Scoprirsi femminista: la mia militanza diffusa e pillole per attivisti/e

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5 dicembre 2018

La mia estate è iniziata con due presentazioni di libri che mi hanno portato a stringere relazioni presto diventate buone amicizie. Ma, soprattutto, mi hanno portato a rivalutare i presupposti della mia esistenza e le premesse del mio futuro.

Il 15 giugno conoscevo a Bologna per la prima volta Giovanni Gaetani, fresco e giovane filosofo che, come me, si è avvicinato all’UAAR (Unione degli Atei e Agnostici Razionalisti) dopo essersi reso conto che l’ateismo in un Paese come l’Italia deve potersi trasformare anche in azione politica. Anzi, Giovanni ha fatto di più: in un mondo dove gli atei sono vittime di persecuzioni e condanne a morte in 12 Paesi, ha deciso di fare di quell’attivismo un mestiere internazionale con la International Humanist and Ethical Union. Non solo,ha anche scritto un libro in cui è riuscito ad unire la profondità del pensiero dei filosofi che hanno osato mettere in dubbio Dio con la sua incessante voglia di far ridere. “Come se dio fosse Antani”, edito da Nessun Dogma, è questo e tanto altro.

Qualche giorno dopo ero a Palermo e quasi per caso andai  alla presentazione di un libro, “La crociata anti-gender. Dal Vaticano alla manif pour tous”, organizzata dal Palermo Pride. Lì ho avuto modo incontrare ottime persone e ritrovare vecchie amicizie.

Tra queste, ho conosciuto Sara Garbagnoli, che presto è diventata una amica da cui imparare tanto e con cui confrontarmi. Ma, soprattutto, un punto di riferimento per capire il fenomeno della cosiddetta “crociata anti-gender”, un mostro di controcultura reazionaria e violenta. Conoscevo il fenomeno solo per i suoi terribili effetti (come attivista a Bologna ho assistito al passaggio dei bus dell’odio in città e indirettamente ad episodi di violenza contro insegnanti e scuole semplicemente al passo coi tempi sui temi dell’affettività) e perché viene appunto approfondito nel libro di cui sopra, scritto fra l’altro a quattro mani con Massimo Prearo, altra piacevole conoscenza di questi mesi. Sia Sara che Massimo, infatti,dimostrano nel loro lavoro una strabiliante chiarezza scientifica, capace di scomporre il fenomeno e sezionarlo pezzo dopo pezzo.

In questo ritorno alla città in cui sono nato come cittadino italiano ed europeo, come persona queer, come ateo, ritrovo le origini della mia militanza e ne traggo nuova linfa vitale. Ho conosciuto per la prima volta Helena Velena, un’attivista presente in momenti importanti della storia queer italiana, la cui cultura e provocazione trascende i livelli di mera conoscibilità settoriale per raggiungere relazioni realmente interstellari! Questo incontro, in un certo senso, è stato propizio, anche considerato il fatto che fu proprio un video di Helena, postato su youtube, ad essere uno dei primi catalizzatori della mia militanza “frocia”. Anche se solo virtualmente, Helena è stata la prima persona ad avermi portato a pensare  alla possibilità di una critica della visione eteronormata dell’omosessualità, del diniego di quelle forme di normalizzazione dell’unione tra due persone dello stesso sesso ed alla decostruzione del concetto di genere. Con grandissima gioia l’ho ritrovata lì dove sono nato e dove anche grazie alle sue parole mi sono svegliato. Una forza, la sua, che ispira e trascina. Mi ha lasciato un insegnamento che mi ripeto in mente da mesi: la gioia creativa deve essere prima distruttiva, tale da rovesciare e destrutturare per generare un mondo nuovo. Parlando di Mario Mieli mi ha fatto ricordare e rendere conto di quanto il pensiero radicale deve necessariamente trattare temi di confine, per porre sfide al pensiero comune.

Sempre a Palermo ho anche avuto il piacere di ascoltare Pietro, un amico dell’ultima adolescenza, che ho ritrovo appassionato attivista e ricercatore dei temi queer, così come Enrico, un ragazzo che conoscevo appena dai tempi del liceo e che adesso scopro essere un giovane luminare degli studi di genere e della storia dell’omosessualità. Di lui mi resta questa frase: la rappresentazione egemonica è quella che rappresenta la possibilità di riprodurre il corpo sociale.

Sentenza apodittica che ha finalmente dato un senso alle tematiche che quotidianamente affronto nei miei studi e nelle attività di volontariato. In sé la frase può apparire priva di contenuto se non letta in funzione di una delle quattro marginalità sociali: la povertà, la donna, il queer, lo straniero. Ognuna di queste figure divergenti dall’ordine sociale prestabilito è accettata dal potere egemone, nella misura in cui è capace di ricreare quello stesso ordine comandante. Quindi, rispettivamente, un povero è accettato quando per mezzo dell’assistenzialismo statale rientra nella società; una donna è accettata quando emula l’uomo nell’abbigliamento e nel comportamento sul posto di lavoro, nonché quando rientra nella figura di madre e di moglie suddita del marito; il queer è accettato nella misura in cui riproduce le formazioni sociali (il matrimonio) ed i corpi (“trans che non devono sembrare trans”) dell’ordine padrone; ancora, lo straniero è accettato se si spoglia delle sue tradizioni ed accetta a pieno quelle dello Stato padrone.

Tutti questi incontri si sono trasformati in profonde riflessioni e decisioni messe in atto durante il periodo estivo e che nel corso dell’anno sono poi diventate anche decisioni. Con queste parole nel cuore sono tornato a Bologna, arricchito da rinnovate motivazioni per la manifestazione e per la piazza.

Perché è una fase politica intensa.

 

Da quando vivo a Bologna sono diventato attivista lgbtq come organizzatore del Pride di Bologna, sono un attivo membro dell’associazione per i diritti degli atei e della laicità in Italia, l’UAAR, sono un attivo difensore dei diritti dei detenuti con L’altrodiritto onlus. Sono sensibile ed interessato ai temi della Cooperazione e dello sviluppo internazionale. Questa estate, però, penso abbia segnato uno spartiacque nel mio personalissimo percorso e per questo sento il bisogno di esternarla e condividerla, quasi consapevole che possa riguardare anche molti giovani coetanei. Questa estate ho finalmente capito che mancava un tassello fondamentale, che servisse una cornice a tutte le rivendicazioni che contenevo e al mio percorso di autocoscienza.

L’impegno mi è praticamente scoppiato in mano come una palla di colori, aggiungendo molte più tinte alle idee già consolidate. Ho, ad esempio, partecipato per la mia prima volta ad una assemblea nazionale dell’associazione “Non Una Di Meno Italia”. Sono stato a Crotone, al raduno dei ragazzi delle associazioni di sinistra del mondo studentesco e universitario, per parlare di Laicità, e in quella occasione ho conosciuto comunisti e sindacalisti attivi in Calabria da tanti anni. Ho seguito un corso di diritto di asilo a Ravenna. Ho seguito con dedizione la manifestazione di arte contemporanea politicamente orientata di Manifesta Biennal a Palermo ed ho preso parte ad i piccoli eventi per promuovere lo sviluppo urbano delle periferie e del centro storico (Sos Ballarò). Ho parlato con i ragazzi di Bagheria che hanno riqualificato con successo un parco urbano abbandonato. Ho partecipato al festival di cinema lesbico Some Prefer Cake, a diverse manifestazioni in piazza, ad incontri su asilo e donne migranti con Escapes, conoscendo persone che avrei voluto conoscere tanto prima! Ho intervistato per Left Giovanni Gaetani ed abbiamo disquisito di un Ateismo 3.0, un ateismo che accolga le necessarie istanze e richieste di lotta intersezionale, che faccia un salto nello Humanism, così come ha già fatto l’associazione londinese Humanists UK. Di ritorno dall’estate ho quindi ripreso il mio viaggio nel mondo delle battaglie per i diritti umani e sono sempre più soddisfatto delle riflessioni che questo viaggio mi porta a fare.

Durante l’assemblea di NonUnaDiMeno Italia di sabato 6 ottobre, per esempio, le mie sinapsi hanno finalmente capito, o meglio carpito, un pensiero sentito e letto più volte in passato. Il pensiero che la Lotta, quella con L maiuscola, sia una, unica. Un grosso fascio di fili, che sono le piccole lotte specifiche, le battaglie per il tema specifico. Singoli fili, singole lotte tutte irrimediabilmente raccolte insieme, perché una non può prescindere dall’altra – nonostante nella realtà dei fatti associazioni e singoli continuano a lottare da soli. Noi esseri umani, piccoli e piccole attiviste, siamo solo dei più o meno timidi soffi di vita, questo non fa mai male ripetercelo. Non dobbiamo infatti dimenticarci che la Lotta è una, grande ed unica e soprattutto superiore a noi. Dobbiamo fare il grande sforzo di evitare una serie di contaminazioni pericolose tra la nostra passeggera vita e la continua ed interminabile Lotta. Evitare che la nostra vita rallenti, devi, o perfino blocchi la lotta, facendo diventare i nostri conflitti personali, i nostri protagonismi, delle fedi politiche separatiste da perseguire. Il personale è politico. Ma la battaglia è di tutt*.

Questo è uno sforzo che richiede sia il momento individuale di presa di coscienza del limite tra sentimento relazionale e sentimento politico.

Dobbiamo anche evitare, sempre per il bene della lotta, che la lotta non divori le nostre vite. Dobbiamo ricordarci costantemente della finitezza della nostra vita, diametralmente opposta alla lotta, di per sé continua e infinita. Dobbiamo ricordarci sempre che la lotta è trasversale, idealista e futurista. La nostra vita può sì essere improntata alla lotta ma questa non deve rimanere l’unico nostro metro di paragone della restante parte della nostra vita. Che va e deve essere ritagliata. Prima di tutto per egoismo personale, ma secondo poi anche per il bene della lotta stessa, a cui poter restituire solo dopo aver avuto esperienze fuori dalla lotta.
Quest’ultimo è uno sforzo che richiede un esame costante a ripetizione sistematica. Più volte respirare un po’ e poi chiedersi in  che direzione stiamo andando.

E questo è uno sforzo forse più difficile del primo, per chi  lotta da anni e non vuole più sentire le ragioni di chi non ha la sua esperienza. Soprattutto, è difficile aprire le orecchie in un periodo così intenso in Italia, in cui anni di conquiste potrebbero andare persi in un lampo.

Qualche mese fa, poi, ho avuto la possibilità di partecipare anche quest’anno al Festival Internazionale a Ferrara. Tra i tantissimi stimoli lì rinvenuti, voglio aggiungere a questo già lungo soliloquio ciò che mi ha lasciato Amira Haas nel racconto sulla vita della madre. Amira è una famosa attivista e giornalista israeliana di origini ebraiche che vive nei territori palestinesi e per questo ovviamente vessata dal suo stesso Paese. Mi ha colpito molto, nel suo racconto, sentire che sua madre, una donna ebrea jugoslava che ha vissuto gli orrori dell’Olocausto, che ha sofferto nel vedere sgretolarsi lentamente e sanguinosamente il sogno di un Paese Ebraico, che ha patito nel cuore la guerra in Jugoslavia, abbia detto “l’unica vera vittoria del nostro secolo è stata quella del femminismo”. Questa frase è stata di fatto una vera e propria wake up call, per me, perché arriva in un momento della mia vita in cui trovo nel Femminismo il vero e proprio trade union tra tutte le anime della lotta che mi compongono, il comune denominatore di antirazzismi, antifascismi, areligiosità, lotta di classe, autodeterminazione dei corpi e delle sessualità. Le istanze del tutto rivoluzionarie che sottendono al cuore del movimento femminista sono la risposta a quel disagio che ho sempre vissuto in molteplici relazioni umane, nel rapporto con le istituzioni e con gli schemi della società in cui sono cresciuto.

Concludo dunque con la realizzazione personale che “la mia lotta contro tutti”, a cui per anni non ho saputo dare né un nome né un colore, conquista definizioni e si arricchisce, sempre e con nuovi strati. Realizzo anche come momenti dei miei anni passati fossero di fatto lotta. Realizzo che io lotto, da sempre. Realizzo che è stato un lungo processo anche solo il rendersi conto di quanto ogni fibra del mio corpo, della mia soggettività, sia stata in posizione di lotta contro ogni forma, anche la più sottile e all’apparenza amorevole, di subordinazione e dogmatismo. Se ora, a 26 anni, dovessi dirvi qual è il precipitato ultimo della mia esistenza, benché equilibrata e pacata possa sembrare all’esterno, vi direi semplicemente questo: Io sono perché lotto.

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CAT: discriminazioni, Questioni di genere

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