Geopolitica
Ecco come l’Europa può difendere la libertà della Groenlandia e i confini del Regno di Danimarca
La dichiarazione congiunta sulla Groenlandia dei capi di stato e di governo delle sei maggiori potenze dell’Europa democratica (Macron, Merz, Meloni, Tusk, Sánchez e Starmer) e della Statsminister danese Mette Frederiksen è una buona notizia per il popolo groenlandese, per il Regno di Danimarca tutto e per l’Europa stessa.
Vari i passaggi degni di nota: «la sicurezza dell’Artico rimane una priorità chiave per l’Europa […] [essa] deve quindi essere garantita collettivamente […] sostenendo i principi della Carta delle Nazioni Unite, tra cui la sovranità, l’integrità territoriale e l’inviolabilità dei confini […] principi universali, che continueremo a difendere senza sosta […] La Groenlandia appartiene al suo popolo. Spetta alla Danimarca e alla Groenlandia, e solo a loro, decidere sulle questioni che riguardano la Danimarca e la Groenlandia». La dichiarazione ha avuto una certa eco negli Stati Uniti (specie il passaggio sul «difendere senza sosta» l’integrità territoriale e l’inviolabilità dei confini) e ha raccolto il sostegno di altri capi di stato e di governo, dall’Europa (ad esempio il Minister-president neerlandese Dick Schoof, il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis, il primo ministro estone Kristen Michal, il presidente lettone Edgars Rinkēvičs) e dal Canada (il primo ministro Mark Carney).
Non solo il governo danese, ma anche quello groenlandese ha apprezzato tale dichiarazione. Jens-Frederik Nielsen, Naalakkersuisut siulittaasuat (premier) della Groenlandia, ha scritto su Facebook che il sostegno europeo «è significativo in una situazione in cui vengono messi in discussione i principi internazionali fondamentali. Voglio esprimere la mia più profonda gratitudine per il sostegno […] In una situazione in cui il presidente statunitense ha di nuovo affermato che gli Stati Uniti sono molto seri nei confronti della Groenlandia, questo sostegno dei nostri alleati nella NATO è molto importante e inequivocabile». Il Regno di Danimarca ha ricevuto anche il compatto sostegno di tutti i ministri degli esteri dei paesi nordici: «le questioni riguardanti la Danimarca e la Groenlandia devono essere decise esclusivamente dalla Danimarca e dalla Groenlandia».
Come scrivevo la notte del 5 gennaio su questo giornale, servivano dichiarazioni nette da parte dei leader europei in merito al fatto che la Groenlandia è parte integrante del Regno di Danimarca, e tali dichiarazioni sono arrivate (seppur troppo lentamente); non serviva essere Henry Kissinger per capire quanto fossero necessarie e urgenti.
Ma le dichiarazioni non bastano. Occorre che la UE e gli stati membri più importanti (Italia inclusa) si attivino per rafforzare, in modo rapido e concreto, l’impegno continentale per la sicurezza nell’Artico, e segnalino con i fatti la volontà di sostenere la sovranità, l’inviolabilità dei confini e l’integrità del Regno di Danimarca, così come il diritto del popolo groenlandese a forgiare il proprio destino senza coercizione alcuna. Cosa fare, dunque?
Prima di tutto, sarebbe un gesto di grande rilevanza simbolica se Macron, Meloni, Sánchez, Tusk, Merz e Starmer si recassero quanto prima in visita in Groenlandia in compagnia della Frederiksen, di Schoof e della von der Leyen, oltre che del presidente finlandese Stubb e dello Statsminister norvegese Jonas Gahr Støre.
Non soltanto la classe dirigente dell’isola artica, ma l’intera popolazione groenlandese deve comprendere che l’Europa c’è, e che è un’Europa diversa da quella distante e autoreferenziale del 1982, quando la Groenlandia decise con un referendum di ritirarsi dalle Comunità Europee (i favorevoli all’uscita prevalsero con il 52% dei voti rispetto al 48% dei contrari, segno che già allora una fetta cospicua di elettorato groenlandese comprendeva, a dispetto di tutto, l’utilità di far parte delle CE).
Un altro gesto d’impatto sarebbe l’ampliamento dell’ufficio della UE a Nuuk, e soprattutto irrobustire ulteriormente la partnership tra la UE e la Groenlandia. Ciò dovrebbe comportare uno stanziamento aggiuntivo di fondi europei per l’isola (che pur non facendo parte della UE è comunque un OCT) in ambiti tangibili per la popolazione groenlandese. Infatti anche se non è stato escluso dalla Casa Bianca l’uso della forza per acquisire la Groenlandia («una priorità di sicurezza nazionale»), sembrerebbe che Washington voglia per ora percorrere la strada di un acquisto della Groenlandia dal Regno di Danimarca, come nel caso delle Isole Vergini Danesi nel 1917; ovviamente la Groenlandia non è in vendita (né può esserlo), ma dato che è nell’interesse europeo garantire lo status quo, winning hearts and minds dei groenlandesi è cruciale, specie considerando che, secondo fonti del governo, gli Stati Uniti potrebbero in alternativa offrire alla Groenlandia un compact of free association.
Il ricorso alle forze armate rimane però un’opzione per Trump, e ciò già di per sé è gravissimo considerando che gli Stati Uniti e il Regno di Danimarca fanno entrambi parte della NATO. Un uomo vicino al presidente come Stephen Miller (White House Deputy Chief of Staff, e marito della donna che ha condiviso su X il famigerato post con la mappa della Groenlandia colorata dalla bandiera statunitense) ha detto alla CNN che nessuno oserebbe combattere gli Stati Uniti «per il futuro della Groenlandia»; parole del genere non possono che generare grande ansia.
In Francia c’è chi ha proposto di aprire una base militare europea in Groenlandia: difficile, considerando che non esiste un esercito europeo… Si potrebbe però lanciare una “coalizione dei volenterosi” per la sicurezza nell’Artico e nell’Atlantico del Nord, specialmente per salvaguardare la sicurezza marittima e la libertà di navigazione nel GIUK gap, lo Stretto di Davis e la Baia di Baffin. Ovviamente tale operazione avrebbe tra i suoi scopi anche quello di fugare i timori degli Stati Uniti (a parere di molti infondati) delle minacce russe e cinesi sulla Groenlandia, e necessiterebbe della cooperazione canadese (che con tutta probabilità ci sarebbe, sia perché pure in Canada c’è crescente preoccupazione per l’aggressività trumpiana, sia perché Ottawa stessa vuole rafforzare la sua dimensione artica).
EUNAVFOR Aspides, ossia l’operazione difensiva della UE nel Mar Rosso, potrebbe essere il modello (di successo) a cui ispirarsi. Idealmente dovrebbero essere coinvolte, oltre alle principali potenze UE e ovviamente al Regno di Danimarca, anche la Finlandia e la Svezia, che vantano una cospicua esperienza artica, e due paesi NATO non-UE: il Regno Unito e la Norvegia, i cui ministri della difesa il 4 dicembre 2025 hanno firmato un accordo bilaterale per contrastare le attività sottomarine russe nell’Atlantico del Nord (new Lunna House agreement).
Si potrebbero poi immaginare anche dei presidi di truppe europee a Nuuk, Narsarsuaq e altre aree strategiche, ad esempio avvalendosi di unità della 7e Brigade d’infanterie de montagne francese e della Gebirgsjägerbrigade 23 tedesca. Sino a un anno fa tale possibilità non piaceva (comprensibilmente) a Copenaghen, ma dopo l’aggressione illegale degli Stati Uniti contro il Venezuela forse i danesi hanno cambiato idea… Una domanda tuttavia sorge: se i lettoni sono stati felici di avere truppe danesi sul loro suolo, perché il Regno di Danimarca non potrebbe accogliere truppe tedesche, francesi od olandesi? Specie considerando che in Groenlandia già stazionano (e soprattutto stazionavano) truppe statunitensi…
Da parte loro Nuuk e Copenaghen dovrebbero coinvolgere quanto più possibile le imprese di tutta Europa nella modernizzazione e nel rilancio (sostenibili) dell’economia groenlandese, e in particolare delle sue infrastrutture. È fondamentale che gli imprenditori e i cittadini di tutta Europa capiscano che sostenere il popolo groenlandese e difendere la sovranità del Regno di Danimarca non rappresentano unicamente dei costi, ma anche delle opportunità. L’idealismo, anche nel nostro continente, scarseggia, e gli uomini dell’amministrazione Trump lo sanno bene.
Soprattutto, è importante attivarsi il prima possibile. Negli Stati Uniti le elezioni di midterm si avvicinano, Trump è un uomo a dir poco umorale, e dovrebbe essere chiaro a tutti (a Copenaghen e a Nuuk così come a Bruxelles e Berlino) che il mondo è sempre più volatile e sorprendente.
Leggo sempre volentieri i suoi articoli. Interessanti e pieni di spunti. Personalmente non credo che alle belle parole seguiranno poi i fatti. l’Europa ha dimostrato troppe volte di essere poco concludente. Penso anche che gli USA troveranno un modo “pacifico” per comprare non tanto la Groenlandia, ma i suoi abitanti. In fondo l’Europa non si è spesa poi molto per questa area. I vantaggi per l’Europa ad avere la Groenlandia sono evidenti, quali quelli per i Groenlandesi?
Vede, anche io sono pessimista, come lei. Nell’editoriale che ha gentilmente letto ho cercato di proporre delle idee, idee che hanno scarse probabilità di essere considerate dai decision-makers, ma si fa quel che si può… Quanto al “comprarsi” i groenlandesi, il punto è che i groenlandesi – almeno quelli che ho conosciuto – sono un po’ diversi da noi europei occidentali, spesso molto attenti al denaro… Loro sognano l’indipendenza, e i COFA sono tutto tranne che vera indipendenza, basta chiedere alle genti di Palau o della Micronesia, che per farsi curare devono sputare sangue. Dalla UE i groenlandesi ricevono milioni, e ancor più dalla Danimarca; gli USA a promesse sono generosi, quando si tratta di fondi da allocare la cosa è diversa.