Di cosa parliamo quando parliamo de Gli Stati Generali

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28 febbraio 2015

WNR sbarca su Gli Stati Generali. E ce la prendiamo subito con il capo: Jacopo Tondelli, il fondatore, ex direttore de Linkiesta. Lo abbiamo intervistato per la prima puntata di #deadpresswalking, rubrica sul giornalismo oramai arrivato a un punto morto e forse, proprio per questo, più vivo che mai. Foto di Ray Banhoff

Jacopo Tondelli, nessuna parentela con Pier Vittorio, mi aspetta in un bar di Porta Venezia, Milano. È altissimo. Indossa occhiali da vista, fuma tabacco Virginia, beve prosecco. Ha fondato e diretto Linkiesta, da cui si è dimesso con polemica annessa. Adesso collabora con Wired e ha creato Gli Stati Generali, online da fine ottobre, una delle novità più interessanti del 2014 per quanto riguarda i siti di informazione. Con lui c’è Lorenzo Dilena, il socio che però, poco dopo, se ne va dal bar. Noi invece andiamo avanti a sorseggiare bicchieri di vino, a fumare, a parlare di un giornalismo arrivato a un punto morto o a un punto – come tutti i punti morti – più vivo che mai.

Perché Gli Stati Generali?
«Abbiamo voluto richiamare un riferimento storico, impegnativo, se vuoi altisonante, ma secondo noi indispensabile, imprescindibile. Gli stati generali sono quelli che han dato la stura alla rivoluzione francese nel 1789. Di fronte alla proteste avanzanti vengono convocati e cercano di proporre riforme. Al di là delle analogie, lo spirito con cui noi lanciamo questa iniziativa culturale, editoriale e imprenditoriale è quello di trovare uno spazio davvero nuovo che segni una rottura pacifica, una forza tranquilla come dice uno degli slogan politici più brillanti del 900. Non siamo ovviamente un’agenzia politica, ma di informazione, di cultura: vogliamo segnare una nuova era in cui i saperi veri abbiano un luogo in cui mettere in circolo quello che sanno fare».
Questo carattere di novità come lo state rendendo evidente?
«Una prima novità filosofica e pratica riguarda il fatto che noi accettiamo il superamento del monopolio da parte dei giornalisti nel rapporto con la platea e con le domande della società. Perché un giornalista, anche se dotato di una preparazione scientifica, dovrebbe saperne di più e meglio di un medico bravo a divulgare?».
In pratica?
«Abbiamo una piattaforma partecipativa e selettiva, un social media di qualità lo chiamiamo noi, dove contribuiscono per ora un centinaio di soggetti che sono persone con ampi campi di specializzazione, dal fisico all’ingegnere, dall’esperto di rinnovabili all’economista al politologo all’analista finanziario al biologo, tutti saranno messi nelle possibilità di scrivere contenuti che riguardano direttamente il loro settore specifico oppure che riguardano la vita di tutti noi e rispetto ai quali il loro sapere è una lente interpretativa rilevante. Quindi hanno dei profili che non sono dei blog che stanno in una colonna, ma sono il motore di un dibattito continuo».

I giornalisti sono superati, quindi.
«No, i giornalisti che trovano le notizie, raccontano storie con linguaggi precisi, fanno reportage, scrivono analisi accurate, restano indispensabili. Graficamente sono nella parte superiore del giornale e sono pagati piuttosto bene rispetto a quanto vengono pagati oggi non solo online, perché se tu il lavoro lo paghi zero come fai a chiamarlo lavoro? Mentre se sei un professore universitario che ha piacere di confrontarsi col pubblico è molto sensato che tu lo faccia a zero, perché l’utilità sta nel confronto stesso».
E qui si entra nel capitolo modello di business. Dove reperite i fondi per pagare i giornalisti e tenere in piedi il sito?
«Gli Stati Generali sono un laboratorio anche in questo e abbiamo ritenuto di puntare su un nuovo protagonismo delle aziende non fondato sulla pubblicità tradizionale, sui banner e sulla tabellare. In questo senso per noi il native advertising è l’orizzonte costitutivo. Per noi le aziende sono a tutti gli effetti intelligenze tra le intelligenze… Su Gli Stati Generali hanno, se lo desiderano, un proprio canale esattamente come può avercelo chiunque. E qui si possono relazionare coi lettori in modo analogo rispetto a come si può relazionare chiunque, quindi avranno dei profili aziendali sponsorizzati, esplicitamente, e dialogheranno con tutta la piattaforma secondo regole analoghe. Se i contenuti saranno interessanti o meno questo dipenderà da loro e da chi li produce per loro».
Avete anche dei finanziatori?
«Abbiamo un piccolo numero di soci di capitale puro che hanno contribuito per circa 100mila euro, una quota di esigua minoranza. Sono dichiarati per definizione, siamo una srl, c’è tutto in Camera di Commercio. Sono 15, alcuni un po’ conosciuti altri meno, penso a Carlo Masseroli, l’ex assessore all’urbanistica di Milano, o al professor Giulio Sapelli. Però nessuno può detenere più dell’1,5% di capitale, mentre io e Lorenzo a oggi ne deteniamo l’80%. Vogliamo avere noi il controllo, non per principio ma per garanzia d’indipendenza».
La tua formazione?
«Sono di Milano, 1978, laureato in giurisprudenza a Pavia, dottorato in diritto penale comparato. Ho iniziato a scrivere quasi per caso su un piccolo giornale che si chiama Una Città, una rivista culturale molto attenta alle culture politiche, nel 2003. Poi sempre per caso ho cominciato a scrivere su Il Riformista, nella redazione milanese con Marco Alfieri, su un inserto settimanale che si chiamava Ambrogio. Poi al Corriere economia, infine ho fondato Linkiesta all’inizio del 2011, dove sono rimasto fino a febbraio del 2013».
Perché Linkiesta dal punto di vista economico non ha funzionato?
«Non amo rispondere alle domande quando non posso essere sincero. Con Gli Stati Generali usciamo dalla partita della mera quantità e dei click – che tanto vince sempre Google… – e alle aziende diciamo: guardate che c’è un posto dove voi potete dialogare con intelligenze che a loro volta contribuiscono a migliorare il dibattito e che sono la classe dirigente dormiente di questo Paese. Che poi sono persone che hanno tanto da dire ma non lo fanno perché in Italia parlano sempre gli stessi. Da noi le rottamazioni non riguardano mai l’opinion class, son cambiate tre Repubbliche ma quelli son rimasti quelli. I direttori son quelli, gli opinionisti pure, gente che scriveva quando siamo nati io e te sulla prima pagina del Corriere e ci scrive tuttora».

Qual è la tua rassegna stampa mattutina?
«Leggo i giornali internazionali, a cominciare dal Financial Times. Poi guardo il sito di Repubblica e dopo guardo un po’ di rassegne stampa già fatte del mondo economico politico italiano.
 Osservo con attenzione un po’ di soggetti che ritengo interessanti su Twitter e anche su Facebook. Osservo con attenzione il mondo dell’innovazione culturale. Mi piace la contemporaneità. Mi interessano molto i saperi scientifici, mi interessa e mi affascina chi sa capire e far capire che la fisica e l’ingegneria la medicina l’informatica sono scienze umanissime perché sono quelle che cambiano e cambieranno la vita. Sull’economia mi piace confrontarmi con il punto di vista di persone come Bernardo Bertolotti».
Andiamo di giudizi. Repubblica.it?
«Lo considero, e per questo lo utilizzo, l’hub informativo più affidabile sull’attualità».
Il Manifesto dovrebbe essere soltanto online?
«Sì».
Il Post lo guardi?
«Lo guardo.
 Rende intellegibile quello che succede, ha sposato la filosofia dello spiegato bene. È una funzione fondativa dell’informazione».
Vice?
«Sono uno di quelli a cui Vice piace».
Ho visto lì per la prima volta il documentario sull’IS, ha parlato del problema dello Stato Islamico molto tempo prima della stampa ordinaria.
«Va tenuto presente che 
Vice nasce come un progetto che ha un cuore una testa occhi e mezzi economici e finanziari anglosassoni. Vice esplicita in modo netto la fine di una serie di dogmi del giornalismo. Non ha paura di essere opinionated, non ha paura di essere esplicitamente furbo. E poi chiariamoci, sul fare il furbo. Per avere qualche click in più è meglio il documentario sui tossici gallesi o la gallery dei gattini? Secondo me il primo, no?».
Tra pochi mesi De Bortoli dovrebbe lasciare la direzione del Corriere, chi dovrebbe prendere il suo posto?
«C’è un punto a monte: davvero c’è il direttore giusto per fare questo? Ti sto dicendo che un direttore che arriva oggi al Corriere della Sera o in qualunque altro grande giornale italiano può stare un po’ più a destra o a sinistra, può fare perfino una bella operazione di innovazione e pensionare quelli che scrviono da 45 anni e chiamare a scrivere di certe cose un giovane editorialista brillante e valorizzare meglio 3 o 4 risorse interne, ma cambierebbe il corso di una cosa che sta dentro al destino di un’industria? Credo di no, se non ci fosse un mandato preciso da parte dell’editore».

Il Fatto?
«
Il Fatto è un modello che ha una sua logica, contro il potere. Ma non sono un fattista».
Ti manca L’Unità?
«
No».
La Zanzara su Radio24?
«
La Zanzara ha il merito di aver decodificato cosa era diventato il potere italiano da un certo punto in poi, ha mostrato l’inadeguatezza culturale e umana di chi frequentava il Parlamento».
Periodici. 
Rolling Stone?
«La nuova gestione mi sembra non avere le idee chiare: cose che capitano quando ci si scopre editori all’improvviso. Non è la prima volta, non sarà l’ultima… ».
Gli hot topics del giornalismo italiano, dimmene tre.
«Il calcio, ma non il calcio trattato in modo intellettuale. No. Quello piace a noi. Trovo di assoluto valore e interesse l’esperimento de Il Napolista, questo giornale di cultura calcistica incentrato sul Napoli Calcio con una una narrazione continua, analitica, fortemente tagliata del calcio napoletano e di quello che succede attorno allo stadio, alla città e in una società calciocentrica. Poi il cibo e il lifestyle».
Credi ancora nell’home page? O il lettore de Gli Stati Generali arriverà dai social?
«Il lettore è il lettore, ed è per questo che noi abbiamo tra i nostri soci fondatori una società, SocialGraph, fortemente orientata al lavoro sugli aspetti seo di linguaggi social».
Quanti utenti unici volete raggiungere?
«Tutti quelli che hanno voglia di capire davvero cos
a succede e di approfondire una comprensione della realtà attraverso voci autorevoli ma autentiche».
Un numero.
«Sarei molto contento se arrivassimo ad avere 60, 70 mila utenti unici al giorno conoscendoli molto bene».
Tempo speso per pagina?
«Alto. Sopra i tre minuti a utente».
Tu invece che ambizioni hai?
«Ho 36 anni e sono una persona a cui basta poco per definirsi tranquillo economicamente. Mi piacerebbe molto dedicare la seconda parte dei mie 40 a osservare il tempo in cui viviamo, il tempo delle future generazioni con un po’ di distanza ma non con meno partecipazione e scrivere libri
».
Quando hai iniziato a fare il giornalista il tuo sogno quale era? Scrivere per?
«Non avevo questo tipo di sogni, era di scrivere di realtà e scrivere cose che non piacevano al potere».
E secondo te ci stai riuscendo?
«Ci sono riuscito. Anzi, ci siamo riusciti, e vogliamo continuare a farlo».

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CAT: Editoria

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