Il caso Nogarin è il problema di Boeri: mancano regole per un default pubblico

12 Maggio 2016

“Se uno solleva un problema è lui il problema”: questa amabilissima perla di saggezza, attribuita a un mio vecchio capo, sintetizza quello che è successo al sindaco di Livorno Nogarin. Ha sollevato il problema dell’insostenibilità del debito dell’azienda urbana dei rifiuti portando i libri in tribunale, e il tribunale gli ha risposto inviandogli un avviso di garanzia per bancarotta fraudolenta. Questo caso segnala un iceberg sulla rotta dell’aggiustamento dei conti del settore pubblico, e mentre l’iceberg si avvicina, la politica e il giornalismo danzano e giocano al garantista contro il giustizialista, la versione moderna di “guardie e ladri”. Talvolta la polemica prende addirittura le vesti di una ripicca infantile, e ti aspetti da un momento all’altro che qualche politico rilasci una dichiarazione del tipo: “chi è garantista metta un dito sotto”, come la conta che facevamo da piccini. La cosa sconvolgente è che stavolta l’iceberg non l’ha visto neppure Crozza, che ha assalito Di Maio con gli stessi argomenti di un qualsiasi politico del PD. Invece l’icerberg l’ha visto Carlo Scarpa in un recente pezzo su lavoce.info. Noi qui ci mettiamo tra Crozza e Scarpa e proviamo a rendere ancora più paradossale il caso Nogarin. Come? Trasformando Nogarin in Boeri.

Qual è l’icerberg? E cosa hanno in comune Nogarin e Boeri? Per i lettori impazienti, l’iceberg è il default del sistema pubblico italiano. E affrontare l’iceberg senza affondare la nostra convivenza civile richiede che il sistema si dia delle regole che oggi non ha. Oggi non esistono regole di ingaggio per il default del sistema pubblico, e il sistema pubblico è già in default. Il motivo di aggiungere questo post a quello di Carlo Scarpa è quindi solo rendere esplicito questo aspetto. Il paradosso del caso Nogarin deriva dal fatto che ha utilizzato le norme del diritto fallimentare privato per affrontare il default di un servizio pubblico.

Il parallelo con la battaglia di Boeri è evidente: se Boeri portasse in tribunale i libri dell’INPS e poi pagasse solo le pensioni fino a millecinquecento euro, riceverebbe anche lui dal tribunale un avviso di garanzia per bancarotta fraudolenta. Sarebbe un bel giorno per molti: professori da talk show, giustizialisti che additano regole calpestate, garantisti che urlano ai diritti acquisiti traditi. Se fosse una favola, potrebbe finire come quella del re nudo. Tra tanti dotti pareri e appassionate filippiche un bambino osserverebbe: Boeri è equo. Ma le favole non esistono, e i giudici non starnutiscono come Mangiafuoco: Boeri si prenderebbe l’avviso di garanzia perché avrebbe introdotto nel diritto fallimentare tra privati un principio di equità che invece riguarda la sfera sociale e dell’interesse pubblico.

Fino ad oggi lo stato non ha regolato il suo default verso i suoi sudditi. Anzi, verso i suoi sudditi lo stato non riconosce neppure il default. Si pensi infatti alle contorsioni concettuali della nostra Corte Costituzionale per cercare di riconciliare diritti e sostenibilità economica in occasione delle decisioni sul blocco dell’indicizzazione delle pensioni e della contrattazione nella pubblica amministrazione. Per noi economisti le cose sono molto più chiare. I diritti non c’entrano niente con la sostenibilità, e se chi si accolla un’obbligazione nei nostri confronti garantendoci dei diritti non riesce a farvi fronte, per noi fa default. Invece, i nostri giudici della Corte Costituzionale cercano di rinvenire e decidere di una regola che semplicemente non esiste.

L’assenza di regole, che per somma coerenza non troverete in nessuna regola, fa sì che neppure i principi fondamentali che regolano il default tra privati siano rispettati. L’ente pubblico può decidere di rimborsarti una parte, oppure, se rifiuti, aspettare in eterno che il tuo credito sia saldato interamente. Può dirti, come è stato fatto per i debiti della pubblica amministrazione, che i tuoi crediti te li puoi far scontare dalle banche, e così alle banche paghi gli interessi sui tuoi crediti, oltre a quelle sui tuoi debiti. Non c’è nessun principio di par condicio creditorum, per cui in caso di default tutti i creditori debbano essere trattati nello stesso modo. Pensate al blocco degli scatti nella pubblica amministrazione, che ha riguardato tutti, meno i magistrati. Lo stesso magistrato che ha mandato l’avviso di garanzia a Nogarin, probabilmente per una violazione della par condicio, si è giovato della stessa violazione quando con la sua categoria non ha partecipato a pagare il costo della crisi. Ma, di nuovo, non è una violazione, perché non c’è una norma.

Ma ha fatto bene o male Nogarin a portare in tribunale i libri dell’azienda di rifiuti livornese? E ha fatto bene allo stesso tempo a stabilizzare i 33 precari che sembra gli abbiano valso il premio dell’avviso di garanzia? Ha fatto bene e male allo stesso tempo. Si è comportato allo stesso tempo da temerario e da pollo. Meglio comunque essere temerari e polli che stare con le mani in mano. E’ stato temerario perché ha voluto prendere il toro per le corna, e affrontare l’iceberg di Livorno. E’ stato pollo perché lo ha fatto utilizzando uno strumento della legge fallimentare che è fatto per regolare il rapporto tra privati. E’ come giocare a rugby con le regole del calcio: appena prendi la palla in mano, l’arbitro ti fischia rigore. Avrebbe avuto un’alternativa? Non nelle regole. Avrebbe potuto rimanere fuori dalle regole e stabilizzare i 33 precari, poi chiamare i creditori e farsi in casa il concordato senza incorrere in nessuna bancarotta fraudolenta, per il semplice motivo che non avrebbe dichiarato bancarotta. Avrebbe potuto pagarne alcuni con uno sconto maggiore e rifiutarsi di applicare la stessa regola agli altri, perché una regola non c’è. Insomma, se la favola del re nudo si svolgesse a Livorno un bambino direbbe: deh, ‘r sindaco è stato equo.

Pensate se Boeri facesse la stessa cosa. Pensate se portasse i libri dell’INPS in tribunale. Che equità sarebbe tagliare del 20% sia una pensione da mille euro che una da diecimila euro? Eppure quella sarebbe la regola. Per questo Boeri, lungi dalla scelta di Nogarin, continua a martellare ai fianchi questi giovani riformatori proni a scrivere e riscrivere le regole avvertendo in tutti i modi che c’è una regola fondamentale che dovrà essere scritta: quella del default degli enti pubblici, compresa la sua INPS. La regola deve essere che in caso di default di un ente pubblico devono essere tutelati i diritti fondamentali, ben prima dei diritti acquisiti. Deve essere tutelato l’interesse pubblico, primo di quello dei privati.

Resta una domanda. Qual è la differenza con il default finanziario? Ci sono differenze e similitudini, e sarebbe molto lungo discuterne. Perché uno stato non sospende semplicemente il pagamento degli interessi sul debito, o li riduce, come fa con i debiti non finanziari della pubblica amministrazione, i suoi dipendenti, e le pensioni? In realtà una proposta di questo tipo è stata avanzata in un lavoro di un collega e amico dell’Università di Palermo, Andrea Consiglio, insieme a Stavros Zenios, dell’Università della Pensilvania. Un prodotto come un titolo di stato su cui si possano interrompere gli interessi vi parrà originale, se non strano, ma riflettete un attimo: non è la stessa cosa che vi sembra normale per le obbligazioni non finanziarie? La differenza è che questa possibilità di sospendere i pagamenti in un prodotto finanziario si chiamerebbe opzione, e il mercato ve la farebbe pagare il giusto prezzo, se non qualcosa di più. Insomma, nel mercato finanziario le regole ci sono, ed è il mercato stesso, prima ancora del diritto, a imporne il rispetto.

Anche delle regole di default di banche e stati rispetto al mercato finanziario si parla ancora molto, e anche noi torneremo presto a parlarne in maggiore dettaglio. Ma adesso è il momento di aprire il dibattito sulle regole di default di uno stato rispetto ai suoi cittadini, in modo che non siano più sudditi. Deve essere fatto prima che questa crisi finisca, e che la prossima cominci. L’esempio della Grecia ci mostra infatti anche la tragedia di  un default finanziario che si risolve scaricando i suoi effetti su un default rispetto alla società civile. Questo avviene se non ci sono regole: allora la strada del default prende la via di minore resistenza, che è quella dove ci sono i più deboli, e il default si trasforma da una questione di soldi in una questione di vite.

TAG: Carlo Scarpa, crisi, default, Enti Pubblici, inps, Nogarin, Tito Boeri
CAT: Enti locali, P.A.

6 Commenti

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  1. vincesko 4 anni fa

    INPS? Vale la pena forse di segnalare che la gestione dell’INPS, al netto dei 45 mld di imposte e dei 45 mld di voci spurie (TFR e Assistenza) è in notevole attivo. Senza voler considerare che l’INPS ha dovuto incorporare gestioni deficitarie, in particolare l’INPDAP, il cui deficit è dovuto alla decisione dello Stato di non versare i contributi a se stesso (http://www.corriere.it/economia/12_ottobre_01/cassa-statali-inps_27b702b4-0b8a-11e2-a626-17c468fbd3dd.shtml).

    PS:
    Per un’analisi delle pensioni, cfr. “Lettera ai media, al Governo, al PD e ai sindacati: le pensioni e Carlo Cottarelli”
    http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2833739.html oppure (se in avaria) http://vincesko.blogspot.com/2015/06/lettera-ai-media-al-governo-al-pd-e-ai.html.

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  2. icecreamit 4 anni fa

    Tra l’INPS e L’Azienda Autonoma dei Rifiuti di Livorno c’è però una differenza: il primo è un ente pubblico non economico, e non è previsto che possa fallire, un suo eventuale default è gestito direttamente dal Tesoro e non dal giudice fallimentare.
    La seconda è invece una SpA e quindi quando ne ricorrono le condizioni gli amministratori devono portare i libri in tribunale e se non lo fanno loro dovrebbero farlo i sindaci.

    Il problema a monte però, è che nel nostro paese gli enti pubblici, che dovevano produrre servizi ai cittadini, sono stati man mano ingabbiati nelle stesse regole (amministrative, gestionali, contrattuali, del personale, ecc.) delle amministrazioni centrali, fino al punto da bloccarne di fatto l’operatività. Allora, per risolvere il problema, invece di semplificare le norme o disegnare un modello nuovo e originale di azienda pubblica, si è preferita la scorciatoia di dare agli enti pubblici la forma della società per azioni.

    Si tratta però di una forzatura e di una finzione, perché le regole pensate per una SpA non necessariamente funzionano per un’azienda che fa un servizio pubblico, e tra quelle che non possono funzionare ci sono sicuramente quelle relative allo stato di insolvenza (basti pensare all’assurdo di un giudice che dovrebbe decidere la liquidazione di una società costituita con una legge…)

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    1. umberto.cherubini 4 anni fa

      La ringrazio del commento, ma giuristi mi hanno detto e argomentato che l’INPS può fallire. Se ha interpretazioni diverse e fonti la prego di indicarmele perché sto lavorando, sul fronte economico, ovviamente, sulla questione. Grazie.

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      1. icecreamit 4 anni fa

        Non mi ritengo un giurista, ma ho lavorato a lungo in un ente pubblico, anche come direttore amministrativo. Per quanto ne so, la legge fallimentare si applica alle imprese che svolgono attività commerciale (art. 1). L’INPS è un ente pubblico non economico che non svolge attività commerciale, quindi ad esso non si può applicare la legge fallimentare, né le norme relative ai reati connessi. Del resto l’INPS adotta il sistema di contabilità pubblica e non quello civilistico, per cui anche sotto questo profilo sarebbe problematico utilizzare molte delle categorie legate alle norme fallimentari. (ad esempio, manca la nozione di capitale sociale). Per un ente di questo tipo si può quindi parlare di default in senso generico, ma non di fallimento in senso tecnico. Altra cosa, ovviamente, sono i c.d. enti pubblici economici e le società ad azionariato pubblico. Non so che tipo di ragionamenti abbiano fatto i giuristi cui lei si riferisce.

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  3. vincesko 4 anni fa

    Risulta da studi fatti in materia che ciascuno di noi è “catturato” dalle proprie tesi precostituite, che quasi sempre resistono a qualunque prova contraria. Io lo verifico da 5 anni in tema di a) governo Monti; e b) pensioni e spesa pensionistica. Nel primo caso, quasi TUTTI ignorano che, nella scorsa legislatura, il governo Monti ha varato, in un tempo equivalente, soltanto 1/5 delle manovre correttive rispetto ai 4/5 del governo Berlusconi e sono state molto più eque; ma la recessione viene da TUTTI attribuita a Monti e non a BERLUSCONI; nel secondo caso, che la tanto vituperata riforma Fornero (DL 201/2011) è molto meno severa della riforma SACCONI (DL 78/2010), ma l’allungamento eccessivo dell’età di pensionamento, oltre a tutte le misure di Sacconi, viene ascritta alla Fornero; e che la spesa pensionistica (pari a quasi 280 mld lordi) contiene 45 mld di imposte, che per l’INPS è una partita di giro poiché esso paga il netto, e 45 mld di voci spurie, suddivise più o meno a metà tra TFR (che esiste solo in Italia e può essere riscosso anche decenni prima del pensionamento) e Assistenza, che nulla ha a che vedere con la previdenza e che infatti viene pagata dallo Stato con i trasferimenti (fiscalità generale); per cui al netto di questi 90 mld l’INPS è in “attivo” e “creditore” verso lo Stato. Eppure, ogni volta che mi capita di intavolare una discussione su questi 2 temi, anche con docenti universitari di Economia, che si suppone siano esseri razionali a adusi a maneggiare i numeri, incontro resistenze terribili. Come è in parte il caso anche dell’Autore dell’articolo, che a) ha evitato di replicare al mio commento; e b) continua a preoccuparsi del fallimento (sic!) dell’INPS, per cui escluderei che non l’ha fatto perché “chi tace acconsente.

    PS: La voce di Wikipedia dell’INPS è carente dal punto di vista dell’analisi economica della spesa pensionistica, ma, per quel che vale, sotto l’aspetto giuridico afferma questo, che per me è condivisibile: “L’INPS non è un ente con fini di lucro ma è un ente dello Stato predisposto per erogare dei servizi, come lo sono i Comuni, le Provincie o le scuole. Pertanto nel bilancio dell’INPS non vi sono utili o perdite ma avanzi o disavanzi di esercizio, che derivano dalla differenza tra le risorse finanziarie assegnate dallo Stato e i costi per i servizi che deve erogare in base alle leggi vigenti.
    Se in base alla legislazione vigente, vi è un disavanzo, o viene coperto da ulteriori trasferimenti dello Stato, magari nell’esercizio successivo o c’è il default previdenziale ossia lo Stato fa una riforma previdenziale per ristabilire l’equilibrio dei conti. In caso contrario si andrebbe al default dello Stato, non dell’INPS che è un organo dello Stato che attua le leggi dello Stato e che non ha autonomia negoziale in quanto il diritto della previdenza sociale è una branca del diritto pubblico”.. https://it.wikipedia.org/wiki/Istituto_nazionale_della_previdenza_sociale

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  4. vincesko 4 anni fa

    Ad integrazione (15/07/2016): “Per inciso, segnalo che il presidente dell’INPS, Tito Boeri, nella presentazione dell’ultimo Rapporto annuale dell’INPS,[2] al minuto 40.30, ha dichiarato: “Si danno molte notizie allarmistiche sul bilancio dell’INPS, bene dunque mettere alcuni puntini sulle i. Primo, l’INPS opera per conto dello stato, quello che conta per lavoratori, pensionati e imprese è il bilancio consolidato dello Stato, non il bilancio dell’INPS”. Tratto da: “Dialoghi sull’INPS che ha un buco e può fallire” http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2848626.html oppure http://vincesko.blogspot.com/2016/07/dialoghi-sullinps-che-ha-un-buco-e-puo.html.

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