Chi l’avrebbe detto: anche Al Baghdadi deve fare i conti col costo del lavoro

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28 Marzo 2016

Chi fermerà il terrorismo? Qual è oggi il peggior nemico dell’Isis e di Al Baghdadi? L’America forse? L’Europa? I raid aerei in Siria o in Libia? O forse e meglio ancora, l’intelligence?

Niente di tutto questo. Il vero nemico pubblico numero uno per l’Isis è il costo del lavoro, come avviene in una qualsiasi azienda, anzi, come in un qualsiasi Stato che si rispetti. Pagare gli stipendi dei dipendenti dello Stato Islamico rischia di diventare, se già non è successo, il vero problema per la forza del Califfato che, del vero, già in queste ore viene data in fase discendente.

Secondo le più recenti stime proposte da Rand Corporation, uno dei più attenti think tank sui temi legati al terrorismo internazionale, lo Stato Islamico conta su qualcosa come 80.000 ‘dipendenti’ cui ogni 27 va garantito lo stipendio.

 

i soldi isis

Si va dai 100 ai 400 dollari al mese (a seconda delle mansioni) cui vanno aggiunti i costi di vitto e alloggio per le migliaia di foreign fighters ospiti. Un vero esercito di dipendenti statali (fa sorridere chiamarli cosi ma lo sono a tutti gli effetti) che farebbe impallidire, con le debite proporzioni, paesi come Francia e Italia che di problemi di pubblici impieghi mastodontici ne sanno qualcosa.

Al Bagdhadi e i suoi ogni anno devono tirar fuori la bellezza di 390 milioni di dollari, malcontati, in stipendi. Secondo i numeri raccolti dall’analista Aymenn Jawad Al Tamimi (che ha analizzato, come campione, i conti dell’Isis in una provincia della Siria sotto il controllo del Califfo) il costo del lavoro grava per il 44% delle spese totali sostenute per mantenere i combattenti. A queste vanno poi aggiunte le spese non direttamente militari per la propaganda, la polizia, il sostegno alle famiglie, il welfare insomma e così via. Per difetto e tirando un riga in fondo a sinistra come in ogni bilancio che si rispetti, tutto il carrozzone statale costa, alle casse del Califfato, la cifra record di oltre 1 miliardo di dollari all’anno. Mica male per un sedicente Stato autoproclamato che si propone di sconfiggere l’Occidente.

Ma come si finanzia lo Stato Islamico?

Come ogni ‘governo’ che si rispetti anche l’Is chiede tasse e balzelli ai propri cittadini. Non è infatti vero quello che si dice, ossia che “il terrorismo viene finanziato con la vendita di petrolio”. O meglio, ciò avviene senza dubbio ma è solo una parte, per altro minoritaria, del bilancio statale.

Secondo le stime più accreditate infatti l’Is, dalla vendita di petrolio, incasserebbe qualcosa come 450 milioni di dollari all’anno.  Un po’ poco, direte voi. In effetti si tratta apparentemente di una cifra modesta che però risulta perfettamente congrua con la capacità produttiva di petrolio dello Stato Islamico, pari oggi a poco più di 40.000 barili al giorno. Le limitate capacità tecniche di chi gestisce oggi i pozzi sequestrati dal Califfato, unitamente a luoghi stremati da anni di guerre e combattimenti che rendono molti difficile la logistica su ruota, hanno sensibilmente ridotto la capacità di produzione di quelle zone dai 500-600 mila barili al giorno del precedente decennio a poco meno del 10% di oggi.

Quindi Al Baghdadi dove trova i soldi necessari per pagare stipendi, servizi e coprire le buche per strada?

Il grosso delle entrate statali proviene infatti proprio dalla tasse. Eh sì, nemmeno nel giovanissimo Stato Islamico sono riusciti a fare a meno delle tanto odiate quanto occidentalissime imposte dirette e indirette. Più o meno volontarie, più o meno estorte, più o meno frutto di espropriazioni, le entrate tributarie annuali del Califfato raggiungono la ragguardevole cifra di 600 milioni di dollari.

Negli ultimi mesi, complice anche la perdita di alcune zone conquistate nel passato, la base imponibile della fantomatica Equi-Isis si è sostanzialmente contratta, costringendo di fatto lo Stato a fare i conti con l’eventualità, udite udite, di una spending review. Come un Governo-tecnico qualsiasi.

Perché se è vero che lo Stato Islamico può contate su riserve di un paio di miliardi di dollari, accumulate negli ultimi anni col sequestro della liquidità contenuta nei forzieri di alcuni istituti di credito che si trovavano nelle zone finite sotto il loro controllo, è anche vero che queste risorse sono, in primis, per definizione non-infinite se utilizzate. Ma soprattutto sono distruttibili, come in effetti si sono dimostrate in questi mesi in cui i bombardamenti hanno mandato letteralmente in fumo decine di milioni di dollari detenuti nei forzieri del Califfato. A conferma quindi che la strategia di isolamento economico sta dando i primi significativi risultati.

Una situazione economica quindi tutt’altro che rosea che sta costringendo il Califfo a mettere in campo una manovra, questa volta solo metaforica per fortuna, lacrime e sangue: una drastica riduzione dei salari del 50%.

Le difficoltà finanziarie del Califfo del terrore quindi sono reali e forse, come il leone che diventa aggressivo quando ha fame, sarà questo motivo che negli ultimi mesi abbiamo assistito ad una intensificazione dell’attività terroristica contro il nemico europeo, quasi a dimostrare il fatto che il Califfo ha il fiato sempre più corto e non può più permettersi di temporeggiare. O forse, permettetemi la cinica freddura, perché Al Baghdadi vuole evitare di dover dire ai suoi concittadini, vista l’aria di Austerità che aleggia: “ce lo chiede l’Europa”.

TAG: al baghdadi, bruxelles, califfato, califfato in crisi, califfo, costo del lavoro, isis, petrolio, spending review, stato islamico, stipendio, tasse, terrorismo
CAT: Geopolitica, Terrorismo

2 Commenti

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  1. massimiliano-zanoni 4 anni fa

    Questo articolo è un bagno di realtà per tutti quelli che pensano che un esercito sia frutto di un atto di fede: occorrono dollari e tanti, come ci ha spesso ricordato Giulietto Chiesa.
    I ‘volontari’ dell’ISIS costano ca. un miliardo l’anno, di cui quasi la metà in stipendi, il resto in armi e marketing. Il ‘costo del personale’ è coperto praticamente per intero dal contrabbando di petrolio (i famosi km di autobotti che la coalizione occidentale non ha mai notato) e il giornalista vorrebbe farci dire: un po’ poco. A me veramente sembra tantissimo, considerato il prezzo ribassato a cui vendono il petrolio.
    Altri finanziatori si possono annoverare tra chi fornisce oltre il contante, le armi e supporto logistico.
    Mi pare che la Russia abbia sventolato un elenco che i rispettivi paesi non hanno avuto il coraggio di smentire, tra questi Turchia e vari attori nel golfo.
    Su questi il giornalista, bontà sua, sorvola.
    La morale conclusiva che trarrei dall’articolo tuttavia, non è il livello dell’informazione, la cui capacità critica è ormai a terra (e anche sotto) ma il fatto che ci siano decine di migliaia di ‘islamici moderati’ disposti, non a uccidere per 300$ o meno, ma a seminare la morte per un intero mese per quella cifra, mettendo a rischio la loro stessa vita.
    Sono in effetti molto moderati, almeno nelle pretese salariali.

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  2. stefano-gatto 4 anni fa

    Risulta anche a me che Daesh abbia ridotto gli stipendi nel corso dell’ultimo anno, a fronte anche dell’abbondanza di manodopera (legge della domanda e dell’offerta). Bisogna però tenere conto del fatto che lo stipendio continua ad essere versato alle famiglie del soldato caduto. Dal punto di vista positivo (per loro) ci sono poi i rivoli della finanza islamica, che fanno giungere risorse a prima vista insospettabili. Come per i sicarios dei narco, la manovalanza del crimine e del terrorismo si mobilita per somme irrisorie in occidente, ma notevoli altrove. La cosa più importante non è lo stipendio, ma l’assicurazione sulla vita per le famiglie, cosa che fanno anche le mafie. Se combatti con ISIS o per i narcos, non puoi contare su una lunga vita.

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