Clandestinità nazionalsocialista: ultime dichiarazioni degli accusati

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3 luglio 2018

In Francia nei giorni scorsi è stato fermato un commando di 10 neonazisti che pianificava di uccidere dei mussulmani. A cosa può arrivare l’estrema destra xenofoba lo si è visto già in Germania.

Finisce oggi il dibattimento di primo grado, dopo più di 5 anni dal suo inizio il 6 maggio 2013

Con la 437ma udienza si è chiuso il processo per i crimini del gruppo terroristico Clandestinità nazionalsocialista (infra NSU) al quale si imputano l’omicidio di 9 migranti ed una poliziotta, tre attentati (due soli dei quali contestati nell’atto di accusa), una scia di feriti e 15 rapine attraverso tutta la Germania, rimanendo per 13 anni in incognito. Gli imputati hanno reso oggi, il loro ultimo appello ai giudici. Beate Zschäpe, accusata di essere l’unica sopravvissuta del gruppo dopo che i due autori materiali degli assassinii, Uwe Mundlos ed Uwe Böhnhardt vistisi braccati dalla polizia in esito all’ultima rapina il 4 novembre 2011 si sono suicidati ad Eisenach, come aveva preannunciato ha letto una dichiarazione di non più di 5 minuti. Per la seconda volta in tutto il processo ha parlato in prima persona con voce abbastanza sicura nonostante ella abbia esordito dicendo che “non le è facile” anche oggi avendo coscienza che ogni sua parola è “soppesata” e “rischia di essere interpretata a suo discapito” e “le è sempre stato difficile parlare in pubblico”. Mi sono resa conto che avevo preso la decisione sbagliata vivendo per tredici anni in incognito “di non essere stata capace di separarmi da Uwe Böhnahrdt” -ha indicato la 43enne- ma “quando mi sono consegnata .. ho realmente deciso di dare finalmente un taglio netto”. “Voglio prendere le responsabilità per ciò che ho fatto” ha soggiunto ed ha quindi espresso partecipazione verso i parenti delle vittime e rimpianto che le parti civili “abbiano perso le persone amate …non posso restituirgliele” ha affermato “ma anche se i media me lo negano sono capace di avere sentimenti di empatia”. “Mi è stato rimproverata la mia condotta processuale .. ma quando ho dichiarato che non mi ero costituita per tacere lo dissi seriamente. Ho risposto a tutte le domande dei giudici” ed “ho inteso ogni parola con sincerità”. “Mi sono distanziata definitivamente dalle idee di estrema destra .. ma mi si imputano conoscenze che non ho, non so veramente come e perché Uwe Böhnahrdt ed Uwe Mundlos abbiano scelto le loro vittime … se lo sapessi lo direi”. All’indirizzo della signora Ayshe Yozgat (la madre di Halit Yozgat ucciso il 6 aprile 2006 a Kassel, che si era appellata a Beate Zschäpe da donna a donna e le aveva chiesto “se potesse dormire tranquilla” implorandole di parlare) l’imputata  ha affermato di  “aver sentito le necessità e l’urgenza” provati dai superstiti e che i suoi errori “le gravano molto ancora oggi”. “Confido che la Corte decida senza farsi influenzare da pressioni esterne, condannandomi in sostituzione di altri per quanto non ho fatto né ho voluto” ha concluso.

I co-imputati Ralf Wohlleben, Carsten Shultze e Holger Gerlach, come avevano fatto sapere si sono rivolti ai giudici per non più di 1 minuto ciascuno. Anche Holger Gerlach ha chiesto scusa per le sue azioni e confidato che la Corte pronunci una decisone equa nei suoi confronti. Ralf Wohhleben invece ha solo ripetuto “ho detto tutto quel che avevo da dire il 16 dicembre 2015” in essa non aveva espresso alcuna scusa; in aggiunta ha soggiunto “mi associo a tutto quanto hanno indicato nelle loro comparse conclusionali i miei legali” (che tra l’altro hanno sostenuto il pacifismo di Hitler). L’ultimo ad avere preso la parola è stato il pentito Carsten Schultze che con voce emotiva ha indicato “mi sono mosso lungo una falsa strada; ho cercato di appianare tutto, ma l’errore resta! … Lo accuserò sempre”. Ha quindi ringraziato i parenti delle vittime che hanno voluto parlare con lui indicando che “gli è stato molto importante” così come due legali di parte civile per come si sono espressi nelle comparse conclusionali nei suoi confronti.

In apertura dell’udienza oggi l’avvocato Adnan-Menderes Erdal aveva reiterato la sua istanza di togliere dall’aula il crocefisso perché “il Tribunale è un organo statale e lo Stato deve essere neutrale” ma la Corte ha rigettato la richiesta in quanto esulante dai compiti di direzione del processo.

I magistrati avrebbero potuto già ascoltare le ultime parole degli imputati prima della sentenza in giugno, Beate Zschäpe era già pronta con un testo dattiloscritto con caratteri larghi in orizzontale, davanti a sé il microfono con un lungo braccio; ma il giudice Manfred Götzl, Presidente del Senato della sesta sezione della Corte d’Appello di Monaco incaricata dei procedimenti penali per la tutela dello Stato, le aveva rinviate a quest’oggi, probabilmente per permettere alle parti lese di essere personalmente presenti in aula. Sono però intervenuti solo i genitori di Halit Yozgat.

Solo l’avvocato Michael Kaiser, che rappresenta il quinto imputato, André Eminger che si è fatto descrivere “nazionalsocialista dalla pelle ai capelli”, aveva potuto già fare una dichiarazione la settimana scorsa. Il suo cliente, conseguente nel non avere mai aperto bocca, “non rivolgerà un ultimo appello ai giudici” ed anche oggi si è soltanto tenuto per mano e sbaciucchiato con la moglie di nuovo comparsa al suo fianco. L’avvocato all’udienza recedente aveva invece fatto solo un’addenda alla propria comparsa conclusionale per richiesta del suo assistito, specificando che quando l’imputato aveva sorriso ed annuito mentre il Procuratore Generale Jochen Weingarten presentava le proprie conclusioni non intendeva affatto approvare, ma rideva ad una battuta. Dopo questa precisazione, aveva tuttavia rincarato la dose affermando in prima persona di non avere mai visto in tutti gli anni di carriera come la Procura “ha negato l’obiettività” tradendo l’essenza del processo penale e si è appellato ai giudici, ricordando loro che se pure nel corso della loro formazione devono lavorare prima come procuratori e non come difensori, restituiscano dignità alla funzione dello Stato di esercitare giustizia decidendo nella solitudine della camera di consiglio con il proprio “sapere e coscienza”.

 

L’ultima perizia voluta dai difensori d’ufficio di Beate Zschäpe

Le perorazioni finali delle difese che si erano già concluse giovedì 21 giugno 2018 avevano portato poco prima ad una coda della fase probatoria con la nuova escussione del perito dottor Setzensack sulla sostanza del palazzo dato alle fiamme da Beate Zschäpe a Zwickau e successive prese di posizione. Per la difesa non ci sarebbe stato un incendio aggravato perché l’accusata avrebbe potuto ritenere che il muro divisorio tra il suo appartamento e la casa della vicina Charlotte E. di cui è accusata avere messo a repentaglio la vita, avesse le caratteristiche antifiamma. Se avesse potuto essere sicura che le fiamme non avrebbero raggiunto la casa, perché tuttavia avrebbe cercato di avvisarla come ha affermato a sua difesa? Il perito in ogni caso ha illustrato che quando le finestre scoppiano, come è da ritenersi molto probabile usando un acceleratore delle fiamme come la benzina, da esse, alimentate dall’ossigeno, si spigionano in un battibaleno lingue di fuoco che si spingono verso il tetto ed essendo la casa vecchia, avrebbero intaccato nel giro di 5 minuti anche il civico affiancato. Anche in caso di un incendio senza scoppi poi l’intonaco delle pareti si sarebbe sgretolato lasciando il muro nudo che sottoposto al calore si sarebbe dilatato aprendosi a delle crepe dalle quali potevano infiltrarsi gas tossici. L’unico rischio concreto che il perito ha escluso è che nel caso specifico non si sarebbero incendiati per il calore il sofà ed il quadro in casa della anziana vicina, perché il muro era spesso 24 cm. E sarebbe stato comunque più freddo da quel lato della casa e idoneo a resistere a lungo crepandosi ma senza crollare. Per quanto riguarda poi il rischio cui avrebbero potuto essere sottoposti due operai che lavoravano nel sottotetto sopra l’appartamento incendiato, il dr. Setzensack ha convenuto che anche nel caso ci fosse stato solo un incendio probabilmente il soffitto avrebbe retto per qualche tempo, ma ha anche indicato che comunque gas tossici si sarebbero infiltrati dalle canaline delle condutture dell’acqua e della luce ed attraverso le scale.

L’idea del legale di provare l’assenza di volontà omicida in capo all’imputata resta comunque caducata dall’osservazione della Procuratrice Generale Annette Greger che anche un bambino sa che la benzina è esplosiva.

 

Difesa ad oltranza

Non c’è dubbio che i tre avvocati Wolfgang Heer, Wolfgang Stahl e Anja Sturm che dal 6 maggio 2013 per incarico della Corte hanno difenso Beate Zschäpe, nonostante ella nel corso del processo li abbia ricusati e financo denunciati per supposto tradimento dei doveri di riservatezza, tanto che loro stessi per riflesso avevano chiesto di essere esonerati e sono rimasti in carica per volere del Senato giudicante ed assicurare la continuità al giudizio, abbiano fatto il meglio che potevano per l’imputata. Pure se molte delle loro tesi, che qui non si possono analizzare in dettaglio, non convincono del tutto. L’avvocato Wolfgang Stahl nella sua comparsa conclusionale, breve e compatta, esposta in un giorno solo anziché in tre come i colleghi, aveva indicato che avere convissuto con degli assassini non fa di Beate Zschäpe un’omicida. Beate Zschäpe non ha mai partecipato materialmente ad alcun crimine, non c’è prova neppure di un suo contributo nella pianificazione. La stessa imputata si è autoaccusata di aver saputo e supportato la decisione di Uwe Mundlos ed Uwe Böhnhardt di fare la prima rapina -ha riconosciuto il legale- giuridicamente un aiuto quantomeno morale punibile, ma tutt’al più solo a titolo di fiancheggiamento e non di correo come contestatole. Con ciò dando una bacchettata ai legali scelti da Beate Zschäpe, Hermann Borchert e Martin Grasel, di averle fatto dichiarare più di quanto dovesse. Del pari tutti gli indizi delineati dalla Procura Generale di avere coperto le assenze dei partners, curato la cassa comune in vacanza, tenuto un archivio dei crimini, contribuito alla video rivendicazione, per la difesa sarebbero confutabili e non la porterebbero univocamente ad essere stato un componente paritetico di un gruppo terroristico.

In effetti non è determinante comunque che Beate Zschäpe abbia convissuto con Uwe Mundlos ed Uwe Böhnhardt per 13 anni, quanto che essi avevano un arsenale di una ventina d’armi e ciò non può ridursi ad una normale vita in comune. Oltre a tutto più il gruppo si chiudeva all’esterno più è impossibile non fosse aperto e coeso al suo interno. Conferma se ne trae anche dal fatto che Beate Zschäpe ha spedito la video rivendicazione (un dvd con musiche sincopate della band neonazista Noie Werte, cartoni animati rifatti con clip della Pantere Rosa irriverenti le vittime e foto riprese direttamente dopo gli omicidi) e, per quanto abbia preteso di esserne estranea, non è credibile non sapesse cosa ha inviato in 16 copie; non foss’altro perché le buste erano indirizzate a istituzioni religiose e politiche e quotidiani, che altrimenti avrebbero dovuto destare la sua attenzione.

 

È poi Beate Zschäpe stessa, con la sua condotta processuale, mancando fino alla fine di fare neppure alcun gesto di apprezzamento nei confronti dei tre legali, che ha rafforzato l’idea di una donna forte e tutt’altro che supina al volere dei due compagni defunti che ha cercato di impersonare in aula ed in buona sostanza ha ribadito oggi di essere stata.

I costi di un processo durato troppo

Il processo per i crimini dello NSU ha avuto notevoli costi, la loro entità effettiva sarà identificata solo alla fine una volta che la sentenza sia definitiva allorché un magistrato viene incaricato di tirare le somme per definirli nel dettaglio e poi addebitarli come indicato nella sentenza tra le parti o lo Stato. Si è fatta una cifra indicativa di 150.000 euro al giorno che porta ad un totale che sfiora i 65 milioni. Nel dettaglio però mentre alcune voci di spesa non sono computabili univocamente perché i cinque giudici ed il giudice a latere aggiunto sono pagati anche per altri procedimenti e così anche gli agenti di guardia; altre sono già definite, indica dal giudice Florian Gliwitzky portavoce stampa della Corte d’Appello di Monaco, e si può riscontrare che a far data fino al primo quadrimestre dell’anno corrente gli avvocati (difensori come di parte civile) hanno avanzato richieste a copertura dei loro costi per 23.087.355,43 euro. Nella somma figurerebbero anche circa 180.000 euro che i legali hanno richiesto per persone senza mezzi. Inoltre, il tribunale si è accollato solo per questo processo un costo di presso a poco 190.000 euro all’anno solare (la somma va computata proporzionalmente solo da maggio per il 2013 e solo fino alla fine del processo per l’anno in corso) per un servizio di sicurezza aggiuntivo esterno. L’amministrazione ha poi dovuto affrontare ulteriori esborsi calcolati a far data sino al primo quadrimestre dell’anno in 2.721.939,96 euro per una nuova cornice per il metal detector e più in generale dotare l’aula di apparecchiature idonee, in particolare uno strumento di proiezione, oltre che per personale di controllo, di pulizia, medico e tecnico. Col che si arriverebbe comunque ad almeno una cifra di 26 milioni di euro. Il totale è solo leggermente alleggerito dalla richiesta avanzata nell’ottobre 2017 dalla amministrazione contabile della giustizia bavarese insediata al tribunale di Bamberg all’avvocato Ralph Willms di Erschweiler, che per 232 udienze ha rappresentato gli interessi di una inesistente signora Meral Keskin come parte civile, di rimborsare 211.252,54 euro.

Alla luce di questo grosso esborso è da vedere se il giudizio varrà a ristabilire la pace sociale, giungendo ad una sentenza che permetta ai parenti delle vittime ed alle ai feriti di elaborare il dolore legato all’accaduto ed alla generalità dell’opinione pubblica di riconciliarsi con l’immagine appannata dello Stato, scalfita per non aver saputo impedire le scorrerie di un manipolo di neonazisti per tutto il territorio nazionale rimasti in incognito per 13 anni.

Sul primo aspetto a rifarsi alle parole di Yvonne Boulgarides, vedova del fabbro di origini greche Theodorus Boulgarides trucidato a Monaco di Baviera il 15 giugno 2005 con tre colpi alla testa, ci sono dei forti dubbi; la signora Boulgarides ha definito il processo come “una pulizia superficiale” affermando che “anche dopo la fine del processo sotto il tappeto resterà ancora sporco”. Ma anche sul secondo aspetto ci sono forti dubbi per l’assenza di volontà dei responsabili di fare una piena chiarezza su troppe contraddizioni. Da quella di un nucleo terroristico ridotto a solo tre persone, o come vorrebbero le difese in solo una coppia di assassini, che non si è chiarito come individuassero le vittime in giro per la Nazione. Fino alla completa messa in luce delle ragioni per la mancata piena collaborazione tra i servizi dei vari Länder e la polizia.

Dall’elenco di tutti i reati ascritti a Beate Zschäpe nell’atto di accusa sfugge un terzo attentato emerso nel processo. La Procura Generale dopo che l’imputato pentito Carsten Schultze ne aveva fatto menzione si era attivata ed aveva ricontattato la parte lesa, la quale in una testimonianza del 2013, della quale stranamente emergono indiscrezioni solo ora, avrebbe riconosciuto la moglie dell’imputato André Eminger. La donna già indagata per i suoi contatti con Beate Zschäpe mentre ella era in clandestinità nel corso del processo è apparsa alcune volte a fianco del marito. L’ultima sbaciucchiandolo in uno stucchevole sfoggio di intesa coniugale mentre gli avvocati di Beate Zschäpe presentavano le loro arringhe. (Tre accompagnatori di estrema destra, tra cui anche almeno uno pregiudicato, presenti in platea diedero in quell’occasione anche luogo a screzi con alcuni giornalisti, tanto che all’udienza successiva venne aumentata la presenza di agenti; non è dato sapere se sia per questo che oggi non sono invece saliti o perché la platea era piena). Il possibile coinvolgimento della moglie di André Eminger, tre figli, l’ultimo di 3 anni nato nel corso del processo, in un altro attentato non contestato per motivi di economia processuale, caducherebbe sia la tesi dell’accusa che lo NSU fosse composto solo da 3 persone, sia quella delle difese degli imputati che rischiano le pene detentive più lunghe, che in effetti non ci sarebbe stato alcun nucleo terroristico ma solo un duo criminale, Uwe Mundlos ed Uwe Böhnhardt, non più punibili perché suicidi.

Poi resta anche sempre coperto da ombre il ruolo dei servizi del Verfassungschutz, e non viene meno il forte sospetto che ci siano anche intenti protettivi. La Corte ha giudicato credibile che durante l’omicidio Yozgat il reclutatore dei servizi dell’Assia, Andreas Temme, fosse presente nel locale solo per caso e lo abbia lasciato senza accorgersi di nulla; nonostante una ricostruzione della scena del crimine rendesse assolutamente poco credibile che con la sua statura non avesse visto il corpo e controlli sulle sue telefonate lascino trasparire che subito dopo ebbe un colloquio con una sua fonte. Ma anche la Procura di Colonia, che aveva ammesso dopo due rifiuti di aprire un fascicolo di inchiesta sulla distruzione degli incartamenti relativi ad informatori nell’estrema destra il 14 novembre 2011, poco dopo l’emergere dell’esistenza dello NSU, da parte del funzionario dal nome in codice Lothar Lingen, ha affermato il 16 marzo 2018 che questi sarebbe perseguibile per difetto di custodia, ma ha accettato di archiviare l’indagine dietro il mero versamento ad un ente di utilità pubblica di un’ammenda di 3000 euro.

 

La sentenza tra una settimana
Il Presidente Manfred Götzl ha preannunciato che la Corte prevede di consentire la trasmissione anche in un’altra aula della lettura del dispositivo della sentenza mercoledì 11 luglio 2018. Per Beate Zschäpe l’accusa aveva chiesto la condanna a 14 anni con riconoscimento dell’applicazione di misure di sicurezza che ne prolungherebbero la detenzione, mentre i difensori Martin Grasel ed Hermann Borchert non più di 10 anni. Nei confronti di Ralf Wohlleben e André Eminger la Procura Generale ha domandato 12 anni, mentre le difesa l’assoluzione piena. Per Holger Gerlach l’accusa ha indicato una pena di 5 anni di reclusione e 3 di sospensione da cariche pubbliche e di voto, mentre la difesa nn ha fatto istanze sulla quantificazione della pena, così come anche i patrocinatori di  Carsten Schultze, per cui l’accusa ha domandato 3 anni, uno oltre alla possibilità della sospensione condizionale; nei suoi confronti tuttavia sarà applicato il codice minorile.

 

Immagine di copertina: la fila di microfoni spenti ai banchi delle difese, foto dell’autore.

© Riproduzione riservata

 

TAG: André Eminger, Beate Zschäpe, Carsten Schultze, Clendestinità Nazionalsocialista, Holger Gerlach, Manfred Götzl, NSU, Ralf Wohlleben, Susann Eminger
CAT: Germania, Giustizia

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