Geopolitica

La Terza Guerra Mondiale non dichiarata

L’articolo sostiene che è in corso una Terza Guerra Mondiale non dichiarata, fatta di conflitti frammentati e pressioni geopolitiche. Analizza il caso venezuelano come parte di questa dinamica globale e invita a leggere la crisi con una prospettiva storica e strategica più ampia.

7 Gennaio 2026

Stiamo vivendo una situazione radicalmente diversa da qualsiasi altra fase precedente. Non si tratta di una ripetizione degli anni Settanta, né di una riedizione dei colpi di Stato classici, né tantomeno di una somma di crisi regionali mal collegate. Ciò che è in corso è una Terza Guerra Mondiale già dispiegata, anche se assume forme frammentate, decentrate e non dichiarate. Rifiutarsi di assumere questo quadro conduce inevitabilmente a letture lineari, insufficienti e, in fondo, rassicuranti.

Il tratto centrale di questo momento non è la forza del potere dominante, bensì la sua crisi strutturale. Un sistema che non riesce più a espandersi né a garantire stabilità ricorre in modo crescente alla coercizione, al disordine e alla guerra come forme normali di riproduzione. La violenza smette di essere un’eccezione e diventa metodo. In questo contesto, le aggressioni aperte, le minacce esplicite e la normalizzazione dell’intervento non mirano a costruire nuovi ordini politici viabili, ma a impedire che emergano alternative sovrane in un mondo che si riconfigura rapidamente.

Il caso del Venezuela non può essere letto al di fuori di questo quadro. Già nell’aprile del 2002, nel primo grande esperimento di questa guerra non dichiarata, il presidente Hugo Chávez fu rovesciato e sequestrato in un colpo di Stato aperto, con appoggi esterni. Non si trattò di una crisi istituzionale né di un conflitto tra élite, ma di un atto di forza destinato a interrompere immediatamente un processo politico che iniziava a superare i margini tollerabili dell’ordine emisferico. La sua restituzione non fu il risultato di negoziati diplomatici né di mediazioni internazionali: fu l’esito diretto dell’azione di militari leali e, in modo decisivo, dell’irruzione del popolo organizzato, che scese dalle colline per difendere il proprio presidente e il progetto storico che incarnava. Quell’episodio segnò un punto di non ritorno. Da allora fu chiaro che la confrontazione non sarebbe stata episodica né congiunturale, ma prolungata, strutturale e priva di regole fisse.

Da quel momento, il conflitto non fece che mutare forma. Blocco economico, sabotaggio finanziario, tentativi di magnicidio, operazioni mercenarie, sequestro di rappresentanti dello Stato venezuelano, ricompense pubbliche per la cattura del presidente in carica e minacce esplicite di intervento militare divennero parte di un unico continuum di aggressione. Non si tratta di sanzioni né di pressione diplomatica, ma di una guerra irregolare e sostenuta nel tempo, orientata a neutralizzare un’esperienza che, con tutte le sue contraddizioni, aveva aperto un cammino diverso nel XXI secolo.

Questo schema comincia ora a estendersi in modo più visibile ad altri paesi della regione. Le minacce dirette contro Cuba confermano la persistenza di una logica di castigo esemplare, destinata a impedire qualsiasi riapertura di orizzonti sovrani. Ma un elemento nuovo e particolarmente significativo è la crescente pressione sulla Colombia. Nelle ultime ore, Donald Trump ha rivolto minacce esplicite al presidente colombiano, utilizzando un linguaggio di intimidazione personale improprio di qualsiasi relazione diplomatica e proprio, invece, di un rapporto di subordinazione forzata.

La Colombia è stata per decenni la principale piattaforma di proiezione militare e politica degli Stati Uniti in Sudamerica. L’aggressione verbale, diretta e pubblica al presidente colombiano indica che il margine di tolleranza si è drasticamente ridotto e che la logica di guerra comincia a imporsi.

Per oltre tre decenni, il mondo ha vissuto senza progetti rivoluzionari capaci di disputare realmente il potere. Quel vuoto non fu neutrale. Permise la consolidazione di un ordine che oggi mostra segni evidenti di esaurimento. L’emergere di processi come quello venezuelano ruppe, anche solo parzialmente, quella inerzia storica. Per questo la reazione non è stata semplicemente politica, ma strutturale, prolungata e feroce. Non si punisce un governo, si punisce la possibilità stessa che esista un precedente.

In una guerra mondiale in corso non esistono chiusure rapide né soluzioni nazionali autosufficienti. Esistono zone di pressione permanente, logoramento prolungato e dispute per risorse strategiche che superano qualsiasi frontiera. L’America Latina, oggi, comincia a essere integrata direttamente in questa confrontazione, non come soggetto autonomo, ma come spazio da disciplinare.

Qui emerge la sfida di fondo. Non basta riconoscere le aggressioni né elencare le ingiustizie. Non è sufficiente appellarsi alla mobilitazione spontanea o alla difesa istituzionale. Il problema è più profondo: si è vissuto troppo a lungo senza un progetto storico, senza un orizzonte strategico e senza un’accumulazione reale di forze capaci di affrontare uno scenario di guerra prolungata. Le rivoluzioni, quando avvengono, non sono perfette, ma sorgono sempre in contesti di crisi sistemica. E questo è, senza dubbio, uno di quei contesti.

Ciò che è in gioco non è solo il destino del Venezuela, né quello di Cuba o della Colombia separatamente, ma la capacità dei popoli della regione di leggere il momento storico senza nostalgia né volontarismo. La Terza Guerra Mondiale non è più un’ipotesi futura; è il quadro entro cui si inscrivono tutte queste aggressioni. Insistere in analisi parziali o lineari equivale a disarmarsi politicamente di fronte a un conflitto che richiede un’altra densità di pensiero, un’altra scala di articolazione e una comprensione molto più cruda della fase che si è aperta.

Quando il fumo si vede da lontano, il fuoco è già vicino.

Di Delfo Acosta.

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