Larry Fink

Innovazione

Così parlò Larry Fink (BlackRock)

La proposta di Fink per affrontare le disuguaglianze che l’AI creerà è semplice: diventare tutti investitori. Non poteva essere altrimenti, è il CEO di BlackRock. In questo modo la produzione aumenta, la popolazione diminuisce e i consumatori del futuro non si vedono.

6 Aprile 2026

Più produttività, ma del capitale

Larry Fink ha scritto qualcosa di interessante nella sua lettera annuale agli azionisti di BlackRock. L’AI, dice, aumenterà le disuguaglianze. Inoltre, ha aggiunto una cosa che mi ha colpito: l’intelligenza artificiale “potrebbe essere in grado di disinnescare la bomba demografica dell’Europa”, in quanto “la più grande sfida economica imminente per l’Europa è la sua forza lavoro in progressivo invecchiamento”. Infatti, “poiché la crescita economica dipende fortemente dalla dimensione della forza lavoro di un Paese, l’Europa rischia un declino economico prolungato”.

Fink intende dire che il calo della forza lavoro in Europa potrà essere compensato dall’aumento della produttività per lavoratore grazie all’intelligenza artificiale. Con sempre meno lavoratori, si produce di più e questo effetto può risultare particolarmente accentuato nelle economie di servizi, come quelle europee.

Una visione perfettamente in linea con il pensiero economico dominante, in particolare con la sua versione considerata più vincente: quella statunitense. Negli USA, il “culto del lavoro” raggiunge la sua massima espressione. Tanto che anche i grandi dirigenti delle Big Tech, che pure ipotizzano la fine del lavoro umano, non riescono a immaginare un nuovo paradigma in cui la maggiore produttività del capitale, assicurata dalle nuove tecnologie, venga ridistribuita a chi non lavora più, in modo da sostenere l’intero sistema con un adeguato livello di consumi.

La soluzione di Fink è coerente con il suo ruolo: come salvarsi dall’alta marea dell’intelligenza artificiale? Diventando tutti investitori, possibilmente in fondi come il suo. Questo approccio per far fronte alla diminuzione del lavoro, causata sia dalla decrescita demografica sia, ancor di più, dalla sostituzione del lavoro umano con quello artificiale (una presa a tenaglia esiziale), è simile alla versione nostrana che vorrebbe trasformare tutti in piccoli imprenditori del turismo e dell’accoglienza, a partire dai gestori di B&B (con tanti saluti all’industria manifatturiera).

Forse un mix delle due versioni (tutti investitori e tutti affittacamere) potrebbe permettere a Paesi in decrescita infelice come il nostro di galleggiare ancora per un po’. Fatto sta che per vivere di investimenti servono dividendi e cedole, che però non potrebbero mai sostituire, a livello macroeconomico, i redditi da lavoro. Gli affitti di seconde case, invece, sono appannaggio di una minoranza e, nella maggior parte dei casi, non garantirebbero un reddito per tutti i dodici mesi dell’anno, se non in alcune città a forte vocazione turistica.

Questa è l’economia (bellezza)?

Ma perché Fink è convinto che l’AI aumenterà le disuguaglianze? La teoria economica, infatti, fa dipendere i redditi da lavoro e da capitale dalla produttività. Perché non crescono salari e stipendi? Perché non cresce la produttività del lavoro, ci sentiamo ripetere. Le nuove tecnologie faranno esplodere la produttività, ma quella del capitale, poiché si tratta di beni capitali. Di conseguenza, il capitale continuerà a essere sempre più remunerato rispetto al lavoro e i profitti rispetto ai salari. Per questo motivo Fink invita tutti a diventare piccoli capitalisti investendo nelle aziende che adottano le nuove tecnologie.

Questa è l’economia (e la finanza), bellezza! Questa frase è diventata lo slogan per stroncare sul nascere ogni ipotesi di cambiamento socio-economico. Su espressioni del genere campano da anni i campioni del liberismo, che hanno avuto buon gioco nel presentare la loro visione come “naturale”, zittendo chiunque osasse anche solo pensare che un sistema migliore fosse possibile. Un’espressione equivalente alla sconsolata constatazione: “Così è la vita”, inutile lamentarsi.

Siamo stati addomesticati a questa ideologia tutt’altro che naturale, funzionale ai ricchi e ai potenti (che di solito coincidono), anche perché il suo avversario principale è stato il socialismo reale, che si è rivelato ancor più fallimentare. Tuttavia, le nuove tecnologie possono rappresentare il punto di svolta, nonché la resa dei conti, con lo smascheramento del pensiero economico dominante.

Se non si considera che i consumi umani sostengono tutti i sistemi economici e che questi sono garantiti in massima parte dai redditi da lavoro, si procede allegramente verso l’autodistruzione del sistema. Per salvarlo, è necessario trasformare gradualmente i redditi da lavoro in redditi destinati esclusivamente al consumo e utilizzare parte dell’aumento di produttività dovuto alle tecnologie per finanziare tali redditi. Altrimenti, perché essere più produttivi se ci saranno sempre meno persone in grado di acquistare ciò che si produce?

Una “sbomba”, non una bomba

Passiamo ora alla denatalità, alla “bomba demografica” indicata da Fink, che in realtà sarebbe una “sbomba”: implode, non esplode. Proprio nei giorni successivi alla lettera di Fink, l’ISTAT ha pubblicato i dati sulla natalità del 2025. Sono nati 355.000 bambini, il 3,9% in meno rispetto all’anno precedente. Il tasso di fecondità è di 1,14 figli per donna, il minimo storico dall’Unità d’Italia. Dal 2008 le nascite si sono quasi dimezzate. Oltre un terzo delle famiglie italiane è composto da una sola persona.

Questo fenomeno potrebbe tamponare in parte l’emergenza socio-economica provocata dalla sostituzione del lavoro umano con quello artificiale, ma non garantirebbe la tenuta del sistema. A parte le conseguenze sul sistema previdenziale, in cui i lavoratori di oggi pagano le pensioni dei lavoratori di ieri, la decrescita demografica porta a un mondo con sempre meno consumatori, consumi in calo, fatturati in diminuzione e investimenti in ritirata, perché ci sarebbe sempre meno da produrre per sempre meno acquirenti e nessuno investirebbe somme ingenti per ottenere, in futuro, meno di quanto ha investito.

La genitorialità come lavoro

Se si vuole salvaguardare il sistema, bisognerà favorire la genitorialità, rendendo l’essere genitori a tempo pieno un lavoro riconosciuto e retribuito. Bisogna, cioè, utilizzare parte dell’aumento di produttività dovuto alle tecnologie per sostenere le famiglie che si dedicano alla cura dei figli. Uno Stato che vuole continuare a esistere deve investire nei nuovi membri della collettività, perché solo loro possono garantire un futuro alla comunità nazionale. In passato, i figli venivano donati alla patria. Ora, se vorrà continuare a esistere, la patria dovrà ricompensare chi le garantisce la propria esistenza.

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Fabio Massimo Rampoldi è autore di Scritti di ALTER EGOnomia, una raccolta di riflessioni sull’impatto delle nuove tecnologie sul lavoro e sulla ridistribuzione del benessere.

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