70 anni di Israele, avrebbero potuto le cose andare diversamente?

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14 maggio 2018

14 maggio 1948 Ben Gurion proclama la nascita dello stato di Israele.

14 maggio 2018, così riassume le sensazioni di molti, il giornalista Gad Lerner: “È assai triste questo settantesimo anniversario dello Stato d’Israele. Netanyahu che parla di giornata “fantastica” umilia i valori dell’ebraismo e calpesta ogni speranza di pace con quelli che saranno sempre i nostri vicini”.

Questo è il titolo online del Washington Post: “gli israeliani uccidono dozzine di palestinesi a Gaza che protestano contro l’ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme. Altri 1.600 palestinesi sono rimasti feriti negli scontri, rendendolo il giorno più sanguinoso dalla guerra di Israele-Gaza dal 2014”.

Nessuna titubanza su come sono andate le cose: gli israeliani uccidono.

Nessuna ambiguità come in molti titoli della stampa italiana che parla di rivolta o di morti e feriti per mano ignota.

Certo questo anniversario ancora una volta di più ha ribadito la paralisi di qualsiasi soluzione prospettabile: due popoli due stati? Stato binazionale?

Un anniversario può essere anche l’occasione di uno sguardo critico alle vicende e alle direzioni politiche date alle cose.

Si può e si deve oggi chiedere: avrebbero potuto le cose andare diversamente?

Il 21 aprile 1982, Tullio Vinay, un pastore valdese, in quel momento senatore della repubblica, varca la soglia dell’ambasciata israeliana a Roma. Sta per ricevere una riconoscimento.

Durante la guerra è stato pastore a Firenze, membro attivo e determinato della rete che operava per la salvezza degli ebrei sottraendoli alla partenza per i campi di concentramento. Per molti anni di questa sua attività non si è saputo nulla perché lui stesso non ne ha mai parlato.

Nel dopoguerra si adopera senza sosta per la causa della pace. Nel 1947 convoca a Prali, un piccolo paesino di montagna sopra Torino, centinaia di volontari e volontarie, di provenienza geografica, politica e religiosa diversificata da tutta Europa; attraverso il lavoro comune della costruzione di un centro di accoglienza ecumenica, sotto la direzione dell’architetto Leonardo Ricci, si affrontano in spirito di riconciliazione i dolorosi strascichi del conflitto mondiale, da poco terminato.

Nel discorso all’ambasciata israeliana Tullio Vinay proclama senza esitazioni qual è la sua posizione: dalla parte di Abele. Non si schermisce: “non dimentico gli oppressi, per convenienza o per semplice cortesia”.

E viene al punto: “si può comprendere che dopo 2000 anni di dispersione e di persecuzioni gli ebrei abbiano desiderato avere una patria, ma per averla hanno dovuto toglierla ad altri. Hanno fatto pagare agli arabi le colpe degli europei e degli americani. Arriverei a comprendere questo se ne fosse seguita una politica di comprensione e di aiuto agli espropriati, ai vostri fratelli conterranei, una politica di buon vicinato, anche se rifiutati. Non c’è avversario che non possa essere vinto dall’amore. Israele ha fatto del deserto un giardino dell’Eden; perché non aiutare i palestinesi a fare altrettanto affinché il minor territorio fosse compensato dalla maggior qualità di esso?

Questa non è ingenuità, è semplicemente una politica diversa da quella abituale che manda in rovina il mondo.

Israele, invece, ha continuato con le sue annessioni, con repressioni sempre più crudeli, con rappresaglie in cui sono stati coinvolti anche le donne e i bambini.

E’ con profondo dolore che pronunzio queste parole proprio per l’amore che ho per il vostro popolo, amore che è sorto non soltanto quando eravate perseguitati e distrutti, ma anche prima. Ma per onestà verso voi e verso me, dovevo dirle”.

Ebbene sì, le cose avrebbero potuto andare diversamente in 70 anni di storia di Israele. E oggi si sarebbe raccolto un altro frutto.

Tempo solo di rimpianti quest’anniversario?

Tempo perché tutti coloro desiderano stare dalla parte di Abele ritrovino energie e forza dall’esempio dei lucidi testimoni di pace che li hanno preceduti, tralasciando convenienze o semplice cortesia. Tra questi, certamente, Tullio Vinay.

TAG: fondazione dello stato, Israele, Tullio Vinay, valdesi
CAT: diritti umani, Medio Oriente

Un commento

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  1. elefante-verde 1 settimana fa
    In esito alla guerra promossa da 5 Sati Arabi contro il neonato Stato di Israele nel 1948 circa 700.000 palestinesi fuggirono o furono scacciati, ma contestualmente anche altrettanti ebrei furono indotti ad abbandonare gli Stati Arabi. Mentre i secondi sono stati riassorbiti nelle loro nuove Patrie, non ultimo in Europa; i primi ed i loro successori vantano in gran parte ancora oggi lo status di profughi. Ciò nonostante con la guerra del 1948 Gaza fosse entrata nel dominio egiziano e la Cisgiordania e Gerusalemme Est sotto il potere del Regno Giordano; essi non integrarono i palestinesi. Parlare di "annessioni e repressioni sempre più crudeli" vedendo i torti solo da parte israeliana non è corretto.
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