Verso la secessione dei ricchi?

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7 marzo 2019

Gianfranco Viesti, Verso la secessione dei ricchi?, Ebook Laterza 2019

La questione dell’autonomia

Attualmente in Italia se si esclude  quella previdenziale quasi la metà della spesa complessiva è  gestita dai governi subnazionali. Il grosso degli esborsi riguarda la sanità e la protezione ambientale. Modesta l’incidenza di altri settori (istruzione, ordine pubblico ecc).

Nel decennio 1995-2006 il tasso di decentramento è cresciuto di circa il 5%. E, dagli anni ’70, dalla nascita delle regioni ossia, fino alla riforma del titolo V Costituzione, voluto e realizzato nel 2001 da governi di centro-sinistra in funzione competitiva con il leghismo, i processi di decentramento hanno avuto carattere impetuoso.

Diverse le ragioni pro decentramento.
a)  “può” avvicinare le amministrazioni ai cittadini e favorire il controllo dei secondi sulle prime;
b) può consentire una maggiore differenziazione delle scelte politiche in base alle diverse preferenze dei cittadini e delle diverse condizioni territoriali
c) tale differenziazione,  potrebbe consentire forme di “competizione virtuosa” fra le Regioni, e una maggiore efficienza dell’azione pubblica.

Ma anche diversi i contro:
a) la spesa centralizzata rispetto al decentramento potrebbe garantire economia di scala nell’acquisto di beni e servizi. Recenti esperienze scaturite da indicazioni governative hanno reso palese tali vantaggi;
b) l’opzione centralista garantisce  la fondamentale funzione redistributiva tra le regioni attraverso la fiscalità generale. In effetti  proprio questa solidarietà forzata e sopportata  è ciò che appare più segretamente non desiderato dagli autonomisti spinti;
c) una eccessiva differenziazione in servizi essenziali quali la sanità può determinare forme di iniquità tra i cittadini e la rincorsa di quelli poveri verso quelli ricchi, ma anche la fuga di quelli ricchi dai pesi di quelli poveri; è fatto sotto gli occhi di tutti già adesso;
d) recenti studi relativi al decentramento in Spagna e alla devolution in UK hanno certificato che la diversificazione nel campo dell’istruzione per esempio ha accelerato i processi disgregativi dell’identità nazionale [potrebbe essere peraltro anche questo l’intento segreto degli autonomisti con forte impronta identitaria antagonista];
e) non è da escludere che un decentramento eccessivo possa favorire una più forte divaricazione economica, superiore a quella attuale in un Paese già a forte dualismo economico come il nostro.
f) l’autonomia non è garanzia di selezione di miglior classe dirigente: la cronaca giudiziaria ci dice che  i governatori di tre regioni del Nord nell’ultimo decennio  sono stati condannati per malversazione e ruberie varie.

Lo scenario attuale

A seguito dei recenti referendum effettuati dalle regioni Lombardia e Veneto e della risoluzione del Consiglio della Regione Emilia-Romagna tesi a chiedere più autonomia in una cornice strettamente costituzionale (artt. 116-119 C.)  si sono già siglate ai tempi del governo Gentiloni nel febbraio del 2018 delle  Pre-Intese Stato-Regione che prevedono di finanziare  le nuove competenze   parametrandole, dopo un primo anno di transizione, a fabbisogni standard calcolati tenendo conto anche del gettito fiscale regionale; e fatto comunque salvo l’attuale livello dei servizi (cioè prevedendo variazioni solo in aumento).
Il governo attuale ha pronte, pare,  le bozze delle Intese definitive, ma  sono già nel dicembre scorso insorti intoppi e tergiversazioni in seno alle due forze politiche al Governo  distratte anche da altre questioni politico-economiche non meno divisive,  che le hanno indotte a differire la discussione delle Intese. C’è da dire che nel frattempo il movimento autonomistico ha coinvolto, in rincorsa, quasi tutte le regioni a statuto ordinario.

Ma qui occorre subito premettere che sulla questione Autonomia vi sono molte cose pensate (retropensieri), altre dette e altre ancora scritte. Il busillis gira tutto attorno agli schei, è ipocrita nasconderlo: le risorse sono il reale obiettivo oltre che il punto di partenza della discussione.
Le regioni che hanno chiesto l’Autonomia, chi più chi meno, chi apertamente chi obliquamente, puntano a trattenere maggiori risorse derivanti dal prelievo fiscale effettuato sul territorio.

Che si tratti di “residuo fiscale” (differenza tra quanto prelevato dalle tasche dei contribuenti e quanto restituito dallo Stato alle regioni come trasferimenti – il cui saldo è sempre negativo per le regioni richiedenti) o di captazione in origine dei prelievi fiscali stessi nella misura anche dei 9/10 (come prevedeva un quesito da porre ai cittadini in un referendum del Veneto, cassato dalla Consulta), o infine di nuove denari da chiedere allo Stato per finanziare adeguatamente il costo delle nuove competenze, occorre tenere in onesta avvertenza che le risorse  sono il punctum dolens   della intera questione. Il trattenimento sui territori di parte della fiscalità (Irpef, Ires, Iva) è il vero “rimosso”  anche (e soprattutto) quando lo si nega nei discorsi pubblici delle regioni che hanno rilanciato l’autonomia,  ovvero, detto con un gioco di parole,  “la ragione nascosta della regione”, o, al peggio, il pugnale  nascosto nella manica, o infine,  nel migliore dei casi, l’argomento verso il quale adottare la lingua di legno di una “dissimulazione (più o meno) onesta”.

Perché può essere una “secessione dei ricchi”?

Che si parli di residuo fiscale netto,   sulla cui determinazione ed entità c’è pure scontro,  o della ipotesi veneta  di trattenere i 9/10 delle imposte sul territorio o di finanziare i fabbisogni delle nuove competenze secondo gli standard attuali dei servizi – ragiona Viesti – si tratta di risorse che comunque restano alle regioni ricche e  vengono sottratte alla distribuzione nazionale mettendo di fatto in discussione la perequazione tra le regioni e il principio di eguaglianza dei cittadini. Le regioni controargomentano (lo desumo dalla lettura dei giornali)  che esse non tolgono niente a nessuno, ma trattengono semplicemente sul territorio ricchezza ivi generata. Ma Viesti chiosa: 《Rapportare il finanziamento dei servizi al gettito fiscale significa stabilire un principio estremamente rilevante: i diritti di cittadinanza, a cominciare da istruzione e salute, possono essere diversi fra i cittadini italiani; maggiori laddove il reddito pro-capite è più alto》.

Come saranno sciolti questi nodi dalla composita compagine governativa lo vedremo nei giorni a seguire, una volta sciolti quelli della Tav e altri che insorgono continuamente nella cooperazione competitiva o nella competizione cooperativa (difficile da definire) tra le due forze di governo che la compongono.

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Il testo che precede è un sunto ragionato dell’ebook in progress  “Verso la secessione dei ricchi?“, di Gianfranco Viesti, scaricabile gratuitamente dalla Rete.

Viesti è anche autore di
Mezzogiorno a tradimento. Il Nord, il Sud e la politica che non c’è, Laterza, 2009, e Il Sud vive sulle spalle dell’Italia che produce. Falso!, Laterza, 2013.

TAG: autonomia, Gianfranco Viesti
CAT: Enti locali

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