Conversazione con don Andrea La Regina

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9 gennaio 2019

Don Andrea lei è più volte intervenuto, per la sua grande esperienza, personale ed associativa, sull’accesso al credito e sulle patologie di tipo usura e sovraindebitamento, sul dilagare delle esecuzioni immobiliari contro le famiglie degli impoveriti. Possiamo sapere il suo pensiero su questa tragedia che travolge centinaia di migliaia di famiglie?

Le esecuzioni immobiliari sono da una parte frutto di scelte, operate dalle famiglie negli anni 2000, che nella crisi si sono dimostrate non più sostenibili. Non dimentichiamo però che una percentuale importante dei mutui contratti in quegli anni è stata determinata anche dalla volontà da parte degli operatori di fare volume di interventi.

È chiaro che la crisi ha comportato delle conseguenze funeste, soprattutto quando la garanzia reale era la casa di abitazione.

È chiaro anche che il legislatore, spesso, perde di vista il fatto che i diritti sociali legati alla vita delle famiglie sono da tutelare in modo più sostanziale del profitto. È giusto tutelare l’interesse del creditore ma è uno schema culturalmente datato mettere all’asta il bene e giocare sulla vita delle persone.

Il debito deve certamente essere saldato ma, soprattutto in questi ultimi anni, siamo prigionieri della logica, tutta italiana, di immaginare che le persone non siano al centro della società e che le esigenze di profitto debbano prevalere sempre e comunque.

È necessario liberarci di questa logica, rendere possibile una forma di conciliazione tra il creditore, che deve avere i soldi indietro. e le famiglie e le imprese.

Si eviterebbe così quel calvario che è doppiamente non rispettoso:

  • della dignità delle persone
  • del piccolo patrimonio della famiglia (magari costruito in generazioni): la casa viene svenduta svalutata. La famiglia e la sua piccola proprietà si perdono nei meandri della giustizia.

Il debito è una realtà che va affrontata nella sua concretezza ma tenendo presente che c’è in ballo la dignità delle persone. Il debito va pagato ma bisogna trovare insieme (creditori e debitori) una soluzione a che salvaguardi anche la vita delle famiglie. Oggi stiamo tornando, come nell’antichità, ad un debito che è una forma di schiavitù a vita.

Don Andrea, è evidente che i fenomeni economici ed anche legislativi hanno ampi riflessi sulla vita degli esseri umani. Tutti guardano le sofferenze, ma non si parla mai dei sofferenti. Possiamo sapere il suo pensiero su queste massicce cessioni di NPL, crediti insoluti delle famiglie, delle imprese nei confronti delle banche? Le massicce cessioni di crediti in sofferenza, da parte delle banche italiane, a fondi speculativi o, come sono meglio definiti, fondi avvoltoio, peggioreranno la situazione già oggi gravissima?  Ha anche lei la sensazione che le scelte sbagliate sugli NPL si stiano riversando contro le famiglie con una quantità di esecuzioni immobiliari che non ha confronti in nessun altro paese europeo?

L’esigenza di salvaguardare le istituzioni finanziarie spesso spinge il legislatore a mettere in secondo piano famiglie e imprese, creando loro difficoltà ancora maggiori.

Ma è altrettanto chiaro che la banca è come se avesse il timore che accordarsi con colui che deve rientrare da un debito sia una forma di debolezza.

La banca non ha più un atteggiamento di fiducia verso l’impresa, verso la famiglia. È questo atteggiamento di fiducia che noi dovremmo ricreare perchè le famiglie, le imprese, le banche sono sulla stessa barca.

Tutti, a tutti i livelli, dovrebbero capire che le sofferenze non sono un qualcosa di astratto ma passano attraverso i volti, le storie spesso drammatiche in cui le famiglie e le imprese vengono a trovarsi.

Il legislatore ha una responsabilità grande: tener presente che le persone e le imprese sono un patrimonio, un capitale umano, un capitale di lavoro che dovrebbero essere sempre tutelate.

La necessaria sostenibilità va sempre coniugata con la solidarietà perché questa nostra società possa avere futuro.

L’idea dominante è che il mercato dia a tutti la possibilità di riscattarsi, in realtà spesso genera, come dice Papa Francesco, degli scarti. Noi vogliamo invece includere e includere significa dare dignità, fare in modo che la persona o l’impresa possano tornare a creare valore. Creare valore significa dare speranza soprattutto alle giovani generazioni. L’attenzione ai sofferenti si deve tradurre in capacità di modificare gli snodi che fanno  pendere la bilancia dalla parte del profitto e non dalla parte delle persone.

Mentre lei parlava della cultura dello scarto ho pensato ad un libro che ho scritto, in cui sottolineo come nei procedimenti di esecuzione immobiliare ci sia un profondo disprezzo e un profondo disinteresse di tutti nei confronti di chi subisce l’esecuzione immobiliare. Ormai gli esecutati e gli sloggiati a seguito delle esecuzioni sono considerati spazzatura, ancora peggio dello scarto. Il procedimento esecutivo’ è diventato una macchina a favore dei creditori. I magistrati devono macinare procedimenti e, senza rispetto delle ragioni dei debitori, concluderli nel più breve tempo possibile.

Io penso che ci sia poca chiarezza nella legislazione, quasi che il legislatore tenda a creare dei compartimenti stagni. E’ come se il legislatore avesse immaginato che ci siano delle zone franche dove si può interrompere la tutela costituzionale e dove alcune finalità, come la giusta tutela dei creditori, giustifichino qualsiasi cosa.

In questa cultura noi viviamo ormai. Se il legislatore non mette mano rischia veramente di creare delle situazioni di misconoscimento dei diritti umani. Siamo già in una crisi profonda della democrazia e la democrazia va salvaguardata proprio attraverso la tutela dei diritti che sono sanciti nella Costituzione.

Come lei sa io sono un laico, anche se sono profondamente riconoscente nei confronti dei padri Scolopi che 60 anni fa mi hanno tolto dalla strada, facendomi pagare una cifra simbolica il collegio, perché i miei genitori non potevano pagare la retta intera. Quando però vedo questo accanimento dei creditori (banche, professionisti) e dell’apparato giudiziario (i magistrati delle esecuzioni) contro i poveri e gli impoveriti mi viene in mente Papa Wojtyla che ebbe il coraggio di gridare “mafiosi pentitevi! un giorno verrà il giudizio di Dio” Non pensa che anche oggi andrebbe rinnovato un invito forte su questi temi?

Io penso di sì. Papa Francesco ritorna in modo abbastanza continuo e con forza su queste tematiche. Ancora più importante è che le realtà territoriali, Diocesi, parrocchie, gruppi che fanno riferimento alla realtà ecclesiale si rendano conto che questa situazione difficile va affrontata con passione, con competenza ma anche con una presa di posizione forte.

Presa di posizione che ha un valore quando da questo nasce, oserei dire, un coinvolgimento di popolo capace di opporsi a questi soprusi.

Questa forma di economia liberalistica  non ha in sé il germe della solidarietà.

Quindi oserei dire che forse questo sistema non va nemmeno riformato, va cambiato in profondità. Va data speranza a coloro che ne sono esclusi. Ormai il loro numero è  molto grande e rischiano di essere coloro che pagano, per tutti, le contraddizioni di un sistema che ha promesso il paradiso terrestre ma che poi alla fine si è dimostrato inconsistente

Ritengo che l’appello di Papa Wojtyla ebbe un grande effetto anche perché si andava ad inserire in un contesto di forte violenza della mafia. Un contesto in cui, come minimo da dieci anni le istituzioni, soprattutto ma non solo, con le Commissioni antimafia (lo sottolinea spesso il professor Fiasco) hanno preparato il contesto di sensibilizzazione. All’epoca le responsabilità erano chiare: il mafioso ammazzava le persone, strozzava l’economia con il pizzo, eccetera. Oggi è difficile far capire la marmellata consociativa nella quale siamo immersi. Speculare sugli impoveriti è diventato uno sport nazionale, ci sono ormai decine di migliaia di persone che realizzano forti guadagni distruggendo le famiglie. Assistiamo ad episodi che definirei in natura ottocentesca. Sarà capitato anche a lei di cercare di aiutare famiglie o imprese la cui casa di abitazione è in esecuzione immobiliare partendo da debiti di poche migliaia di euro. Debiti contratti con professionisti esperti nello sfruttare questo infernale meccanismo per cui poi il debito diventa non più recuperabile da parte della famiglia. Le abitazioni vanno all’asta per 20.000 euro, (spesso riacquistate a prezzo vile dai creditori) somma in cui le spese di giudizio, legali, eccetera superano di gran lunga il debito originale.

Papa Francesco è intervenuto anche il due di gennaio 2019 con parole molto chiare: “Dove c’è il Vangelo c’è rivoluzione, non ci lascia quieti, ci spinge alla rivoluzione, è rivoluzionario”. E partendo dal “discorso della Montagna” ha preso le distanze da “quelle persone che vanno in chiesa, magari stanno tutto il giorno in Chiesa, e poi vivono odiando gli altri e parlando male della gente. ……. Questo è uno scandalo: meglio che non vadano in chiesa. Meglio vivere come ateo anziché dare una contro-testimonianza dell’essere cristiani”.

Ritengo che andare a definire con chiarezza ciò che sta succedendo nelle esecuzioni immobiliari e più in generale nel rapporto fra creditori e debitori sarebbe tradurre in atti concreti l’insegnamento del papa.

 

TAG: esecuzioni immobiliari, giustizia sociale
CAT: economia civile

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