A Varese la bellezza dell’anima con “Elena di sparta”

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5 giugno 2018

Il 2 giugno si è aperto il Fesfival “Terra e laghi”, rassegna ormai giunta alla sua dodicesima edizione, un importante appuntamento sinergico che è ormai riferimento per la cultura e il teatro nell’alto varesotto e non solo. Per l’inaugurazione è stata scelta la première nazionale di “Elena di Sparta”, liberamente ispirato da uno studio su “Elena” di Omero, Euripide, Hofmannsthal, Ritsos. Uno spettacolo di “Teatro blu” scritto, interpretato e codiretto da Silvia Priori, insieme a Renata Coluccini e Roberto Gerboles, interamente al femminile anche nelle figuranti che danzano o assistono la regina nel suo monologo (Selene Franceschini, Barbara Mulas, Francesca Russo, Giorgia Santagostino). Il mito di Elena reinterpretato com’è comune per i miti greci, in modo tale da riflettere sulla figura della donna nella contemporaneità senza però distaccarsi dal classico; rivisitazione sì ma con magnifica delicatezza.

Elena si trova a Sparta, in un palazzo fatiscente, sola con ancelle che la scherniscono per la vecchiaia. Gli anni hanno fatto evaporare la sua bellezza, lasciando un volto essiccato che lei stessa non esita a definire con fattezze da anziana più che da Venere. Le fa visita un prode, lei lo riconosce in Odisseo, uno dei suoi antichi pretendenti e poi generale decisivo per la presa di Ilio. Nella malinconia dei ricordi risale vivido il momento in cui il padre Tindaro, per non osar scontentare nessuno dei principi giunti a chiedere la mano della figlia, lascia alla donna più bella del mondo la scelta dello sposo; almeno in apparenza, perché poi la obbliga a sposare un rampollo della ricca Micene, invece che l’erede della pietrosa Itaca.

Si apre uno dei temi fondamentali, l’eterno femmineo relegato ad oggetto di scambio, la bellezza divina orpello per i potenti, come un gladio incastonato o un elegante stallone. La donna ridotta ad immagine, custode per gli altri di una bellezza di cui non solo non dispone ma dalla quale è imprigionata. Gli scudi e le lance che arricchiscono una scenografia minimale, ma correttamente dosata per ispirare l’ambientazione ellenica, non sono poste a proteggere la libertà della principessa spartana, ma a difendere la proprietà di Menelao dal furto, celare la sua natura e la sua giovanile voglia di vivere in una stanza del palazzo. Per questo cede alla tentazione offertale da Paride e fugge vivendo un sogno di libertà, in realtà mera ricompensa, una concessione divina di Afrodite all’eroe troiano; ancora una volta la bellezza è un premio a consumo di altri e una condanna per la donna che alla sua forma è ineluttabilmente legata. Anche nella guerra che segue non c’è riscatto, perché ai capricci dell’Olimpo si aggiunge la brama terrena di Agamennone su Troia. La donna è un pretesto; nello scontro tra i pretendenti, Menelao e Paride, si combatte per la gloria; e se nella solidarietà maschile troviamo coesione e forza in entrambi gli schieramenti, Elena è di nuovo sola tra altre mura, non c’è spazio dove possa sfuggire alla sua afflizione, colpevole involontaria di aver tradotto la speranza in tragedia.

Ma nel presente Elena la bella non c’è più, e se una bellezza divina fu la sua oppressione, ora che è libera dal desiderio d’altri, una metamorfosi al contrario che spalanca lo spazio per una nuova condizione, l’oggetto prezioso può rinascere donna. Perché lei è archetipo, ma come ogni mito è un mito democratico, che si modifica a seconda dell’autore e del gusto del pubblico. Il mito come tradizione fondante, ma priva di dogma e che ha come dominatore comune una bellezza maledetta, un pomo della discordia. Un ruolo assegnatole dalla staticità divina a cui si rassegna perché pure nell’amore per Paride non può che addurre lutti e disperazione. Allora che le odalische le rubino i doni opulenti, con cui era solita agghindarsi; cada il maniero e cessi la sua bellezza. Rimarrà a quel punto la sola cosa che conta e che per tutto questo tempo non ha mai potuto valere: la sua anima. Aggrappata ad essa può però combattere l’ingiustizia di cui anch’ella fu vittima. Il suo spazio dove fuggire è stata l’attesa, il tempo è il luogo dove lo spirito può arricchirsi e dove può viaggiare; lo scudo che ora la protegge più che tutti gli Achei è un corpo sfiorito.

Il canone, l’archetipo, nella storia cambia e questo è ricordato in scena dalla scelta di ballerine prosperose, dal gusto classico. Ma la bellezza non è solo un involucro il cui giudizio si modifica tra le epoche, è un’arma preziosa più di ogni lancia; Elena forse ha imparato dall’astuzia di Ulisse ad usarla a suo favore, come appare nel monologo ogni volta che la regina ricorda all’eroe quanti cavalli di legno han costruito assieme; un dono, quello della grazia, che è strumento per un fine più elevato. La donna è costretta alla scaltrezza pur di esprimersi, mentre da chi è ridotta ad immagine per il proprio compiacimento essa si vede sottratta ogni esternazione libera, ogni rivalsa dal più delicato dei fardelli.

È la la divisione tra, soggetto e oggetto, tra interiore ed esteriore di cui la donna nello spettacolo è eletta ad esempio. Qua la lezione platonica corre in soccorso. Nelle ombre che giungono al soglio della regina di Sparta ella riconosce tutti gli eroi, perché l’immagine non è che un’illusione, una proiezione della mente verso l’alterità, un’ombra a cui associamo un significato spirituale; è l’idea che trionfa sulla materia, perché è essa che porta equilibrio razionale al sentimento e alla percezione. “εμις ιμαστε ι ψιχι μασ” (Emis imaste i psichi mas) “Noi siamo la nostra anima” urla la regina di Sparta nel momento del suo soliloquio trionfale. Esprime finalmente se stessa, oltre la vecchiaia, oltre la pelle incartapecorita, oltre lo stereotipo, ella finalmente libera la sua vera bellezza, quella del suo spirito; perché se nel dogma, nella idealizzazione non esiste processo evolutivo e quindi il ruolo sarà assegnato dal momento storico, l’incarnazione dell’anima in persona invece conosce evoluzione e può arrivare ad un potere che nella donna ancora oggi è negato, proprio perché deve rispettare la sua canonizzazione, perché ancora relegata a uomo imperfetto. Una donna traditrice, una donna fatale, una donna moglie del re, una donna bellissima; questo spettacolo aggiunge un saldo contributo al dibattito sulla parificazione dei sessi che l’esperienza odierna ci evidenzia sempre più come semplice espressione genetica. Elena di Sparta nella sua tragedia ci insegni a riscattare l’idea di donna in quanto tale.

 

Lo spettacolo tornerà in scena il 13 giugno a Somma Lombardo alle 21:00 nel Castello Visconti di San Vito

TAG: Omero, teatro, Varese, Yannis Ritsos
CAT: Eventi, Teatro

Un commento

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  1. babaorum 7 mesi fa
    Un'altra bella recensione che sottolinea la già riconosciuta bravura di Silvia Priori, unita all'instancabile ricerca del Teatro Blu di Cadegliano, che attualizza la figura femminile di Elena di Sparta inserendola nella nostra quotidianità.
    Rispondi 3 1
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