Geopolitica

L’Iran e l’espansione del caos

Chiaramente l’attacco di Stati Uniti e Israele non porterà alla liberazione dell’Iran, ma al continuo allargamento del caos globale.

2 Marzo 2026

Chiaramente l’attacco di Stati Uniti e Israele non porterà alla liberazione dell’Iran, ma al continuo allargamento del caos globale. Dopo vent’anni di politiche scellerate, sembra che l’unico modo per raddrizzare la situazione sia quello di riproporle in maniera ancora più aggressiva. Lo stesso Donald Trump, eletto proprio per fermare tutto questo, si trova invischiato in una situazione estremamente pericolosa.

 

Trump a ruota di Netanyahu?

Nell’attacco all’Iran è evidente l’obiettivo politico di Benjamin Netanyahu: ha bisogno della guerra contro un Paese effettivamente temuto dalla popolazione e dagli apparati di sicurezza. I bombardamenti gli garantiscono un futuro politico e possono compattare lo Stato ebraico, che molti osservatori descrivono come ormai il principale nemico di se stesso.

Ma cosa ci guadagna Donald Trump? Non è saggio tentare di rimediare alle crisi interne intestandosi la “battaglia per la libertà” come un George W. Bush qualunque. Probabilmente le motivazioni economiche di cui parla il prof. Alessandro Volpi sono prevalenti, ma restano difficilmente comprensibili per la popolazione.

Il problema è che una fazione del governo, guidata dal vicepresidente J.D. Vance, rimane apertamente contraria all’interventismo. Quest’ultima avventura, che sta già causando troppe vittime innocenti ed è stata avviata senza l’autorizzazione del congresso, rischia di aprire ulteriori faglie in America.

Ormai alcuni estremisti a supporto di Trump hanno sdoganato pensieri vicini al neonazismo, dando spazio a figure come Nick Fuentes: un ragazzetto che sostiene che gli Stati Uniti non perseguano la propria politica, ma quella d’Israele, e che gli ebrei americani siano fedeli a Tel Aviv anziché a Washington.

Parole estremamente pericolose che questo conflitto alimenterà. Anche Trump potrebbe subire la legge del contrappasso, finendo per essere dipinto come un capitalista globalista che non tutela gli interessi americani. Così inizierebbe l’antisemitismo, quello vero, quello che fa paura.

 

Ali Khamenei

Per quanto riguarda il resto del mondo, vorrei ricordare che la Guida Suprema Ali Khamenei non era solo un satrapo che opprimeva il suo popolo, ma anche un leader razionale. È stato un abile giocatore di scacchi che ha vinto molte partite in politica estera, prima che il caos iniziasse a dominare.

Ora l’incertezza è totale. L’ipotesi di un ritorno dello Scià è fantapolitica: potrebbe essere tollerata dalla “ZTL” di Teheran, ma avrebbe contro un Paese immenso. Il rischio concreto è che la guerra alimenti la fazione più dura del regime, generando leader più spietati e meno lucidi di Khamenei. Oppure, si prospetta l’incubo di una guerra civile infinita che martorierebbe un impero millenario dalla cultura sconfinata.

Passando da questo lato della geografia, mentre una banda di matti infiamma il Medio Oriente, l’Europa appare spaesata, travolta dal caos e priva della minima volontà di contraddire Donald Trump. Il continente si comporta come un vassallo, con l’unica eccezione della Spagna di Pedro Sánchez.

 

E l’Europa?

Inizialmente, un comunicato congiunto di Germania, Francia e Regno Unito ha condannato gli attacchi iraniani ai paesi del Golfo. Ovviamente, non è stata spesa una parola su chi li avesse scatenati. Ricordo che, durante la guerra in Iraq, molti stati europei criticarono duramente George W. Bush; oggi, invece, sembra che tutto sia permesso.

Trump ha deciso di eliminare Ali Khamenei e lo ha fatto: che problema c’è? Se ora dovesse concentrarsi sulla Groenlandia, quali rischi correrebbe la premier danese Mette Frederiksen? Magari bombardare il palazzo di Christiansborg a Copenaghen sarebbe eccessivo, ma potrebbe ritrovarsi con una testa di cavallo nel letto?

Sabato, Ursula von der Leyen ha dichiarato che lunedì avrebbe affrontato la questione. Con calma. Come lo abbia fatto non è dato sapersi, poiché non interessa a nessuno. In seguito, alcuni droni iraniani hanno attaccato una base britannica a Cipro. A quel punto, von der Leyen ha affermato che gli stati europei sono uniti contro tutte le minacce. Grazie. Mentre lei parlava, la Grecia aveva già inviato i suoi F-16 a tutela dello spazio aereo cipriota.

I ciprioti hanno mostrato razionalità, chiarendo di non essere loro l’obiettivo. Al contrario, sembrerebbe che abbiano criticato il premier inglese Keir Starmer, colpevole di aver concesso l’uso delle basi a supporto degli Stati Uniti. Eppure, in un raro momento di dignità, Starmer aveva inizialmente impedito agli americani di utilizzare la base di Diego Garcia nell’Oceano Indiano. Poi, davanti all’ira di Trump, ha ceduto concedendo le basi per uso “difensivo” o “umanitario”; qualunque cosa significhi.

 

E l’Italia?

Infine ci siamo noi che, grazie al ministro Guido Crosetto, abbiamo riaffermato il nostro ruolo di macchietta planetaria. Mentre scoppiava la guerra, il Ministro della Difesa si trovava a Dubai, nel pieno del caos. Inizialmente ci siamo limitati a ironizzare su un ministro di uno dei principali partner degli Stati Uniti colto completamente alla sprovvista.

Tuttavia, siccome in Italia la situazione è sempre grave ma mai seria, la vicenda si è ingarbugliata. A distanza di giorni non si è ancora capito cosa facesse Crosetto a Dubai, se avesse avvertito qualcuno e dove si trovi ora la sua famiglia. Forse era in missione segreta? Un improvvisato agente 007 o l’ennesima figuraccia internazionale?

Forse, alla luce del caos globale, ciò che fa Crosetto conta quanto le dichiarazioni di von der Leyen: assolutamente nulla.

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