Elogio della preposizione articolata

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30 Marzo 2022

Da un po’ di tempo a questa parte sento dire in giro che le preposizioni articolate relative alla preposizione con + articolo suonerebbero obsolete. Brutte, racchie e cattive. Addirittura ci sono diverse case editrici che non le accolgono nelle proprie norme redazionali, non adducendo alcuna giustificazione. Dicono: le regole sono queste e basta. Dicono loro. Bella roba. E questo nonostante la Treccani, l’Accademia della Crusca e molte grammatiche italiane (non tutte) prevedano sia l’uso della forma analitica che di quella articolata. Suppongono, alcuni fautori della forma analitica e censori dell’articolata, che si creerebbero ambiguità. E lo scrivono pure, perdindirindina. Quest’invenzione (e scusa) dell’ambiguità maschera, a mio avviso, una profonda inconsapevolezza di ciò che la lingua italiana è e, soprattutto, della pronuncia del nostro dolce idioma.

La forma articolata col, collo, colla, coi, cogli, colle risulta omografica (ma non omofona, in quanto ó e ò sono due suoni diversi, sebbene sciaguratamente gli accenti acuto e grave non si scrivano più ed è per questo che si potrebbe creare l’ambiguità) dei sostantivi corrispondenti, che esprimono tutt’altra cosa rispetto alle preposizioni e qui sta l’inghippo. Però non capisco che ambiguità possa generare una frase come “Ho legato il pacco collo spago” ove è evidente che “collo” pronunciato “cóllo” è con+lo e non è il “còllo”, sostantivo che indica la parte del corpo che congiunge la testa al tronco, oppure, per metonimia, ciò che si porta in collo, un oggetto da spedire, sia esso un pacco, un bagaglio, un baule (per i più robusti), ecc. E in questa frase è già presente il “pacco” legato (senza doppi sensi di pratiche sadomaso) per cui il “collo” non può che essere una preposizione articolata. Né ci sarebbe se al posto del pacco ci stesse il còllo, perché sia che significasse “collo anatomico” e quindi un annuncio di impiccagione, vista la presenza di uno spago non meglio identificato, oppure “bagaglio”, sarebbe comunque chiaro che l’uno è sostantivo e l’altra è preposizione articolata. Arrivo a dire che non ci sarebbe ambiguità nemmeno se la frase fosse questa: “in collina ho incollato il collo coi colletti da collezione colla colla” perché nessuno direbbe còlla, nell’accezione di adesivo, due volte di seguito, perché mai dovrebbe, e è quindi chiaro che il primo cólla è la preposizione articolata. La frase è, peraltro, molto musicale e verrebbe quasi voglia di scriverci una canzoncina, le Kessler cantavano Scioglilingua, ai bei tempi.

Treccani ci avvisa che, nella lingua parlata, le preposizioni articolate relative a “con” sono frequenti, perché parlando si compie l’assimilazione di n+l in doppia l mentre è raro nella lingua scritta. Ciò non implica che non sia corretto, anzi, correttissimo, e scriverlo anche. Però, per scriverlo, c’è una sorta di pudore. Raro ha un significato ben diverso da proibito, o, al limite, sconsigliato. Raro significa meno frequente. Sarebbe come discriminare qualcheduno che ha i capelli rossi perché è meno frequente, alle nostre latitudini, dei biondi e dei mori. Non vi sognereste mai di farlo, spero bene. E invece le preposizioni articolate, relative a con, sì. È un po’ come se fossero le sorelle zitelle di quelle che invece ce l’hanno fatta, che hanno realizzato un buon matrimonio con certi articoli…

Probabilmente perché ci sono le case editrici e i giornali che hanno stabilito di non usare queste preposizioni, col coi colla collo colle cogli, da evitare come se contaminassero e causassero ecatombi. Forse perché i redattori non sanno come manovrare la lingua o la conoscono poco e quindi temono i trabocchetti dell’omografia. Potremmo chiamarla, nell’era delle fobie che stiamo attraversando, omografobia. Forse perché diversi editori vanno in confusione perché ormai pubblicano solo oscenità con un numero di vocaboli assai ridotto per non turbare i (pochi) lettori con voci poco usate o bizzarre? Forse perché ormai il livello di consapevolezza idiomatica è arrivato al livello di guardia verso il basso? Eppure né le case editrici né i giornali sono detentori della grammatica italiana, anzi, spesso e volentieri si leggono certi svarioni grammaticali o certe accoglienze come lo schwa o l’asterisco come nuovi caratteri dell’alfabeto (!) che verrebbe voglia di disdire l’abbonamento o farsi restituire i soldi piuttosto che vedere martirizzato il nostro bell’idioma. Poi ci sono quegli insegnanti di lingua, dalle elementari al liceo, soprattutto di nuova generazione, nemici acerrimi della preposizione articolata con+art., che stabiliscono da sé le regole dell’italiano. Alcuni decidono che “sé stesso”, solo per fare un esempio di martirio idiomatico, va scritto senza accento: “se stesso”. Perché gli piace così, perché è pornografico, perché è troppo autoassertivo e può indurre ad autoesaltazione dell’ego, in un’epoca dove vediamo ego ipertrofici a destra e a manca – in politica soprattutto a destra -, chi lo sa. No, , pronome riflessivo della terza persona, singolare e plurale, va assolutamente scritto coll’accento. E nessuno corregge questi scorrettori seriali che disseminano ignoranza tra i propri allievi, inquinando la lingua del sì (coll’accento). Ma date tante bacchettate sulle mani a quegli insegnanti, con matite rosse e blu giganti, fino a farle diventare rosse e blu (le mani).

Se ci si lamenta che la lingua decade la colpa ricada proprio su quegli insegnanti e quegli editori che mettono al bando determinate REGOLE della lingua italiana e ci si ribelli, perbacco! Io uso e continuerò a usare le preposizioni articolate (e pure il sé coll’accento), perché l’assimilazione è un processo fonetico consentito e, soprattutto, musicale. Ci si dimentica troppo spesso che la lingua è formata da suoni e che i suoni, messi insieme, producono la musica. E la lingua italiana, tra le lingue romanze, è di certo la più musicale. E ci sarà un motivo perché l’opera lirica è nata a Firenze, caspitina. E ci sarà un motivo perché i poeti fiorentini, o toscani, in generale, produssero i primi libretti per il recitar cantando. E ci sarà un motivo perché Figaro canta “colla donnetta, col cavaliere” e il sacrestano della Tosca dirà “Scherza coi fanti e lascia stare i santi”.

Se poi si dice e si scrive “quegli occhi” senza scandalo alcuno non vedo perché non si possa usare “cogli occhi” anziché “con gli occhi”, che, vuoi o non vuoi, si pronuncia cogl’occhi, la n essendo assimilata all’articolo nella velocità della dizione. Perché negare questo? Perché negare la musica? Perché qualcuno, senza peraltro fornire alcuna spiegazione e statistica, decide che una forma è preponderante rispetto all’altra? Quel qualcuno si faccia un giro per l’Italia e ascolti le persone parlare, magari le persone che parlano meglio, certo, perché è pur vero che spesso si sente parlar male.

E a parlar male si fa a gara tra nord e sud, con vocali aperte e chiuse a sproposito, “o, e” soprattutto. A Milano piace dire il témpo e il vénto, chissà perché, e credono di parlare correttamente. E con un’albagia, poi. Un esempio per tutti: un noto ex-Cavaliere (forse anche proprietario di varie case editrici), protestando per un parossistico assalto giornalistico, disse al cronista che inavvertitamente osò sfiorarlo col microfono: “Cribbio, nei dénti me lo ha dato!” mentre tutto il mondo sa che di dice dènti. Per assenza della geminazione, cogeminazione e pregeminazione, anche interna, soprattutto al nord, le doppie quasi non esistono, mentre alcune palatali sono spesso strascicate nel centro sud… Insomma, il professor Grammaticus di Gianni Rodari aveva un bel da fare, col povero “ane” che a Firenze era un cane senza testa, o la “maliaia” una magliaia scambiata per una strega in Romagna (G. Rodari, Il libro degli errori, Einaudi 1964). Oggi, grazie a molte case editrici e ai giornali (quasi tutti), verrebbe voglia di scrivere Il libro degli orrori. Mi sa che lo scriverò, sicuro di non trovare nessun editore. Forse Codadipaglia Edizioni.

P.S. come suonerebbe “Col cavolo che ti faccio felice!”, un caso di tirchieria di altruismo, e “Ti faccio felice con il cavolo” nel senso che ti preparo un’ottima pasta coi cavoli in tegame alla siciliana? Col pangrattato abbrustolito sopra che non puoi dirmi di no? Credo che non ci sarebbe alcuna ambiguità se si usasse la forma che più piace.

Redazioni, please, adeguatevi e riaccogliete le supplici profughe articolate in gramaglie.

TAG: col, editoria, il libro degli errori, preposizione articolata, redazioni, Rodari
CAT: Editoria

3 Commenti

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  1. andrea-lenzi 3 mesi fa

    Approfitto per fare una digressione sugli errori che diventano la norma a forza di essere ripetuti, anche se sono evidenti; e così accade anche nel suo articolo

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  2. andrea-lenzi 3 mesi fa

    “CUI” vuol dire esclusivamente “AL/ALLA QUALE”.

    “CUI” è il caso DATIVO SINGOLARE del pronome relativo latino qui/quae/quod, ed è uguale sia per il maschile, sia per il femminile, sia per il neutro.

    “A cui”, quindi, sarebbe come scrivere “a al quale”;
    “nei casi in cui” = “nei casi in al quale”;
    “per cui” = “per al quale”;
    …e così via.

    Forme corrette:
    Ecco Tizio, cui volevo parlare.
    Ecco Tizio e Caio, ai quali volevo parlare.
    Ti racconto la vicenda di Tizio, nella quale non vorrei trovarmi.
    Questo è il motivo per il quale sono venuto.

    Se proprio dovessimo scegliere un jolly da usare al posto di tutti i pronomi relativi corretti, allora il candidato ideale sarebbe “che”;
    “cui” deriva da una ripetizione errata a partire da termini latini forensi, lì usati correttamente, come nella forma Al solito, siamo tutti ostaggi della maggioranza che, in quanto composta per la maggior parte da pigri e/o poco istruiti, tende a trasformare la lingua in modo irrazionale, spesso disfunzionale, apportando variazioni dove non ce ne sarebbe bisogno

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    1. Massimo Crispi 3 mesi fa

      Approfitto del suo intervento per riportarle alcuni esempi di un noto esponente della letteratura italiana che usa i seguenti errori:

      “Ai tempi in cui accaddero i fatti che prendiamo a raccontare, quel borgo, già considerabile, era anche un castello, e aveva perciò l’onore d’alloggiare un comandante, e il vantaggio di possedere una stabile guarnigione di soldati spagnoli, che insegnavan la modestia alle fanciulle e alle donne del paese, accarezzavan di tempo in tempo le spalle a qualche marito, a qualche padre;”

      “giacchè, per questa parte, la storia attesta come riuscisse ad armare contro quel re il duca di Savoia, a cui fece perder più d’una città; come riuscisse a far congiurare il duca di Biron, a cui fece perder la testa; “

      “Quindi era, in que’ tempi, portata al massimo punto la tendenza degl’individui a tenersi collegati in classi, a formarne delle nuove, e a procurare ognuno la maggior potenza di quella a cui apparteneva.”

      “Appena questa parola si fu gettata a traverso di quelle bieche fantasie, i migliori pensieri a cui era avvezza la mente di Renzo, v’entrarono in folla.”

      “Il luogo stesso da dove contemplate que’ vari spettacoli, vi fa spettacolo da ogni parte: il monte di cui passeggiate le falde, vi svolge, al di sopra, d’intorno, le sue cime e le balze, distinte, rilevate, mutabili quasi a ogni passo, aprendosi e contornandosi in gioghi ciò che v’era sembrato prima un sol giogo, e comparendo in vetta ciò che poco innanzi vi si rappresentava sulla costa: e l’ameno, il domestico di quelle falde tempera gradevolmente il selvaggio, e orna vie più il magnifico dell’altre vedute.”

      “Tutt’e due si volsero a chi ne sapeva più di loro, e da cui aspettavano uno schiarimento, il quale non poteva essere che doloroso:”

      “Dovete nominarmi la persona da cui avete avuto il mandato: sarà naturalmente persona di riguardo;”

      Si tratta certamente di un autore minore, senza alcuna importanza e che non conosceva per niente l’uso della lingua italiana corretta. Per di più era lombardo e il suo aver risciacquato i panni in Arno non gli era servito a nulla. Quanti errori nel suo romanzo. Ha proprio ragione, nemmeno Manzoni conosceva l’uso corretto del relativo cui.

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