Lavoro
Esausti e sempre connessi, ecco perché una mail fuori orario ora rischia di costare caro
Dallo sciopero a Palazzo Chigi alle sentenze della Cassazione: il confine tra lavoro e vita privata è saltato. Ma ora arriva il conto. Il DDL 1290 introduce sanzioni pesanti per chi viola il diritto alla disconnessione, trasformando l’iperconnessione in un boomerang legale.
Febbraio 2026 — nei corridoi di Palazzo Chigi non si discute di PNRR o riforme costituzionali, ma di diritto alla disconnessione e rientri forzati. I dipendenti della Presidenza del Consiglio hanno votato all’unanimità lo sciopero contro la decisione di ridurre lo smart working a un solo giorno a settimana. È il ritratto di un cortocircuito: se persino il cuore dell’amministrazione pubblica fatica a trovare un equilibrio tra presenza fisica e lavoro agile, cosa può sperare il dipendente di una piccola azienda di provincia? La protesta romana è solo la punta dell’iceberg.
Mentre a Palazzo Chigi si difende il diritto a lavorare ovunque, alternando sede e remoto, emerge con prepotenza la necessità di fissare un limite al quando. Luogo e tempo sono due facce della stessa medaglia: lo smart working libera lo spazio, ma solo la disconnessione salva il tempo libero. Si chiama «diritto alla disconnessione» — ovvero la facoltà di non rispondere a email o chiamate al di fuori dell’orario contrattuale — un diritto che non è più una cortesia: è una regola che ora, se infranta, si paga a caro prezzo.
I giudici corrono più veloci della legge
Non più solo stress o maleducazione: per i giudici, l’abuso del tempo libero altrui ora ha un prezzo preciso, calcolato sulla base dell’ultima busta paga.
La giurisprudenza sta riempiendo il vuoto lasciato dalla politica. La Cassazione ha tracciato una linea rossa con la sentenza n. 5936 del 6 marzo 2025, dichiarando illegittimo il licenziamento basato su messaggi vocali privati inviati in una chat WhatsApp con quattordici colleghi. Il messaggio è chiaro: lo smartphone non è un guinzaglio elettronico h24 e le chat aziendali — protette dall’articolo 15 della Costituzione — non sono una zona franca dove il datore di lavoro può esercitare un controllo totale.
Le recenti pronunce confermano che la costante reperibilità costituisce una lesione sistematica dei diritti fondamentali del lavoratore. I magistrati stanno costruendo, caso per caso, una dottrina che anticipa la legislazione: il tempo libero ha valore economico e chi ne abusa deve pagare.
DDL 1290, quando la reperibilità costa cara
Mentre le aule di giustizia emettono sentenze, il Parlamento prova a rincorrere. Il Disegno di Legge 1290, presentato al Senato il 6 novembre 2024 e assegnato alla Commissione Affari Sociali il 23 dicembre 2024, introduce un conto salato per i trasgressori: sanzioni amministrative da 500 a 3.000 euro per ciascun lavoratore coinvolto.
Per una PMI con cinquanta dipendenti, una singola violazione sistematica potrebbe generare sanzioni fino a 150.000 euro (3.000 euro × 50). Un deterrente economico che non lascia margini di ambiguità, sufficiente a rivedere qualsiasi priorità aziendale.
Ma la novità non sta solo nelle cifre, bensì nell’obbligo di trasparenza. Se approvata, la norma costringerebbe le aziende a mettere nero su bianco le «regole d’ingaggio»: quando si può mandare una mail? Entro quanto tempo è legittimo aspettarsi una risposta? Se oggi la scelta resta affidata al buon senso del singolo, domani potrebbe diventare clausola contrattuale vincolante.
Competere o dormire? L’altra faccia della medaglia
Ma se i giudici corrono, le imprese arrancano, e non sempre per cattiva volontà. Le realtà italiane, specialmente le PMI che costituiscono il 90% del tessuto produttivo, si trovano strette in una morsa: da un lato il dovere di tutelare la salute mentale dei dipendenti, dall’altro la competizione con mercati globali — dagli Stati Uniti all’Asia — che operano su fusi orari diversi e con culture del lavoro spesso aggressive.
La competizione globale ha azzerato la tolleranza sui tempi di risposta. Per chi lavora con l’estero, staccare alle 18:00 mentre i mercati americani o asiatici sono in piena attività rischia di trasformarsi in un handicap commerciale: il cliente non aspetta più il lunedì mattina, cerca chi gli risponde adesso.
A complicare tutto c’è l’Intelligenza Artificiale. Mentre noi discutiamo di riposo, gli agenti virtuali lavorano h24: rispondono ai clienti, scrivono report e non vanno mai in burnout. Tutto ciò crea una pressione psicologica fortissima: il lavoratore teme che staccare significhi restare indietro rispetto alla macchina o a chi la usa. Non è un’ipotesi futura: in settori come l’assistenza clienti o l’analisi dati, le aziende stanno già sostituendo la reperibilità umana — costosa e «lenta» — con quella algoritmica, che non dorme, non mangia e non si lamenta.
Più che l’iperconnessione, oggi spaventa la sostituzione. Chi tira il freno rischia di sembrare obsoleto rispetto ai ritmi della macchina.
La trappola della falsa produttività
«Esausti ma incapaci di staccare» (Exhausted But Unable to Disconnect): è la conclusione dello studio pubblicato nel luglio 2016 da Liuba Belkin (Lehigh University), William Becker (Virginia Tech) e Samantha A. Conroy (Colorado State University). I ricercatori hanno dimostrato su un campione di 297 lavoratori americani che l’obbligo implicito di monitorare le notifiche genera «stress anticipatorio», bloccando il recupero cognitivo indispensabile per la lucidità lavorativa.
Eppure, in Italia questa è la norma. Secondo l’analisi di Unobravo pubblicata a novembre 2025, tra coloro che si sono rivolti alla piattaforma dichiarando difficoltà professionali (il 28,3% del totale degli utenti), il 57,3% manifesta una sofferenza generata dal lavoro. I dati, pur circoscritti alla base utenti del servizio, fotografano una tendenza allarmante: nel primo quadrimestre 2024 le persone con disagio lavorativo sono aumentate del 109,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
A Milano si è discusso di recente proprio di questo. L’evento «ETHICAL HR», svoltosi il 21 gennaio al WAO Romolo C30, ha messo al centro la salute mentale e il burnout: «Lavorare non dovrebbe farci star male», si legge nel programma. Esperti come Lorenzo Tedeschi di TeamDifferent e Leonardo Capotosto di FunniFin hanno collegato stress finanziario a esaurimento emotivo. Sull’AI, Alessandro Noè di Men At Code è stato netto: «Strumento da controllare, non sostituto
Disconnettersi per non «bruciarsi»
La questione va oltre le aule di tribunale. Riguarda la tenuta complessiva del sistema produttivo italiano. La tecnologia ha dissolto le barriere spazio-temporali, ma senza un’etica condivisa rischiamo di trasformare ogni casa in un ufficio h24.
Il modello economico basato sullo sfruttamento e sul burnout è marcio alla base. La reperibilità continua non è produttività, è semplicemente sfruttamento legalizzato che distrugge le persone prima ancora del fatturato. Eppure, molti economisti e imprenditori ribattono che limitare la reperibilità sia un lusso insostenibile, che rischia di lasciare le aziende italiane in balia di una concorrenza estera spietata in un mercato globale che non dorme mai. Se il burnout è la diagnosi, le multe sono la cura? Funzionerà? Forse no. Di certo, se non stacchiamo la spina, finiremo fritti tutti quanti.
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