Fuori i genitori dalla scuola

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29 marzo 2019

Mentre in Francia infuria, tra le altre, la protesta degli insegnanti per il suicidio di un maestro noto per la sua bravura e passione, denunciato per avere strattonato un bambino disobbediente, in Italia una scuola elementare di Milano – la scuola di mio figlio – sale assurdamente per la terza o quarta volta in pochi mesi agli onori della cronaca per fatti di una banalità sconcertante.

Il 27 marzo Corriere e Repubblica, più un codazzo di giornali minori, riferiscono che la preside (o meglio dirigente scolastico) della scuola elementare Dal Verme ha istituito i “registri della pipì”, su cui gli insegnanti devono annotare le uscite in bagno degli alunni per cercare di risalire agli autori di vandalismi e sporcizia speciale nei bagni. I genitori, riferiscono i giornali, reagiscono con una pec di diffida, in difesa della privacy dei loro figli, “oggetti di violenza psicologica”. La mattina dopo sotto scuola giornalisti con telecamere intervistavano bambini sullo stato dei bagni e sulla preside, spinti dai genitori entusiasti dell’attenzione mediatica.

Questa non-notizia seguiva almeno altre due ondate di non-notizie sulla stessa scuola apparse sugli stessi giornali in autunno: i bagni erano sporchi (protesta di bambini e genitori a novembre) e prima ancora la preside aveva “discriminato” i bambini i cui genitori non avevano pagato 10 euro per il diario non consegnandogli il diario.

Come è possibile che i media consumino inchiostro su episodi di questo genere, su una singola scuola? E perché vale a questo punto la pena di occuparsene?

La sproporzionata attenzione mediatica è dovuta a una ragione molto semplice: i contatti personali di un ristretto gruppo di genitori della scuola con alcuni giornalisti, e un genere di scambio che nella società contemporanea sembra normale, ma non lo è affatto. I genitori-attivisti usano la stampa per stigmatizzare e cacciare un funzionario pubblico, la preside sgradita, dalla scuola pubblica in cui sono iscritti i loro figli. La stampa accoglie con scarse verifiche e nessun senso critico il loro racconto parziale (non fosse altro perché rappresentano un’esigua minoranza dei genitori della scuola) e lo usa strumentalmente per fare scandalo e alludere a presunte discriminazioni di natura razzista, per diffondere un senso di paura e indignazione nei lettori: il sottotesto degli articoli suona come “si stanno impadronendo delle nostre istituzioni, i nostri bambini in mano ai fascisti, etc.”. La vicenda del diario fu presentata a pochi giorni dal gravissimo episodio di discriminazione di Lodi (figli di immigrati che non potevano pagare i 600 euro della mensa costretti a mangiare in una stanza separata dagli altri) come un fatto di analoga gravità, mentre poteva al massimo ricadere nella categoria della scarsa empatia.

Sul servilismo della stampa, sulla mancanza di obbiettività e l’inosservanza del famoso codice deontologico soprattutto in Italia è facile trovare consensi, noi giornalisti non siamo molto popolari al giorno d’oggi. Sui genitori iperattivi e iperprotettivi le opinioni sono più divise, a causa di due retoriche che si intrecciano: la prima è quella che inquadra sempre di più l’infanzia come una fase della vita di estrema debolezza e precarietà, e il bambino come un soggetto che va protetto da qualsiasi esperienza men che positiva, la seconda è l’idolatria del “fare”, dei “progetti”, che getta una luce positiva su qualsiasi tipo di azione, anche inopportuna e invadente, nella sfera pubblica.

Tornando al caso specifico, infatti, perché questo gruppo di genitori vuole cacciare la preside, nominata a settembre? Al di là di alcuni problemi molto comuni a molte scuole, e difficilmente imputabili a una dirigente nominata da pochi mesi, il motivo fondamentale è che la preside ostacola le loro attività all’interno della scuola, organizzate come Associazione genitori – feste, corsi, etc –, ed è molto chiusa al dialogo con i rappresentanti dei genitori, che in parte coincidono con l’Associazione genitori. Un atteggiamento che può risultare poco simpatico, poco empatico, ma certo non viola il codice civile o penale. L’empatia, poi, è una sostanza non misurabile, e quando viene inclusa nei criteri di valutazione vengono immancabilmente generati mostri.

Le leggi che negli ultimi anni hanno legittimato, incoraggiato, quasi imposto la presenza dei genitori e delle associazioni all’interno della scuola (a Milano in particolare  è stato da poco varato un progetto in questo senso per ampliare l’offerta extra-scolastica, Scuole Aperte 2.0, con un protocollo d’intesa tra l’assessore all’educazione Galimberti e il  Dirigente dell’Ufficio Scolastico di Milano Yuri Coppi) hanno creato un dispositivo molto ambivalente nei suoi effetti.  Una schiera di volontari attivi, che arricchiscono indubbiamente le strutture scolastiche di attività sportive e culturali, noprofit ma anche profit, è investita di un nuovo protagonismo, dalle sfumature quasi narcisistiche, che a volte trasforma in una forma di ricatto: io faccio, e quindi ho il diritto di partecipare alle decisioni. Molto spesso i più attivi tra i genitori sono quelli che appartengono alle reti della cosiddetta “innovazione culturale”, a quei circuiti del terzo settore che partecipano a bandi con progetti di natura socio-culturale, che trovano fondi, legati a doppio filo con le istituzioni pubbliche, semipubbliche e private che gestiscono la città. Si tratta di soggetti che non tollerano l’esclusione dai processi decisionali di un’istituzione pubblica, perché il concetto stesso di pubblico ormai vacilla, attaccato dall’ideologia e la pratica della privatizzazione del welfare da un lato, e dalla critica agli apparati statali, come organi di controllo e oppressione sulla società, di matrice foucaultiana. L’idea di una scuola (il più possibile) uguale per tutti, gestita dallo Stato, che dovrebbe appianare le diseguaglianze economiche e culturali, è accettata solo formalmente. Quelli che non mandano direttamente i figli alle scuole private vogliono delle scuole pubbliche a propria immagine e somiglianza, che adotti le linee educative che le famiglie ritengono più appropriate, e che soprattutto le consulti su ogni decisione, dalla gestione dell’intervallo fino al metodo di insegnamento e al programma. Il risultato è che dirigenti e insegnanti sono continuamente costretti a rendere conto di ogni passo che fanno, consapevoli che se “sgarrano” i genitori utilizzeranno tutte le reti in cui sono avviluppati per screditarli. Le istituzioni pubbliche di cui fanno parte spesso non difendono la dignità del loro lavoro, ma li costringono al contrario a mediare, li mettono di fronte alla responsabilità di conservare integra l’immagine della scuola, come se fosse un’azienda.

Con questo non voglio dire che la scuola pubblica – o che la scuola Dal Verme in particolare – non abbia difetti, soprattutto a causa delle riforme scellerate create da governi di centro destra e centro sinistra, che l’hanno definanziata, orientata sempre di più alla competizione e hanno svalutato i saperi critici e storici a favore delle cosiddette “competenze” a uso del mercato. Ma le lotte hanno un senso se sono fatte in nome dell’interesse generale, non solo nell’interesse della propria famiglia. Si combatte per una scuola che offra opportunità a tutti, non per rendere più competitiva la scuola del proprio figlio. Ed è doveroso per le famiglie starne fuori, accettare che presidi o insegnanti abbiano metodi e idee diverse dalle proprie, perché è così che si forma il senso critico degli studenti, è così che si impara come contrastare la propaganda, il pensiero unico, i luoghi comuni. Quelli della scuola, quelli delle famiglie, quelli della cattiva politica.

Quanto ai bagni sporchi, da che mondo è mondo i bambini, gli adolescenti e pure gli adulti si sono sempre divertiti a insozzarli, e fa parte dell’educazione scolastica e familiare insegnare il rispetto nei confronti di chi è tenuto a pulirli. A chi inveisce contro il personale sfaticato preferisco di gran lunga il metodo giapponese, che coinvolge i bambini direttamente nella pulizia. Un concetto basico, che non ha nulla a che fare con le politiche reazionarie del decoro ma con i fondamenti della vita civile, che fa parte dei principi cardine del metodo Montessori e che quindi potrebbe serenamente fare parte del nostro sistema scolastico pubblico. Ma chi li sente i genitori, poi?

 

 

 

 

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CAT: Famiglia, scuola

4 Commenti

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  1. massimo-crispi 3 mesi fa
    Ha perfettamente ragione. Ma basterebbe che gli insegnanti qualora i genitori pretendessero metter bocca sul loro metodo d'insegnamento: "Mi scusi, signor/a X, lei che lavoro fa? L'idraulico, il/la dentista, l'ingegnere? Che ne direbbe se io, che non sono ferrato/a nella sua specializzazione, le suggerissi come DEVE riparare un rubinetto, come DEVE fare un intervento al canino superiore destro, come DEVE costruire un ponte? Allora mi lasci fare il mio lavoro d'insegnante che, se ancora nessuno l'ha informata, è un lavoro per cui si studia e si fa un concorso".
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  2. amonfreda 3 mesi fa
    Condivido ogni parola del suo articolo. Da mamma di due alunne di quella stessa scuola, e da giornalista, è l'opinione che ho più volte espresso a mio marito e ai genitori con cui mi relaziono. Detto ciò, penso che con questo articolo lei abbia fatto la stessa identica cosa: uso del mezzo stampa a fini personali. Ho letto questo articolo perché le mie figlie frequentano quella scuola, ma il tono e i dettagli su cui insiste, lasciano percepire più la voglia di togliersi qualche sassolino dalla scarpa e di farsi leggere da determinate persone che quella di scrivere davvero un articolo di pubblico interesse. Il giornalismo sarà salvo quando tutti noi giornalisti la smetteremo di usarlo per parlare a chi potremmo serenamente e costruttivamente affrontare vis a vis
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  3. lina-arena 3 mesi fa
    Condivido le sue critiche. A mia giudizio credo che bisognerebbe indicare la causa del dissesto della scuola italiana e cioè i famosi decreti delegati del 78 che hanno inserito la famiglia nella scuola. Da quel momento la figura dell'insegnante è stata oscurata per fare posto alla volontà dei genitori, divenuti financo competenti a dare un giudizio sulle capacità dell'insegnante. Non è dato parlare poi degli esami e delle promozioni dove i genitori hanno fatto scempio di tutto, imponendo ai professori promozioni a go-go. Ritengo che un conto sono i controlli sulla violenza nelle scuole anche a danno dei professori o degli addetti alla istituzione, un conto è l'intervento sui metodi di inmsegnamento che vanno valutati ed esercitati dagli organi scolastici. E' indubbio che l'opinione pubblica debba intervenire per denunciare carenze. Ma noin cfedo che la denuncia su un caso privato debba involgere tutta l'istituzione scolastica. Il Preside ed i professori debbono avere l'ultima parola sull'argomento e debbono intervenire per rendere conto del loro lavoro.
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  4. lucia.tozzi 2 mesi fa
    Cara Annalisa, non è che non mi sia posta il problema, però ho deciso di scrivere ugualmente non per vendetta o per affermare la voce di un'altra fazione di genitori, ma per fare un ragionamento sulla scuola e altre istituzioni pubbliche, messe sempre più in difficoltà dall'intrusione di parenti, utenti, pretendenti a vario titolo, e dall'uso scandalistico e ricattatorio della stampa. Non ho usato il giornale per entrare nel merito delle singole questioni, piccoli problemi ordinari di una scuola qualsiasi, ma per porre un problema che riguarda il corpo docente italiano (e non solo) e altri funzionari pubblici, sempre più esposti e costretti a difendersi. I particolari che ho aggiunto servono a spiegare come, contrariamente al luogo comune, le aggressioni e le ingerenze non scaturiscano solo da persone appartenenti a gruppi sociali definibili come disagiati o portatori di odio, ma spesso proprio da quelli che vengono identificati come i cittadini più virtuosi, volontari, membri di associazioni, operatori culturali. Non ho motivi di rancore personale né verso le singole persone né verso le associazioni. Sulla salvezza del giornalismo invece non mi pronuncio, problemi di ogni genere soffocano questo mestiere - se è ancora lecito definirlo tale. Spero comunque che un giorno ci incontreremo.
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