Imprenditori
Gli Epstein files nel capitalismo tribale
Ingenuamente, speravo che la pubblicazione dei documenti sul finanziere pedofilo Jeffrey Epstein potessero indirizzare il dibattito nella direzione giusta; invece, il numero di documenti pubblicati genera caos, tra un finto satanismo e un reale capitalismo tribale.
Immaginavo che i documenti sul finanziere pedofilo Jeffrey Epstein avrebbero provocato conseguenze importanti. Ma, ingenuamente, speravo che si potesse parlarne nella direzione giusta. Invece, il numero di documenti pubblicati (circa 3 milioni) genera caos; mentre le testimonianze prive di riscontro stuzzicano le fantasie dei social.
Ritorna la paura del satanismo, alimentata anche dal ministro degli esteri russo Sergej Lavrov, che riprende il grande nemico che l’occidente cerca da quarant’anni senza successo (per il semplice motivo che non c’è). Quindi, si cerca l’orgia satanica, mentre si spettegola su Bill Gates.
Le rivelazioni più importanti riguardano, invece, le relazioni trasversali con politici di destra e sinistra, accademici, principi e miliardari rampanti della Silicon Valley. Bisogna anche dire che sono assenti alcuni esponenti del capitalismo tradizionale, spesso mostrificati dalla destra (George Soros) e dalla sinistra (Rupert Murdoch).
Il riassestamento
Questa confusione affossa la necessaria discussione sulla trasformazione del capitalismo. Da giorni si parla di un’élite economica e politica unita nel commettere crimini indicibili, quando invece siamo in una fase di riassestamento.
Dopo anni in cui l’economia primeggiava incontrastata, Donald Trump sembra ripristinare il primato della politica. Nel modo peggiore, chiedendo una sorta di vassallaggio agli imprenditori. Particolarmente significativa è la parabola del proprietario di Amazon Jeff Bezos.
Il terzo uomo più ricco del mondo ha prima finanziato abbondantemente il documentario più costoso della storia, quello sulla moglie Trump, Melania. Ovviamente senza neanche intravedere un possibile ritorno economico.
Poi, ha deciso di affossare una delle sue aziende, il Washinton Post, colpevole di essere critico nei confronti del presidente. Così, il quotidiano che negli anni ha firmato le inchieste più famose come il Watergate è stato annientato licenziando un terzo della redazione, tra cui tanti corrispondenti esteri. Svuotato.
Anche l’uomo più ricco del mondo, Elon Musk, ha provato a scontrarsi con il presidente in una faida durata pochi giorni. Si è calmato in fretta. Gli altri miliardari delle industrie tecnologiche o sono da sempre sostenitori di Trump o si accodano.
Affari o relazioni?
Al contrario, parte della generazione precedente continua a sostenere il primato degli affari. Non stupiscono finanzieri progressisti (o sedicenti tali) come Warren Buffet e George Soros, mentre è più interessante la posizione di Rupert Murdoch.
Murdoch è fondatore del più grande impero mediatico della storia. Ha posizioni scellerate, ma sempre in un’ottica di business, tipo Silvio Berlusconi in Italia. La Fox ha infatti per anni favorito Trump sbraitando contro il politicamente corretto e diffondendo bufale. Ma, ha continuato a trasmettere un programma geniale e progressista come I Simpson.
La TV trasmette quello che vuole la gente. Il potere politico deve farsene una ragione. E deve essersene fatta più di una Donald Trump, quando il Wall Street Journal dell’amico Murdoch ha pubblicato le lettere che dimostravano l’amicizia tra il presidente ed Epstein. Il presidente ha intrapreso una causa miliardaria per diffamazione contro il tycoon, ma i rapporti sembrano continuare a essere buoni.
Insomma, c’era un vecchio capitalismo per cui gli affari erano la priorità. E ce n’è uno nuovo che ragiona in termini tribali, dove gli affari sono piegati rispetto all’osservanza al capo e alla necessità di intessere relazioni torbide.
Da una parte, ciò è estremamente pericoloso. Dall’altra, sarebbe l’ora che la politica si riaffermasse sull’economia, magari con logiche diverse, se non è chiedere troppo.
Il clan Epstein
Ritornando sui Epstein, personalmente, continuo a credere che gli abusi siano stati perpetrati dal diretto interessato con il coinvolgimento occasionale di una ristrettissima cerchia. Certamente, tutti sapevano e hanno come minimo taciuto, se non aiutato.
Però trovo difficile pensare che le ragazze fossero il principale interesse dei potenti. Queste potevano essere un incentivo ulteriore. Andare alla corte di Epstein significava usufruire dei suoi servizi, ovvero l’elusione fiscale, il riciclaggio di denaro e altre amenità. I piatti forti erano i suoi contatti e la sua lunga esperienza di manipolatore. Si entrava in una rete che funzionava come un clan o una tribù, dove tutti contribuivano a insabbiare tutto e si spartivano favori.
Nell’interpretare i documenti, dovremmo soffermarci sulle email, la cui autenticità è certa. Queste mostrano come la galassia sovranista si rivolgesse al finanziere per espandere la propria influenza, sfruttando soldi e relazioni; mentre le aziende tecnologiche volevano connettersi per sviluppare programmi legati alla difesa e allo spionaggio. Insomma, potrebbero esserci elementi politicamente più significativi rispetto alla depravazione sessuale.
Nobili e laburisti
Inoltre, Epstein ha creato numerose relazioni con le sue abilità manipolatorie. Ha ereditato altri contatti dal “suocero” Robert Maxwell, che trafficava con le spie israeliane quando era a capo di un impero mediatico e faceva per hobby il deputato del partito laburista britannico. Anche lui deceduto in circostanze mai chiarite. Per questo, il governo inglese traballa a causa del filo diretto tra Epstein e l’eminenza grigia Peter Mandelson, tra quelli che silurarono Jeremy Corbyn, inventandosi l’accusa di antisemitismo.
Non ho molte nostalgie politiche; ma se c’è qualcosa che mi manca è proprio Corbyn alla guida del labour.
Un’altra osservazione che possiamo fare riguarda come questo legame torbido tra sesso e favori economici, politici e personali, sembra andare d’accordo con la vecchia aristocrazia e il capitalismo dei salotti buoni, che si basava su logiche simili. Infatti, tanti nobili e reali sono rimasti invischiati nel caso. Anche in Italia. E va dato atto a J-Ax e ai suoi compari Matteo Lenardon e Pedar di aver fatto luce sulla vicenda con un ottimo lavoro di ricerca approfondita nel loro “Non aprite quella podcast”.
La via italiana
Infatti, tra i documenti hanno scoperto un nome che appare costantemente, quasi come referente italiano. Si rivolge a Jeffrey Epstein come “Master” (maestro o padrone) e si propone come un facilitatore, sempre pronto a piccoli e grandi favori, che sia la disponibilità di una Ferrari o di giovani donne.
Il nome è Eduardo Teodorani Fabbri, figlio di Maria Sole Agnelli, nipote di Gianni e cugino di John Elkann. Come ho già scritto, credo che Epstein abbia commesso reati con una cerchia molto ristretta, però sarebbe bene indagare questo rampollo di casa Agnelli. Al contrario, ne esce bene John Elkann, di cui non risultano contatti, malgrado Epstein volesse incontrarlo.
Sempre grazie a Non aprite quella podcast, si possono scoprire contatti meno compromettenti che ci aiutano a capire il funzionamento della rete. Teodorani ha infatti introdotto Epstein sia alla famiglia Brachetti, in cerca di un acquirente per l’azienda petrolifera API; che alla famiglia Alessandri di Technogym. E qui si cade nel grottesco.
Conclusioni amare
La famiglia Alessandri ha giganteschi contatti con il mondo americano, tanto che una fabbrica Technogym fu inaugurata da Bill Clinton nel 2012. Ebbene, nel 2017, la giovane Erica Alessandri (su consiglio di Teodorani) contatta Epstein (già noto pedofilo) per capire se potesse entrare all’Harvard Business School malgrado non ne avesse i requisiti. Qui alzo le mani, perché non riesco a trovare logica alcuna.
Nota di colore: tra i file compare una figura, che Teodorani presenta a Epstein come “collezionista di f*ga”. Si tratta di un principe Borghese, probabilmente Fabio, ex marito della figlia adottiva di Carlo Caracciolo di Castagneto. Mi pare proprio il caso di dire che fortunatamente il nobile editore e partigiano ci ha lasciati tempo fa.
Buon per lui che si è risparmiato di conoscere le gesta del genero. E buon per tutta la cricca, perché L’Espresso di Caracciolo non avrebbe insabbiato la vicenda, come fa un gruppo editoriale di proprietà degli Elkann…
Foto dalla pagina Facebook di Jeremy Corbyn
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