Il ruolo della Cina durante (e dopo) la pandemia? Sempre più forte nel mondo

25 Marzo 2020

A scorrere le prime pagine del “Giornale del Popolo” (Rénmín Rìbào), o le notizie sull’agenzia Xinhua di questa settimana sembra di sfogliare l’agenda che un qualche fidato segretario tiene a Xi Jinping. Scotta il telefono del Presidente cinese. Non passa giornata senza una puntuale relazione delle chiamate partite da Pechino verso le principali capitali europee e non solo. Si tratta di una fitta rete di relazioni, che non rappresentano solo una formale attività diplomatica: la costruzione di frasi di circostanza, infatti, si intreccia costantemente con messaggi più o meno espliciti e capaci di una serie di conseguenze non trascurabili per il futuro assetto geopolitico dell’interno globo.

Il processo di desinizzazione del Corona Virus è chiaro e la sua impronta inizia a fare breccia nelle opinioni pubbliche occidentali. Forse non è stata l’Italia a inaugurare questa catena di telefonate, ma nel colloquio con il Presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte l’intento è stato più che esplicito: rafforzare con l’Italia il rapporto di natura commerciale e geopolitica culminato dalla firma del Memorandum dello scorso anno. E’ bene ricordare che l’Italia stessa, paese fondatore dell’Unione Europea, è l’unico membro del G7 ad aver sottoscritto il patto con la Cina relativo alla Belt and Road Initiative (Nuova via della seta). Ciò che resta emblematico è che, nella telefonata con Conte, anche i media cinesi abbiano abbandonato l’espressione ufficiale del progetto per adottare quella più empatica al paese che ha dato i natali a Marco Polo e Matteo Ricci di “Nuova via della seta” aggiungendovi “della sanità”. Quindi l’aiuto, i mezzi giunti in Italia in queste settimane e quelli che arriveranno nelle prossime, non si slegano da un principio e da un quadro di natura geopolitica e commerciale complessivo e ben più complesso.

La desinizzazione del virus e la Belt and Road Initiative sono anche oggetto dei colloqui intercorsi con il governo del Kazakistan, in una telefonata del 24 marzo. In questo caso Xi ha voluto chiarire che “il virus non ha confini nazionali e che l’epidemia è indipendente dalla razza”. Per chiudere (ben sapendo che il paese asiatico occupa un ruolo geografico piuttosto strategico) così: “dopo la tempesta, la costruzione congiunta Cina-Kazakistan della Belt and Road raggiungerà sicuramente grandi risultati”. Nella stessa giornata Xi sente Bolsonaro, presidente del Brasile, uno dei Paesi chiave dell’America Latina.

Il 23 marzo sentono squillare il telefono pure Boris Johnson, Emanuel Macron e Angela Merkel. Con il premier britannico, che ha vinto il premio per il momento migliore nel quale lasciare l’UE, il Presidente cinese non nasconde una certa preoccupazione, forse per le iniziali dichiarazioni, presto contraddette, rilasciate dall’inquilino di Downing Street e dichiara che “il governo cinese attribuisce grande importanza alla protezione della salute e della vita dei cittadini cinesi all’estero. Si spera che la parte britannica adotti misure efficaci per salvaguardare la salute, la sicurezza, i diritti e gli interessi legittimi dei cittadini cinesi nel Regno Unito”. Un’attenzione per i waiguoren (i cinesi all’estero) che avremmo magari voluto sentire anche da parte del nostro governo nei confronti dei tanti italiani che vivono e lavorano nel Regno Unito.

Con Merkel e Macron il canovaccio è pressoché identico con condoglianze, auspici di una pronta soluzione e un rafforzamento dei rapporti tra i relativi paesi, ma con il presidente francese, Xi condivide uno status che manca alla Merkel: quello di essere membro permanente del Consiglio di sicurezza della Nazioni Unite. Questo richiamo avviene in modo esplicito e congiunto all’importanza di svolgere un ruolo relativo all’Organizzazione Mondiale della Sanità (con buona pace, immaginiamo di Taiwan, che dall’OMS è esclusa) per la prevenzione, e la cura del virus.

Ma la Cina non si limita a telefonare ai “grandi”, ben conscia che il soft power agisca in misura maggiore e più efficace con l’invio di aiuti anche ad altri Paesi “minori”. Li annuncia il 23 marzo, tra un Johnson e un Macron, e li rivolge prima di tutto all’Egitto, e qualche giorno prima al presidente serbo Aleksandar Vučić , che all’areoporto di Belgrado accogliendo un carico di aiuti, baciando una bandiera cinese ha dichiarato: “la solidarietà europea non esiste”.

Nella telefonata con Putin il registro cambia ancora e Xi si dichiara pronto, per prevenire l’epidemia a “collaborare con altri paesi, tra cui la Russia, per rafforzare la cooperazione internazionale in materia di prevenzione delle epidemie.” Un modo per non smentire la narrazione di quasi immunità al virus della Russia, voluta da Putin sotto la cui guida “il popolo russo continuerà ad avanzare lungo il percorso di sviluppo […] econtinuerà a raggiungere nuovi risultati”. Doppia telefonata spagnola al Presidente del Consiglio Pedro Sánchez il 17 marzo e quattro giorni dopo al Sovrano Filippo IV in cui si ribadisce che la collaborazione tra la Cina e l’Occidente porterà a sconfiggere l’epidemia.

Anche le ricorrenze sono una buona opportunità per fare telefonate: il 22 marzo ricorreva il sessantacinquesimo anniversario del Partito rivoluzionario del Laos e pure il trentesimo dei rapporti diplomatici tra Cina e Nabibia. Da tempo è noto l’interesse della Cina per l’Africa e le sue risorse e da decenni Pechino è impegnata in progetti di “cooperazione”. Il richiamo di Xi al presidente della Namibia è forse più che un semplice invito per “cogliere l’opportunità storica di costruire congiuntamente la One belt-one road e il vigoroso sviluppo della cooperazione Cina-Africa”.

Il Presidente cinese non si sottrae nemmeno agli incontri. Il 17 marzo ha, infatti, accolto nella Grande Sala del Popolo a Pechinoil presidente pakistano Arif Alvi, con il quale oltre a discutere dell’emergenza Coronavirus, ha siglato un’intesa relativa alla Belt and Road Initiative, e si è pure fatto garante degli interessi territoriali pakistani (quanto sono lontani i tempi dei “non allineati” della conferenza di  Bandung!)

Una notevole attività diplomatica e di relazione per un Paese che solo un mese fa il mondo, e l’Occidente in particolare, guardava con la sufficienza che solo una presunzione di immunità e oltre cento anni di semi-colonialismo potevano dare. La Cina invece si dimostra come un attore di primo piano sulla scena internazionale, capace di fornire aiuto ai paesi più poveri o in difficoltà, a determinare gli equilibri negli organismi mondiali, in cui è entrata negli scorsi decenni, e capace di rendere verosimile anche una visione piuttosto ottimistica della propria economia in cui vi sono “fondamentali positivi a lungo termine e la cui tendenza al rialzo non é cambiata, mentre l’impatto dell’epidemia è a breve termine, esterno e controllabile” (Renmin Ribao, 22 marzo 2020).

TAG: Cina, coronavirus
CAT: Geopolitica

Un commento

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  1. svasi 7 mesi fa

    Ma gli U.S.A. ,l’Olanda,La Germania e tutti i paesi del nord Europa dove sono? Non hanno fatto altro che boicottaggi, addirittura gli americani riscattano la Repubblica Ceca e la Turchia per bloccarci gli aiuti che già abbiamo pagato fermandosi alle dogane per non farli arrivare a noi italiani che siamo in piena emergenza. Come si dice “A caval Donato non si guarda in bocca” È se gli aiuti aŕrivano solo da paesi esterni all’europa che se ne andassero a fare in c..o i ns cari amici del nord Europa che speculano finanziariamente invece di dare solidarietà umana, perché il bene più prezioso è la vita e la salute e poi la finanza.

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