L'Ayatollah Khamenei è morto il 28 febbraio 2026

Geopolitica

La scommessa di Bibi e Donald: uccidere l’odioso Khamenei per dare a se stessi un futuro politico

1 Marzo 2026

La morte di Ali Khamenei, leader supremo dell’Iran degli Ayatollah, annunciata prima da Netanyahu e poi confermata da Trump, rappresenta simbolicamente la fine di un’epoca, anche se nessuno può dire con certezza che colore avrà l’epoca nuova: nè se davvero nuova, e come, quest’epoca sarà. Lungamente annunciato, tanto atteso da essere previsto da tutti, a cominciare dagli iraniani, l’attacco israeliano di ieri mattina su Teheran è arrivato puntuale, quasi telefonato, e però veramente letale, a suo modo definitivo. L’obiettivo dichiarato era il “nucleare iraniano”, cioè impedire lo sviluppo del programma nucleare da parte della teocrazia sciita iraniana, ma quello primario, sicuramente fondativo anche del progetto nucleare, era invece la destituzione violenza della guida religiosa-politica di Khamenei, il garante della lunga continuità che aveva ereditato il timone della rivoluzione islamica da Ruhollah Khomeyni, di cui era stato delfino e consigliere. Entrambi, seppur in modo diverso, hanno lasciato Teheran e la terra poco prima di compiere 87 anni.

Quanto successo ieri a Teheran spiega una volta di più, se ancora ce ne fosse il bisogno, come funziona il “nuovo mondo”, quello “di Trump”: lui e i suoi amici, i suoi alleati più fidati, possono rovesciare regimi avversi. Può farlo lui direttamente e da solo, come successo in Venezuela, o può farlo con il suo più solido e fedele amico al mondo, l’Israele di Bibi Netanyahu, colpendo in una sola mossa il grande nemico e uno storico problema per entrambi: cioè l’Iran degli Ayatollah. Si dirà – ed è assolutamente vero – che il regime iraniano è  stato grande nemico dei diritti e delle libertà civili del popolo iraniano, delle donne anzitutto, e di ogni essere umano che ami la libertà. È verissimo, e un mondo senza un regime come quello è un mondo migliore, almeno fino a quando quel che succederà dopo non si rivelerà uguale, o perfino peggiore. Nessuno può credere, però, che il raid che ha colpito Teheran ed eliminato Khamenei sia stato generato dal desiderio di liberare gli iraniani dal gioco di questa feroce dittatura ormai quasi cinquantennale. L’incerto futuro politico dei due quasi ottantenni che abbiamo poco sopra citati, Bibi Netanyahu e Donald Trump, forse ha invece più qualcosa a che fare con l’improvvisa decisione di tagliare la testa al toro, e le corna al Grande Satana di Teheran.

Le questioni, evidentemente, sono tante. La prima, principale, riguarda il futuro della gente in Iran. Un grande popolo, oltre 90 milioni di persone, multietnico e multiculturale, cosmopolita come nessuna nazione islamica eppure governato 50 anni da un islam politico reazionario, violento e fondamentalista come pochi altri. Teheran che pullula di borghesia colta e la sparge per il mondo, e l’infinità provincia persiana profonda che in quella “rivoluzione reazionaria” probabilmente stava bene. Cosa succederà d’ora in avanti, come si muoveranno le milizie che appena poche settimane fa sono state accusate di massacre di decine di migliaia di persone, nessuno lo sa.
La seconda, strettamente collegata a questa, riguarda appunto qualunque ipotesi, anche vaga, vaghissima, di transizione. Al di là delle solite parole al vento del presidente USA – “ho grandi idee su chi può governare l’Iran”, “mi chiederanno un parere” – non è davvero chiaro come un dopo potrà iniziare, se non passando – subito – attraverso un violentissimo regolamento di conti interno, una guerra civile, e chissà per approdare dove. Del resto, in teoria, proprio a queste situazioni servirebbe il diritto internazionale.

Ed è questa, ovviamente, l’ultima e però principale questione. Un ordinamento che guardasse e guidasse gli stati dall’alto, che contemperasse pesi e forze dentro a un sistema di regole più ampio, se mai è esistito, è definitivamente scomparso. Diciamola meglio, diciamola tutta: se mai ha provato a esistere, se mai ha funzionato come argine alla fame di prepotenza di chi era più potente, ha dismesso anche quella minimale funzione di frangiflutti un po’ ipocrita, di piccola ma importante barriera che consente di scandalizzarsi senza essere irrisi. Oggi di quell’idea remota e via via sempre più svilita non resta niente. Così, due vecchi politici già molte volte dati per finiti e falliti, uno incriminato per genocidio davanti alla Corte penale internazionale, l’altro inseguito invano dai tribunali del suo paese per un ampio spettro di reati, tutti odiosi, hanno deciso di eliminare dalla faccia della terra un noto criminale che esercitava il suo crimine come capo di Stato fondato sul fondamentalismo religioso più bieco, disumano, maschilista, violento e retrogrado. Gli uomini di buona volontà non possono in alcun modo esprimere cordoglio per quest’ultimo e, tuttavia, non possono neppure esultare assieme ai primi. È il paradosso di questo tempo post-democratico, nel quale anche una enorme buona notizia ne porta due cattive, e a fine giornata c’è comunque tempo solo per piangere. Sperando che domani, davvero, per qualche strana piega della storia, su Teheran splenda un sole nuovo: quello che si meritano davvero gli iraniani e, soprattutto, finalmente, le iraniane.

Commenti

Devi fare login per commentare

Accedi

Gli Stati Generali è anche piattaforma di giornalismo partecipativo

Vuoi collaborare ?

Newsletter

Ti sei registrato con successo alla newsletter de Gli Stati Generali, controlla la tua mail per completare la registrazione.