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Geopolitica

La lezione della storia: il ritorno della forza brutale, il valore della tregua

di Mauro Montalbetti

Accettare le tregue, sempre che vi siano realistiche ipotesi in campo, è necessario. Altrimenti, alla fine, qualcuno verrà lasciato solo e la storia si compirà secondo la forza e il destino

8 Agosto 2025

Sono momenti ancor più drammatici e molto pericolosi per i paesi e i popoli in guerra, lo si vede dagli eventi di questi giorni, perché il solo fatto di evocare la fine del conflitto e percepire che potrebbe esserci un qualche esito, rafforza le offensive ulteriormente sanguinose e violente, per rafforzare le posizioni da portare ad una futuribile trattativa. La drammatica lezione della storia contemporanea è il ritorno della politica della forza più aspra e dura: gli stati, gli apparati, le strutture militari e di comando con il demone che li caratterizza. L’espansione territoriale, che è propria degli spazi politici e dei grandi imperi od ex imperi e i loro alleati, le potenze regionali, la conquista di egemonie rivendicate o perdute, sangue e suolo, revanscismi nazionalisti, sicurezza, autodifesa, o cogliere un’opportunità per definire una guerra secolare una volta per tutte.

Gli esiti o le tregue saranno determinati dagli equilibri e dai rapporti di forza e di conquista o riconquista che si saranno creati sul terreno; e la pace, quando ci sarà, non sarà mai quella giusta ma quella possibile nelle condizioni date, cercando almeno che non sia ambigua e senza umiliare lo sconfitto altrimenti, come insegnano le nostre guerre mondiali, si preparerà solo il terreno al conflitto successivo.

Ma qui non siamo alla pace, parola troppo grande da pronunciare ora, siamo al momento di capire se si possono creare le pre-condizioni perché vi siano delle tregue. Se in Ucraina si aprisse una prospettiva congelando la linea del fronte che è sostanzialmente ferma da due anni, Kyiv potrebbe rivendicare di aver fermato Putin che voleva la sua distruzione e capitolazione e potrà consolidare la democrazia nella parte più ampia del suo paese, ottenendo garanzie nella UE e nel dispositivo di sicurezza della Nato.

Se il fronte palestinese egemonizzato da Hamas (nel palese dissenso degli stati arabi e della stessa ANP che gli hanno chiesto di arrendersi) non accetta la situazione che si è determinata a Gaza, Israele (pur nell’isolamento e crescente pressione internazionale, con un’opposizione ampia ma insufficiente a rovesciare Netanyahu) andrà avanti lo stesso e si accorderà con Trump (e con i sauditi?) su come e quando fermarsi.

Cosa serviva arrivare a tutti questi morti? Quando i punti sulle mappe e sul fronte, il quadro generale da tempo erano chiari, cosa bisognava aspettare? La guerra mette a nudo la verità degli uomini e la deforma. Rileggendo Franco Fornari forse la risposta, al netto delle dinamiche geopolitiche e strategiche, la troviamo anche nell’idea del sacrificio fine a se stesso, sottesa al vissuto di un clima di guerra totale.

Le persone come massa di manovra da utilizzare sul campo, la mistica della resistenza e del martirio da una parte e l’aura del soldato dell’esercito vindice, una volta per tutte dall’altra. Quasi che, a linee del fronte invariati, il numero dei morti sia ciò che conta da rivendicare e da mettere sul tavolo della trattativa: il sangue dei vinti e dei presunti vincitori. Thomas Friedman sul New York Times già un anno fa diceva che le parole più pericolose nella storia che si sentono in Medio Oriente, sono quando si dice di voler risolvere le cose ”una volta per sempre”.

Si poteva cambiare prima paradigma e punti di riferimento? Usare realismo e consapevolezza nella valutazione delle prospettive e dei rapporti di forza? Perché un conto è la propaganda di guerra ed un conto è finire con il credere realmente alla propria propaganda, perché poi il risveglio potrebbe essere peggio dell’incubo. Non saranno le supplici e le preghiere a fermare il fuoco, non seguiamo gli apprendisti stregoni, i social media e le fazioni delle opinioni pubbliche e di quanti per ottusità, paranoia o deriva ideologica, lontano dal fronte di guerra, chiedono di proseguire.

Accettare le tregue, se vi sono in tal senso realistiche ipotesi in campo, altrimenti alla fine qualcuno verrà lasciato solo e la storia si compirà secondo la forza e il destino.

 

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