Lavoro
I contributi per la pensione? Me li paga (anche) l’agente di intelligenza artificiale
Pagarsi la pensione con il lavoro di un agente di intelligenza artificiale? Sì, è questo lo scenario realistico introdotto lo scorso luglio da Valeria Vittimberga, direttrice generale INPS. Come funziona? Tutto ruota attorno al capitale conferito e alle regole del gioco.
Nella puntata della trasmissione RAI Codice | La vita è digitale, andata in onda il 5 luglio 2025, Valeria Vittimberga, direttrice generale INPS, ha detto queste parole:
«Ci troviamo di fronte a un problema strutturale di una intelligenza artificiale che non è più soltanto generativa, ma ormai è una intelligenza artificiale agentica e che porterà sicuramente a un aumento della produttività con la diminuzione della necessità di ore totali lavorate. Quindi, si pone il problema “che cosa succederà?” ad una popolazione che già sta invecchiando e per la quale è necessario ampliare la base contributiva per assicurare la tenuta del sistema previdenziale».
Incalzata dall’intervistatrice, che chiede: «Lei ci sta dicendo che quell’intelligenza artificiale che resta in azienda lavora e produce valore che diventerà in qualche modo la nostra pensione?», Vittimberga prosegue:
«Bisognerebbe lavorare in questi termini. Poi, bisognerebbe pensare che in qualche modo la diversa distribuzione di redditività dei fattori produttivi restituisca alla collettività un qualche cosa in termini di contribuzione. Le macchine che ci paghino parte della contribuzione affinchè noi lavoriamo di meno e lavoriamo in maniera qualitativamente superiore, nello stesso tempo avendo accesso a pensioni dignitose».
«Avremo le macchine che pagano una parte della contribuzione per noi?» riprende l’intervistatrice. Vittimberga chiude il cerchio:
«È necessario ripensare alla contribuzione non in termini di proporzione rispetto ai salari e alla retribuzione ma in termini di valore aggiunto rispetto alla produzione. È una rivoluzione importante che credo l’Europa sia in grado di fare. Noi abbiamo anche un approccio etico al mondo del lavoro e al mondo della previdenza che mira a non lasciare indietro nessuno e questo potrebbe essere il valore aggiunto dato dall’Europa alla evoluzione mondiale dell’intelligenza artificiale».
(l’estratto dell’intervista a Valeria Vittimberga è disponibile su YouTube; la puntata intera di Codice del 5 luglio 2025 è disponibile su RaiPlay)
L’eco avuta dall’intervista non è stata all’altezza dell’impatto dei concetti espressi: in otto mesi, 915 visualizzazioni su YouTube.
Dobbiamo invece prendere sul serio le parole di Valeria Vittimberga, perché aprono scenari interessanti non solo in termini previdenziali, ma anche di gestione delle risorse umane.
Su queste colonne si è già parlato della crescente diffusione degli Agenti di Intelligenza Artificiale: sistemi software progettati per perseguire un obiettivo (osservare un contesto, decidere una sequenza di azioni, usare risorse e realizzare risultati con un certo grado di autonomia, restando in un ciclo di feedback con le persone), mettendone in evidenza le caratteristiche, l’impatto sull’organizzazione del lavoro e sulle relazioni all’interno dei luoghi di lavoro.
Che cosa cambia quando entra in gioco la possibilità che l’Agente di IA paghi una parte della pensione?
La questione passa dal piano macro-previdenziale a quello micro-organizzativo. E questo cambia le cose fin dal colloquio di assunzione.
HR Manager (Elena) | Qui lavoriamo con un agente di IA integrato nei processi. La aiuta, ma può anche imparare il Suo metodo di lavoro, così da migliorare qualità e velocità esecutiva.
Candidato (Marco) | Quindi quello che faccio io resta dentro l’agente?
Elena | Solo se lo sceglie. L’uso per il compito di oggi è normale; il riuso nel tempo del Suo metodo richiede un accordo. Insomma, parliamone per metterci d’accordo su cosa si può riutilizzare e cosa no.
Marco | Capisco, però se l’agente finisce per usare il mio metodo in modo ricorrente e aumenta il valore aggiunto, vorrei capire come viene riconosciuto: non solo nello stipendio di oggi, ma anche nel tempo, perché quel valore resta in azienda anche se io vado da un’altra parte.
Elena | È un punto legittimo. Proprio per questo lo mettiamo a contratto: definiamo confini di riuso e condizioni di riconoscimento, inclusi eventuali meccanismi differiti.
Marco | Mi pare una prospettiva interessante, perché altrimenti si torna sempre lì: mi pagate a ore e salario, ma il valore lo produce anche l’agente, con dentro pezzi del mio lavoro, delle mie idee e della mia intelligenza.
Elena | Esatto. L’obiettivo è lavorare meno e lavorare meglio, ma con regole chiare su che cosa viene riusato, a chi appartiene e come viene riconosciuto nel tempo.
Marco | Bene. Così magari, un domani, oltre al TFR… mi contribuisce anche lui.
Elena | Mettiamola così: se l’agente lavora, una parte del valore che genera torna anche alla Sua contribuzione. Le paga un po’ di pensione.
In questa prospettiva entra in gioco una nuova variabile, che chiamo capitale conferito.
Capitale conferito: di cosa si tratta?
Il capitale conferito è la quota di conoscenza operativa (esperienza, esempi annotati, checklist, criteri di qualità, regole di mestiere, prassi ed eccezioni) e di dati contestuali che una persona trasferisce intenzionalmente a un Agente di IA e che sono riusabili in modo ricorrente nei processi aziendali, all’interno di un «accordo esplicito di conferimento» (contrattuale o regolativo) che ne disciplina lo scopo, i limiti, la tracciabilità, i diritti di controllo e le condizioni di ricompensa.
Si tratta di «capitale», perché questo trasferimento di conoscenza tacita ed esplicita produce un asset riutilizzabile nel tempo (codificato in prompt, routine organizzative, flussi di lavoro, modelli e logiche decisionali) capace di generare valore oltre la singola prestazione.
È «conferito», perché nasce da un atto volontario e informato, basato su un accordo che disciplina il trasferimento e la governance: impedisce che l’asimmetria tipica del rapporto di lavoro si traduca in appropriazione unilaterale da parte dell’impresa; può aprire scenari inediti sia in termini di portabilità per chi ha «addestrato e formato l’Agente di IA», sia di riconoscimento della contropartita economica immediata e differita.
Capitale conferito e capitale catturato
Se non introduciamo la variabile capitale conferito, il rischio è di finire nel paradigma opposto: quello del capitale catturato.
Ajunwa lo definisce come i dati prelevati a chi lavora (anche inconsapevolmente) dentro il patto occupazionale: sono catturati dall’elemento di coercizione con cui vengono ottenuti; diventano capitale perché hanno valore intrinseco e valore di scambio. Pertanto, usarli o venderli conviene all’impresa (Ajunwa, 2025, p. 380).
In quel mondo il conflitto è quasi inevitabile: le persone capiscono che, mentre lavorano con l’Agente di IA, stanno anche addestrando qualcosa che resta in azienda, genera valore nel tempo e può perfino ridurre il loro potere contrattuale. Il capitale conferito serve proprio a disinnescare questa frizione: sposta la logica
- da «ti estraggo dati mentre lavori»
- a «decidiamo insieme che cosa trasferire, a che condizioni, con quali limiti e quale riconoscimento»,
rendendo esplicito ciò che altrimenti rimarrebbe implicito e quindi conteso.
Capitale conferito e capitale computazionale
Detto questo, il capitale conferito non produce rendimento da solo.
Per diventare produttivo ha bisogno dell’infrastruttura che lo rende attivo: il capitale computazionale (dell’organizzazione).
Hunger lo descrive come la «disponibilità/controllo su dati e infrastrutture di calcolo», orientato a generare valore epistemico (informazione/insight azionabile) traducibile in capitale economico, grazie alla capacità di registrare, processare e memorizzare simboli e transazioni (Hunger, 2018, pp. 60–61).
In altre parole: l’agente può lavorare perché sta nel punto di incrocio tra due capitali diversi, quello cognitivo conferito dalla persona e quello computazionale messo a disposizione dall’impresa. Ed è in questo incrocio che il tema della contribuzione può spostarsi, come suggeriva Vittimberga, dalla proporzione salari/retribuzioni al valore aggiunto generato nella produzione.
Nessuna persona sia lasciata indietro
C’è però un ultimo punto, se vogliamo che tutto questo resti una traiettoria positiva senza lasciare indietro nessuno.
Non tutte le persone avranno (o potranno sviluppare rapidamente) le competenze per addestrare e «mettere in forma» un Agente di IA: scrivere procedure, costruire esempi annotati, definire rubriche di qualità, gestire eccezioni, curare basi di conoscenza.
Se il nuovo patto organizzativo riconosce valore solo a chi sa conferire capitale in forma agentica, rischia di creare una nuova disuguaglianza.
La sfida per i policy maker, prima, e per le direzioni del personale, poi, è quindi doppia: governare conferimento e riconoscimento, e democratizzare le competenze (formazione, ruoli ponte, affiancamento, librerie di agenti e playbook condivisi) perché la produttività «che lavora al posto nostro» non diventi un privilegio per pochi, ma un guadagno di qualità del lavoro per molti.
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