Medio Oriente

La strategia del caos

3 Marzo 2026

Che la guerra come strumento ormai ordinario dell’azione politica degli stati sia foriero di altri e futuri disastri si è ripetuto fino allo sfinimento; quello che conta oggi, ciò che detta l’agenda geopolitica è la dimostrazione di dominio, di potenza di fuoco e il mestiere delle armi. Siamo da tempo in una situazione senza più regole e contrappesi o equilibri tra potenze dove,  senza nessun tipo di autorizzazione internazionale, stati e governi si sentono ormai in diritto di intervenire militarmente contro altre nazioni percepite, a ragione o a torto, come una minaccia alla propria sicurezza.

Che poi nella decisione dei governi a muovere o meno la guerra vi siano anche valutazioni di interesse e opportunità politica interna dei loro leader, è forse tutto tranne che uno scandalo e una novità’ nella politica internazionale e nella storia.

Tuttavia il punto di vista degli oppressi è diverso dal nostro che da qui discettiamo di guerra e pace. Inutile appellarsi al diritto internazionale messo in soffitta da almeno 20 anni e che ha avuto la sua dissoluzione definitiva con l’invasione russa dell’Ucraina, giustificata da molti, così come è storicamente inesatto affermare con assolutezza che abbattere le dittature non serva, a meno di pensare che solo i popoli del nord del mondo abbiano diritto a ribellarsi contro le tirannie.

A ben vedere infatti l’Europa che conosciamo è nata ottanta anni fa dalla guerra mondiale e dalla resistenza armata contro il nazifascismo, guerra che provocò un cambio di regimi e la cui svolta si ebbe con l’entrata in guerra degli USA e combattuta in alleanza con l’Unione Sovietica , potenze che non erano solo europee; non solo ma, andando a ritroso nella storia, in fondo lo stesso atto di nascita del parlamentarismo inglese e della repubblica francese fu la decapitazione non metaforica del monarca da Carlo I Stuart a Luigi XVI.

Khamenei è stata una figura lugubre e spietata, espressione di una teocrazia reazionaria in un paese dove hanno convissuto modernità’ e oscurantismo, tecnologia, cultura e fanatismo religioso, guida di un regime che ha alimentato il dominio, la repressione interna e il terrorismo internazionale per mezzo secolo, una figura che nessuno rimpiangerà, men che meno il popolo persiano e la sua gioventù coraggiosa, le sue donne che hanno pagato e pagano da anni con la vita la loro lotta per l’emancipazione, la democrazia e la libertà’, lotte sin qui pressoché ignorate e sottovalutate dai governi in occidente per realpolitik e che non hanno mai mobilitato però nemmeno le nostre piazze e le opinioni pubbliche.

Dubbi e perplessità, tuttavia, nascono dal fatto che sembra non si voglia tener conto delle lezioni del passato recente perché, a prescindere dalla tenuta o meno del diritto internazionale, il cambio di regime in altri paesi del medio oriente provocati solo con un azione militare esterna come in Iraq, la deflagrazione politica in tutta l’ area, lo scontro tra sciti e sunniti, la violenta guerra per fazioni che ne è eseguita dopo la fine di Saddam hanno rappresentato un precedente storico negativo, così come fallimentare fu quello in Siria e in Libia con l’ eliminazione di Gheddafi su iniziativa angloamericana e francese.

Insomma a prescindere dalle motivazioni o dalle giustificazioni reali o fittizie addotte in passato è dal 2004 che interventi esterni volti esplicitamente o implicitamente a provocare dei cambi di regime si sono rivelati fallimentari e hanno solo prodotto la destrutturazione di entità statuali, provocando guerre intestine e civili, reazioni di apparati militari e di sicurezza che hanno sprofondato la regione in una sorta di guerra continua.

Perché insistere in questa coazione a ripetere l’errore e con le stesse rischiosissime strategie? In base a quali valutazioni gli apparati americani e israeliani in primis, pensino che a Teheran sarà’ diverso rispetto a dinamiche avvenute in precedenza? A che serve questa strategia del caos?

A meno che, ma non è dato saperlo nemmeno da indiscrezioni, non si speri di trattare con i pasdaran una sorta di soluzione badogliana una transizione in cambio di garanzie e impunità  con la parte meno compromessa del regime.

Se l’intervento è stato promosso da Usa e Israele che  vuole  la resa dei conti con il regime di Teheran, non dimentichiamoci alleato e fornitore di sistema d’armi alla Russia e con cui condivideva insieme alla Cina e all’India le rappresentanze nell’area dei BRICS e del cosiddetto sud globale, ritenuto l’istigatore ultimo del 7 ottobre e che ha sempre alimentato il terrorismo attraverso i suoi proxy, comunque aleggia un clima da redde rationem finale anche nello storico scontro tra Teheran e le monarchie sunnite del Golfo, in primis l’ Arabia Saudita,  che si mostrano sommessamente compiaciute e probabilmente hanno appoggiato la scelta di intervento “preventivo”.

Le guerre si sa quando iniziano e non quando finiscono, l’intera area sembra avvolta in un ciclo storico che ricorda la nostra guerra dei trent’anni e non possiamo perciò che sperare, spes contra spem, che la fine di Khamenei rappresenti veramente l’ inizio della fine dell’odioso regime degli ayatollah e non si trasformi in una nuova guerra totale e che un Iran al centro di una delle aree più strategiche del mondo, dal punto di vista energetico, commerciale, militare, possa tornare stabile e in pace a occupare il posto che merita nella comunità’ internazionale.

 

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