Tuttologi di tutto il mondo uniamoci sotto la protezione di Diderot

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17 Gennaio 2017

Nell’epoca della specializzazione, necessaria e imprescindibile se vuoi trasformare un sapere in una professione, chi pratica molti saperi o molte discipline, facendo dell’onesto surf culturale, è tacciato spesso e volentieri di “tuttologia”. C’è una punta di veleno in questo termine. Chi sta alla sbarra a macinare la solita farina non sopporta chi sfarfalleggia negli ameni campi del sapere. Lo vorrebbe condannato ad metalla com’è lui, a scavare lunghi cunicoli dentro le montagne del sapere.

A me è capitato di ricevere l’accusa di tuttologo. Sono arrossito, ho abbassato il capo contrito, ho dato ragione al mio interlocutore, ma ho continuato ad occuparmi delle mie dissipate “metafore ossessive”, cioè quelle ossessioni  che ti rivelano, e che nascono là dove la tua lingua batte e là dove il tuo dente duole  (Charles Mauron, Des métaphores obsédantes au mythe personnel : introduction à la psychocritique, Paris, éditions José Corti, 1963 ).

Ebbene sì, la pigrizia meridionale mi impietrisce e mi impedisce di fare un pozzo da cento metri; dopo un po’ “cecidere manus” (scrisse Manzoni, citando Virgilio,  in calce all’Inno sacro del Natale che non riuscì a portare a termine) e comincio a scavare un altro pozzo. Appartengo alla specie di chi fa dieci pozzi da dieci metri piuttosto che uno da cento. Qualcosa di tutto piuttosto che tutto di qualcosa. Specialista di nulla.

Gli antichi greci la chiamavano “Polimatia”; troverete traccia di questo termine nei dialoghi sofistici di Platone, nell’Eutidemo sicuramente. E non ha quell’accezione negativa che gli riserva la truce Treccani in rete. «Erudizione tra pedantesca e oziosa, consistente nell’accumulare nozioni numerose e disparate, non ricondotte a quell’organicità o sistematicità che costituisce l’autentica cultura: esempi di quella polimatia di cui parla Eraclito (Gobetti)». La multiscienza, come potremmo tradurre quel termine greco, è certamente sanzionata da Platone, come l’antilogia, l’eristica, i doppi discorsi  e altre pratiche sofistiche, ma è innegabile che Socrate ne fu affetto come un Ippia o un Antistene. E che male non gli fece. Anzi.

La polimatia è inevitabile. Quale sarebbe l’autentica cultura invocata dalla Treccani? Già sarebbe un passo avanti, in quella direzione di uomini colti a cui essa ci esorta, se riuscissimo a trovare tra la congerie di nozioni e di informazioni che ci assediano il filo che tutto collega, il refe che only connect o con il quale tout se tient. Ma c’è? Quién sabe direbbe il Damiano Damiani di nostra gioventù.

Basta restare vigili e non prendere la tangente, tutto si può collegare, a costo di finire come i due sublimi idioti Bouvard e Pécuchet che nulla capendo di ciò che leggevano, non trovandone il filo, con le meningi in fiamme decidono alla fine di quella torrida estate parigina di ritornare a copiare.

Nel Settecento che amo, prima della Grande Trasformazione e delle specializzazioni dei saperi non era difficile trovare i cultori della polimatia in prima fila. Solo che adesso si chiamano poligrafi. Fu un poligrafo di genio Denis Diderot, l’ideatore dell’Enciclopedia, la prima, o meglio, quella che farà epoca.

“I miei pensieri sono le mie puttane” (mes pensées ce sont mes catins)  scrisse nel  Nipote di Rameau .

Cosa voleva dire? Figlio di un artigiano coltellinaio, aveva zavorrato di Planches di Arti e Mestieri il suo Dizionario ragionato; era come se voi aveste commissionato un lavoro editoriale di quella mole al figlio di un mobiliere brianzolo. Vi avrebbe sommerso di disegni tecnici presi dall’arte della seta di Carugo, da quella del mobilio di Carate, degli stampi plastici di Sovico. Avrebbe portato sulla pagina tutto il mondo che lo circondava. Così fece anche Diderot nell’epoca della prima meccanica e del  trionfo  della manifattura dei Gobelins.

Ma, Diderot era un brianzolo che aveva studiato, ed ecco le sue “puttane”:  il parigino Diderot scrisse di teatro, di teologia, di diritto,  di filosofia, di letteratura, di scienza, di erotismo ecc. portando a spasso per i viali (allora si chiamavano allées, non ancora boulevards, venuti in seguito con  Haussmann) i suoi pensieri, abbandonandosi al puro libertinaggio intellettuale. E perciò scrive:

Abbandono il mio spirito a ogni libertinaggio. Lo lascio padrone di seguire la prima idea saggia o folle che si presenti, come si vedono nell’allée de Foy i nostri giovani dissoluti pedinare una cortigiana dall’aria sventata, dal viso sorridente, dall’occhio vivo, con il nasino all’insù, lasciare questa per un’altra, attaccandosi a tutte e non attaccandosi a nessuna».

Intinse la penna in molti calamai il nostro Denis, fu un grandioso tuttologo, un poligrafo, uno che fra una planche e l’altra fa dell’ottimo giornalismo culturale (traduttore e interprete di pensieri altrui),   dissemina di dubbi materialisti la sua pagina, e, soprattutto, prende più parti  in commedia: ama farsi il  controcanto, sostenere più posizioni tra di esse contraddittorie, per vedere l’effetto che fa.

Perché? Perché da buon incredulo e materialista non ha una idea centrale dalla quale tutte promanano per partenogesi (all’inizio fu il Verbo dice il vangelo di Giovanni, ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος ), non ha una religione, e neanche una ideologia diremmo oggi (o forse ieri, visto che proprio la morte delle ideologie tutti lamentiamo), ma solo idee mobili e mutevoli. Da spadaccino dello spirito sa che deve saltare come Scaramouche sopra una botte, e zac! toccare come Cyrano de Bérgerac (un altro libertino), scendere e affrontare l’avversario e zac! toccare ancora.

Era forse colto Diderot? Non certamente come un umanista del ‘500 che sapeva di greco e di latino. Era un borghese enciclopedico. Un tuttologo. Un poligrafo.

Ma, nel nostro tempo,  noi che non siamo professori universitari, che siamo lettori onnivori e disordinati, noi che non siamo “colti” come ci rimprovera la Treccani, come dobbiamo procedere nel mare magnum dei saperi?

Con informazioni di seconda mano.

Una cultura alta per todos cabelleros è una contraddizione in termini, perché lo specialismo (che è consustanziale e fatale allo stesso tempo alle attività intellettuali als Beruf) è necessariamente elitario, ed è quello che fa progredire effettivamente le conoscenze, per fortuna. Noi che specialisti non siamo cerchiamo solo di attingere a una divulgazione di qualità, ossia un onesto sapere di seconda mano, che porti in giro quello specialismo nato nei lambicchi di laboratori delle persone serie.  Forse siamo degli untorelli, ma fare della divulgazione di qualità è perciò la priorità, esponendoci anche qui al rischio di un “bouvardismo” sempre incombente ma ineludibile, ahimè.

Aggiungo, a chiusura, una riflessione di Claudio Magris prima che diventasse il Fabio Fazio alto di gamma qual è (spero mi perdoni) , e che pure ho fatto mia.

 Un’onesta e fedele divulgazione è la base di ogni seria cultura, perché nessuno può conoscere di prima mano tutto ciò che sarebbe, anzi è necessario conoscere. Tranne pochi settori che riusciamo ad approfondire, tutta la nostra cultura è di seconda mano: è difficile o impossibile leggere tutti i grandi romanzi della letteratura universale , tutti i grandi testi mitologici, tutto Hegel e tutto Marx, studiare le fonti della storia romana, russa o americana. La nostra cultura dipende in buona parte dalla qualità di questa seconda mano: ci sono divulgazioni che, pur riducendo e semplificando, trasmettono l’essenziale e altre che falsificano o alterano, magari coal mio interlocutore, ma ho coassunti del vecchio Bignami sono talora più vicini al testo di molte lambiccate interpretazioni psico-pedo-sociologiche. Una buona divulgazione invita ad approfondire l’originale. Claudio Magris Corriere della Sera 17 agosto 2003

 

 

 

TAG: Bouvard e Pécuchet, Claudio Magris, Denis Diderot, Divulgazione, Enciclopedia
CAT: Filosofia

2 Commenti

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  1. Piccolo particolare: Diderot NON IDEO’ l’Encyclopédie. Copiò l’idea e il nome dall’inglese Ephraim Chambers e la sua Cyclopedia. Come mutuò da Bacon l’idea dell’albero della conoscenza e della connessione delle varie branche del sapere. Per l’Encyclopédie si avvalse della collaborazione di un centinaio di amici e conoscenti. E se proprio vogliamo, nel ‘700 e anche nel ‘600 ci fu gente decisamente più poliedrica di lui…

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  2. alfio.squillaci 4 anni fa

    grazie per le precisazioni

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