Mark Fisher: il “messia” della resistenza critica al “Realismo Capitalista”

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8 maggio 2018

“Alla moralità si è sostituito il sentimento. Nell’ “impero del sè” tutti si “sentono allo stesso modo”, senza mai sfuggire a una condizione di solipsismo”

Mark Fisher, “Realismo Capitalista”, NERO, 2018.

Capita a volte – leggendo un libro, guardando un film o ascoltando una canzone – di sentire una specie di energia profonda, una sorta di empatia assoluta con l’autore, un tremore eccitato. A me è successo di recente. Leggendo “Realismo Capitalista”, il folgorante libro di Mark Fisher.

Si tratta di un saggio potentissimo, concentrato e agile, che apre uno squarcio tanto ampio quanto illuminante sulle molteplici conseguenze che il Realismo Capitalista, incontrastato e tirannico golem economico, ha sull’umano.

In 9 capitoli/tesi Fisher espone, con lucidità e sintesi impressionanti, alcune distorsioni strutturali radicatesi nel profondo delle società tardo capitaliste, che stanno alla base di vere e proprie patologie politiche, culturali, economiche e psicosociali.

Il libro merita un’appassionata lettura nella sua interezza; mi limiterò qui a mettere in luce i punti che sono – almeno per me – i più originali e dirompenti.

Tra i molti partirei dalla descrizione del processo di aziendalizzazione che è il vero fondamento ideologico del neoliberismo di cui, sino a oggi, il realismo capitalista si è servito e si serve per irradiare la sua potenza. Il Capitale, spiega Fisher, “ha imposto con successo una specie di ‘ontologia imprenditoriale’ per la quale è semplicemente ovvio che tutto, dalla salute all’educazione, andrebbe gestito come un’azienda”, ribaltando di fatto le categorie del possibile e dell’impossibile. In questo ribaltamento sta dunque l’essenza di alcuni mantra neoliberisti che sono rubricati sotto il nome di “modernizzazione” che altro non è che “il nome che viene dato a una definizione rigida e servile del possibile”, in cui le riforme rivendicate dal realismo capitalista per modernizzare, altro non fanno che “trasformare in impossibile quanto a suo tempo era fattibile (per i più) e a rendere redditizio quello che non lo era (per le oligarchie dominanti)”.

Un’altra disvelante chiave interpretativa di questa era di passioni morte è la teorizzazione dell’impotenza riflessiva a cui sono costretti i giovani del tardo capitalismo, che paiono generalmente politicamente disimpegnati. Non si tratta per Fisher nè di cinismo, nè di apatia, bensì di “impotenza riflessiva”: “gli studenti sanno che la situazione è brutta, ma sanno ancor di più che non possono farci niente. […] sembrano calati in uno stato che definirei di ‘edonia depressa’. Di solito la depressione è caratterizzata da uno stato di anedonia, ma la condizione alla quale ci si riferisce descrive non tanto l’incapacità di provare piacere, quanto l’incapacità di non inseguire altro che il piacere”.

Ultimo, per questo post, lampo di luce di questo libro è la chiara dimostrazione di come la “burocrazia”, spesso venduta con spregio dai turboliberisti come retaggio esclusivo di uno Stato onniscente, sia di fatto ancor più connaturata ai regimi neoliberali. Ciò perché prolifera una “nuova burocrazia fatta di ‘obiettivi’, di ‘target’, di ‘mission’ e di ‘risultati'” che determina uno sforzo titanico a rappresentare i servizi piuttosto che migliorare i servizi stessi. Si concretizza, per Fisher, uno “stalinismo di mercato”, essendo il realismo capitalista attaccato – come lo stalinismo – “ai simboli dei risultati raggiunti, più che all’effettiva concretezza del risultato in sè”. Se si pensa, per esempio, a cosa significhi oggi questo carico burocratico-giustificativo di risultati per un insegnante di scuola primaria, si comprende la portata politica della riflessione di Fisher.

Moltissimi altri sono gli spunti che questo piccolo capolavoro contiene: dall’invocazione di una “Super Tata marxista” alla digestione del realismo capitalista di tutti i moti “alternativi e indipendenti”, passando per la chiara richiesta di Fisher di vedere i disturbi psichici non come (o non solo) problemi chimico-biologici individuali, ma prevalentemente come disagi sociali radicati e in un certo senso spinti da Capitale.

E proprio questa parte, sapendo della tragica fine di Mark Fisher, suicidatosi nel gennaio 2017, rende ancor più dense di senso queste parole, probabilmente non solo meditate e scritte da questo eccezionale autore, ma anche drammaticamente vissute.

“Realismo Capitalista” è una sorta di minuscolo vangelo laico, portatore di un messaggio radicalmente alternativo; Mark Fisher ne è il messia. Una voce limpida, amichevole, che ci parla e ci esorta a non arrenderci a un reale ineluttabile. Che ci chiede di tornare a ripensare alternative possibili non essendo cinici (“paura e cinismo producono conformismo“: che tristezza quando “a sinistra” si elogiava “House of cards” come agente formativo) e ricominciando a coltivare visioni di lungo periodo, perché “Da una situazione in cui nulla può accadere, tutto di colpo torna possibile”.

Autore: Mark Fisher
Editore: NERO, Roma
Pagine: 152
Prezzo: € 13,00  (cartaceo)
Data di pubblicazione:  gennaio 2018

@Alemagion

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TAG: capitale, Capitalismo, Mark Fisher, Nero edizioni, radicalismo, Realismo Capitalista
CAT: Filosofia

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