Geopolitica

Se Trump vuole la Groenlandia, ha tre strade. Ma deve correre

9 Gennaio 2026

Il mandato del presidente statunitense Donald Trump terminerà a mezzogiorno del 20 gennaio del 2029. Ossia fra tre anni. E a meno che non si vogliano immaginare clamorose (e altamente improbabili) modifiche del 22° emendamento, o eventi ancora più drammatici e infausti, Trump ha poco più di mille giorni per coronare il suo sogno neoimperialista di staccare la Groenlandia dal Regno di Danimarca – infliggendo così un colpo durissimo al rigsfællesskabet (comunità del reame) danese, alla NATO e al diritto internazionale – e legare l’isola, in un modo o nell’altro, agli Stati Uniti d’America.

Estesa oltre 2 milioni di chilometri quadrati (circa tre volte il Texas), ricca di risorse naturali (a partire dalle cosiddette “materie prime critiche”), scarsamente popolata e in una posizione geografica strategica, la Groenlandia è stata definita «una priorità per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti» dalla Casa Bianca, e Trump in persona ha più volte dichiarato che essa serve al paese, parlandone alla stregua di un immobile da «possedere» (così in una recentissima intervista al New York Times). Peggio ancora, non è stato escluso dalla Casa Bianca l’utilizzo della forza per raggiungere tale obiettivo.

Ma davvero l’amministrazione Trump vuole la Groenlandia? Dopo l’operazione illegale delle forze statunitensi in Venezuela – con la spettacolare cattura del dittatore Nicolás Maduro e la sua detenzione in un carcere newyorkese – la retorica assertiva di Trump non è più considerata mera retorica senile, e a Nuuk come a Copenaghen c’è una profonda preoccupazione. E anche le cancellerie europee temono azioni avventate di Washington, come dimostra il comunicato congiunto sulla Groenlandia da parte dei leader di Francia, Germania, Italia, Regno Unito, Polonia, Spagna e Danimarca. In una recentissima dichiarazione il vicepresidente J. D. Vance ha però ammorbidito la posizione statunitense, chiedendo agli «amici europei» di prendere in modo più serio «la sicurezza di quella massa continentale [la Groenlandia]» perché altrimenti «gli Stati Uniti dovranno fare qualcosa a riguardo». E diversi membri (ed ex membri) del Congresso, democratici ma anche repubblicani, hanno duramente criticato le parole di Trump e della sua amministrazione sulla Groenlandia.

Si ipotizzi però che Trump e uomini del suo inner circle vogliano davvero la Groenlandia. A prescindere dalle reali ragioni dietro questa ossessione dell’attuale amministrazione (e non gli improbabili pretesti da essa accampati, come quello secondo il quale i danesi non starebbero difendendo la Groenlandia da fantomatiche incursioni russe e cinesi), rifacendosi ad Antonio Gramsci ci sono solo tre strade attraverso cui gli Stati Uniti possono impadronirsi dell’isola: consenso, corruzione-frode, forza.

Si consideri il consenso, il modo più efficace ma lento. Convincere i groenlandesi a unirsi agli Stati Uniti (ad esempio con un COFA, su cui si tornerà a breve) non sarebbe facile né per il segretario di stato Marco Rubio né per Jared Kushner o Steve Witkoff. Avendo conosciuto le asprezze del colonialismo danese, i groenlandesi sono diffidenti nei confronti delle grandi potenze coloniali o imperialiste, e temono di ritrovarsi in una posizione di David mod Goliath, Davide contro Golia.

Come ha osservato pochi giorni fa Aaja Chemnitz, parlamentare groenlandese al Folketing, «il divario di potere [tra Nuuk e Washington] è semplicemente troppo grande». E ovviamente anche i groenlandesi leggono i giornali e vedono la TV: sanno bene come vengono trattate le minoranze negli Stati Uniti, specie i discendenti dei First Peoples; e l’amministrazione Trump non si è certo distinta per rispetto dei diritti umani o del multiculturalismo… (per inciso: se c’era un presidente statunitense che poteva persuadere i groenlandesi ad aggregarsi agli Stati Uniti, quello era Obama).

È bene poi ricordare che il governo danese non ha alcuna intenzione di vendere o comunque cedere la Groenlandia agli Stati Uniti. E come è stato ricordato chiaramente dalle cancelliere europee, nessuno può decidere per la Groenlandia e la Danimarca se non la Groenlandia e la Danimarca stesse. E ancora, secondo un sondaggio di un anno fa l’85% dei groenlandesi non voleva far parte degli Stati Uniti, e solo il 6% era invece favorevole; difficile che percentuali del genere possano mutare drasticamente in uno o due anni. È vero che c’è un partito politico groenlandese favorevole a un dialogo diretto con Washington senza coinvolgere la Danimarca (Naleraq, guidato da Pele Broberg), ma al momento questa posizione è isolata, e il partito all’opposizione; inoltre non si può legalmente tagliare fuori la Danimarca dal confronto con gli statunitensi, in virtù della Lov om Grønlands Selvstyre del 12 giugno 2009.

Alla Groenlandia gli Stati Uniti potrebbero accordare uno status simile a quello di Porto Rico (territorio non incorporato) o – più probabilmente – quello di Palau, delle Isole Marshall o della Micronesia, che sono stati sovrani in libera associazione con gli Stati Uniti, attraverso dei Compacts of Free Association (COFA). I COFA sono accordi complessi; semplificando in modo estremo, in cambio di assistenza finanziaria, protezione militare e accesso a programmi e servizi da parte degli Stati Uniti i tre stati citati cedono parte delle loro prerogative in politica estera nonché la loro politica di difesa, e accettano di ospitare – a determinate condizioni – basi militari statunitensi (che il Greenland Defense Agreement del 1951 tra gli Stati Uniti e la Danimarca ha già reso pienamente possibile…). Che i COFA non si siano rivelati una manna del cielo per quei piccoli stati del Pacifico che li hanno firmato li dimostra il fatto, ad esempio, che sono tanti i micronesiani che si arruolano nelle forze armate statunitensi, magari venendo uccisi o feriti in qualche teatro lontano. Lo farebbero, se godessero in patria di quei livelli di benessere che certi esponenti dell’estrema destra statunitense promettono oggi al popolo della Groenlandia?

Un altro esempio: Palau è una delle nazioni più colpite dalla crisi climatica, e nel 2021, alla COP26 in Scozia, il suo presidente Surangel Whipps Jr. criticò duramente le potenze mondiali per la loro inerzia climatica; l’amministrazione Trump ha mostrato particolare sollecitudine nel contrasto alla crisi climatica e all’innalzamento globale degli oceani?

C’è poi una variabile cruciale: quella del tempo. La Groenlandia ha un proprio autogoverno democratico nell’ambito del democratico Regno di Danimarca. Esistono delle procedure da rispettare, a Nuuk c’è l’Inatsisartut come a Copenaghen il Folketing. Già solo dei negoziati seri tra Washington, Copenaghen e Nuuk potrebbero durare molti mesi. E sarebbe solo l’inizio dell’iter… Nel caso dei COFA tra Washington, la Micronesia e le Isole Marshall, ci vollero oltre cinque anni perché dai negoziati si arrivasse all’approvazione del Congresso e alla legge, benché alla Casa Bianca ci fosse Ronald Reagan.

La seconda strada è quella della corruzione-frode. I media hanno per esempio suggerito che il governo statunitense starebbe valutando di dare a ogni groenlandese tra i 10mila e i 100mila dollari: sarebbe un modo per «comprarsi» non tanto l’isola quanto la popolazione. Un’azione del genere sarebbe probabilmente illegale. In secondo luogo ciò irrigidirebbe ancora di più Copenaghen, che a maggior ragione si opporrebbe alla secessione dell’isola (a meno che gli Stati Uniti non ritengano di potersi comprare anche un pezzo di classe dirigente danese…) E inoltre spingere i groenlandesi a lasciare il Regno di Danimarca e a stringere un accordo di libera associazione con gli Stati Uniti non eliminerebbe comunque l’inevitabilità poi di lunghi negoziati, che dovrebbero ricevere l’approvazione di un Congresso almeno in parte ostile. Il tempo ancora una volta è una variabile significativa.

Ricorrere alla forza sarebbe la strada più rapida, e allo stesso tempo catastrofica nel medio-lungo periodo. Gli Stati Uniti possono senza dubbio invadere la Groenlandia, e poi indire un referendum sull’autodeterminazione della Groenlandia sulla falsariga di quello lanciato dai russi in Crimea nel 2014, ma ciò sarebbe altamente destabilizzante. Al di là della possibilità (esigua) di un conflitto localizzato con il Regno di Danimarca, un’azione di questo tipo (senza l’autorizzazione del Congresso) sarebbe illegale persino per la legge statunitense, manderebbe in frantumi la NATO (indebolendo gli Stati Uniti in molte aree del mondo), spingerebbe l’Europa verso la Repubblica Popolare Cinese (che diventerebbe l’arbitro dell’Eurasia), allontanerebbe quasi tutte le democrazie del mondo da Washington e scatenerebbe un’aspra guerra commerciale e finanziaria tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea. Per quanto ostile all’Europa, è improbabile che l’amministrazione Trump voglia questo: i costi sarebbero altissimi, per la popolazione e soprattutto per le aziende degli Stati Uniti.

E un’operazione sotto falsa bandiera (false flag)? Sarebbe una strada intermedia tra la frode e la forza; tuttavia a Nuuk è presente un Arktisk Kommando, che denuncerebbe presto la cosa, pertanto la crisi con il Regno di Danimarca (e con l’Europa) scoppierebbe lo stesso.

E dunque cosa possono fare i danesi e il resto d’Europa? Varie cose, a mio parere. Prima di tutto il Regno di Danimarca deve prendere tempo con gli statunitensi, e lavorando di conserva con il governo groenlandese fare come Penelope; al contempo deve rafforzare il dispositivo militare nell’isola, e avere un atteggiamento ancora più sollecito con la popolazione. L’Europa deve prima di tutto avere una presenza militare in Groenlandia, come ho già suggerito in due precedenti editoriali. Quanto a Trump, la sua condotta è poco prevedibile, ma intanto l’Europa deve agire… e dare retta, una volta tanto, a J. D. Vance.

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