa dove stanno Fox e CNN e manco siamo ammmerigani), sia una delle componenti fondamentali dei check and balance mai neutrali degli United States così ben messi alla prova dal Presidente Trump in questi quattro anni. In sintesi, la libertà anche quella di stampa cresce nel conflitto tra interessi diversi e nella mediazione dell’opinione pubblica. Una libertà di stampa che sa bene che il Presidente non è IL potere ma Uno dei poteri insieme alla Corte Suprema, alle Camere e alla miriade di eletti dagli stati alle contee. Su una sola cosa il Presidente comanda ed è nel “fare la guerra” essendo commander in chief , come ha ricordato Biden nel suo primo discorso con un accenno alle truppe dal sapore a noi così estraneo, ma non ha il potere di “dichiarare la guerra” che rimane nelle mani delle Camere.

E quale è il motivo per cui i network hanno deciso cosa pubblicare e cosa no? Per chi lo ha interrotto è la mancanza di fact checking da parte del Presidente, l’idea che il potere è responsabile in ciò che dice perché non sta al bar ma ciò che afferma deve essere provato. Il potere può anche mentire, lo fa spesso, ma non può obbligare a seguire le sue menzogne. Altri hanno ritenuto che desse voce ad un pezzo del loro “mercato” e lo hanno seguito. Nessuno si è considerato obbligato perché era il presidente a parlare. Da noi sarebbe lesa maestà (e lesa libertà, un vero cortocircuito ma tant’è)
In sintesi: il modello di libertà che nella stampa si traduce nella Libertà su cosa pubblicare e che combatte l’obbligo a pubblicare è una delle profonde diversità nell’intendere la libertà tra noi e la Costituzione del 1787.

E veniamo a noi che qui scriviamo, perché Gli Stati Generali in 6 anni di vita hanno svolto una sorta di “servizio universale” mai permettendosi giudizi o censure preventive su ciò che ho pubblicato. Certo, hanno scelto “prima” i brains con larga manica e con qualche attenzione e questo ha creato un proprio “mercato”: chi arriva qui sa che ognuno è responsabile per sé e questa responsabilità è ciò che esercitiamo quando scriviamo. Ho letto cose eccellenti e cose che non stavano ne in cielo ne in terra dal mio punto di vista, ho imparato a scegliere chi leggere e chi no, ma so che nessuno è “obbligato” a pubblicare rispetto anche titolatissima stampa autoctona. E sul web so cosa leggere e cosa no. Ma, appunto, la mia è sempre una scelta. Libera.

TAG: Donald Trump, giornalismo
CAT: diritti umani, Media

Un commento

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  1. lina-arena 11 mesi fa

    Bravo Pasotti.Siamo liberi di dire e non dire ; di dire il vero e di falsificarlo in nome di una libertà che ci compete. Il lettore , in nome della sua libertà di leggere o non leggere, potrà capire oppure ignorare. In quest’ultimo caso, felicemente perchè ha goduto della libertà personale di non leggere o di capire al contrario. Il comunismo non c’entra. E’ solo una comoda scusa.

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