Basta con la burocrazia regionale, il paese ha bisogno di aree omogenee

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19 Dicembre 2014

Sgombriamo innanzi tutto il campo da equivoci. Il nostro Paese è davanti ad un punto di svolta storico, che rischia di essere esiziale: o riguadagniamo a brevissimo una posizione primaria negli equilibri economici internazionali o rischiamo di essere condannati all’irrilevanza, con gravi conseguenze sociali che non osiamo neanche immaginare.

Vi è pertanto la necessità impellente di comunicare al Paese che tempus fugit e che talune profonde riforme di sistema siano ineludibili ed improcrastinabili. Con buona pace di fazioni corporative e conservatrici, a partire purtroppo da un certa minoranza PD nonché da organismi dirigenziali burocratici centrali e locali, spesso maggiori ostacoli allo sviluppo del Paese. Grazie al cielo, l’azione del Governo Renzi ha segnato un fondamentale cambio di passo nonché creato le condizioni per un’ulteriore e decisiva accelerazione. E soprattutto Governo e maggioranza del Partito remano finalmente compatte nella stessa direzione.

Per questa ragione riteniamo che si possa puntare a riformare profondamente uno dei settori nevralgici della macchina amministrativa, a partire dal Titolo V della Costituzione, processo peraltro già ben avviato con la Legge Delrio. Le “parole magiche” sono politica industriale ed aree omogenee, la cui coniugazione rappresenta una conditio sine qua non per assicurare ai territori competitività nel lungo termine ovvero un ruolo stabile nella suddivisione del lavoro a livello globale. Appare infatti evidente come oramai da anni non si ragioni più in termini di PIL nazionali aggregati e allocati fra le diverse aree degli Stati, bensì in termini di PIL come somma di prodotto e crescita dei vari territori.

In un mondo dove le economie metropolitane rappresentano il più importante motore di sviluppo, un contributo determinante alla ripresa dell’Italia potrebbe essere apportato da queste nuove entità, aree sovra e/o infra regionali, con capacità di aggregazione territoriale ben oltre i confini delle originarie province. Tuttavia, queste nuove potenziali istituzioni devono essere messe nelle condizioni di svolgere al meglio le proprie funzioni, ovvero quella di catalizzatori di investimenti e sviluppo, e pertanto dovranno essere investite di deleghe e poteri veri, sottraendoli de facto alle Regioni le quali sono diventate troppo spesso dei meri centri di costo.

Tali territori dovranno essere interlocutori privilegiati di Governo, Unione Europea e investitori internazionali, senza inutili diaframmi. Dovranno pertanto godere della autonomia necessaria al reperimento di risorse finanziarie sia direttamente sia attraverso le proprie società partecipate eroganti servizi pubblici. Questi ultimi difatti, grazie alla loro peculiare natura, presentano le caratteristiche per attrarre il risparmio privato, anche delle famiglie, con interessanti rapporti rischio/rendimento. Basta pertanto nascondersi dietro il mantra dell’assenza di risorse, non è vero che quest’ultima determini l’assenza di investimenti. Piuttosto è vero che la mancanza di investimenti tende ad essere principalmente imputabile a quella di progetti concreti o al fatto che questi ultimi siano difficilmente attuabili a causa di una burocrazia quantomeno pervasiva. La politica deve recuperare la propria centralità, dopo avervi per troppi anni rinunciato a favore di tecnocrazie, più o meno capaci, ma di certo troppo spesso autoreferenziali.

Ma quali regole seguire per definire territori veramente omogenei in grado di diventare efficaci poli di investimento, e soprattutto di essere registi veri di sviluppo socio-economico? Le aree omogenee non potranno avere meno di un milione e mezzo di abitanti, e dovranno essere dotate o dotabili di efficienti e comuni infrastrutture fisiche, digitali, educative, culturali e sociali. Non si pensi comunque che si voglia far passare un disegno del genere sulla testa dei cittadini i quali andranno opportunamente e democraticamente coinvolti, tuttavia è necessario mettere definitivamente la parola fine al campanilismo italico, oramai enorme ostacolo al progresso del Paese.

Se non vogliamo, come Italia e come Europa, abdicare al nostro ruolo e al nostro benessere, dobbiamo realizzare che siamo all’ultimo gong. Dobbiamo farci una ragione del fatto che nel mondo attuale i nostri competitor siano aree come, ad esempio, la zona di Shanghai che vede concentrati in un territorio pari a un ventesimo del nostro Paese, la nostra stessa popolazione e metà del nostro PIL. In Italia peraltro abbiamo un grande potenziale inespresso, con non meno di cinque aree economiche (ma NON amministrative) metropolitane di ben oltre tre milioni di abitanti, a partire da quella di Milano che ne vanta circa undici. Abbiamo bisogno di costruire una visione, e non più di avere una semplice veduta. Dobbiamo uscire da questo eterno presente, liberare le nostre energie ed entrare finalmente nel futuro con un grande piano strategico di riforma e di rilancio del Paese, che dovrà necessariamente vedere territori omogenei ed aree metropolitane come attori protagonisti.

 

TAG: aree omogenee, città metropolitana, governo, politica industriale
CAT: Enti locali, Legislazione, Politica

Un commento

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  1. massimo-matteoli 6 anni fa

    Se il problema è la “burocrazia” qualcuno mi dovrebbe spiegare perchè quella di queste “aree omogenee” dovrebbe funzionare meglio di quella che già abbiamo.
    L’autore dell’articolo centra un tema essenziale per il futuro del paese, quello delle dimensioni delle are di governo per i quali i livelli attuali appaiono ormai palesemente inadatti, ma indica una strada sbagliata se pensa di poter risolvere tutto con quarantina aree omogenee da un milione e mezzo di persone in media l’una.
    Si tratta di dimensioni ad un tempo troppo grandi e troppo piccole.
    Sicuramente piccole per le poche vere aree metropolitane di questo paese (molto meno dell’elenco previsto dal legislatore che come al solito non ha voluto scontentare nessuno), ma troppo grandi per la provincia diffusa, dove pure è bene ricordare si produce buona parte della ricchezza italiana.
    Ragioniamo, perciò, sui livelli di governo dei servizi locali (la cui assenza è la vera grandissima colpa della legge Del Rio), ma senza cadere vittima nè dell’idea di un modello unico per dimensioni da far calare in tutto il paese, nè in quella del neocentralismo di ritorno che, anche se non in questo articolo, troppo spesso appare sotto la vernice delle critiche alle Regioni ed agli enti locali.
    Perchè di fronte allo Stato dei Prefetti e dei Ministeri perfino le nostre malandate Regioni fanno meglio figura.

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