Germania: chieste pene detentive per duo negazionista della Shoà

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24 ottobre 2018

Mentre in Italia si sono commemorati il varo delle leggi razziali e l’anniversario del rastrellamento del ghetto di Roma, esiste ancora chi nega le persecuzioni antiebraiche. È il caso dei fratelli Alfred e Monika Schaefer accusati di istigazione delle masse per la diffusione di video violentemente antisemiti ed in negazione della realtà storica della Shoà, il cui processo in corso a Monaco di Baviera dal 3 luglio sta giungendo alle battute finali. I magistrati hanno potuto chiudere lunedì 22 ottobre la fase dibattimentale raccogliendo le arringhe dei legali.

L’accusa ha chiesto la condanna di Monika Schaefer a 13 mesi di reclusione e di Alfred Schaefer a 3 anni e 7 mesi, per entrambi senza condizionale e immediata apertura dell’ordine di arresto e la condanna alle spese di causa. Monika Schaefer in effetti è in custodia cautelare già da gennaio e, se i giudici dovessero seguire le indicazioni della procura, accettando la sentenza potrebbe aspirare a vedersi subito aperte le porte del carcere per avere già scontato due terzi della pena con buona condotta.

La procuratrice ha sottolineato che trattandosi di reati di pericolo è sufficiente l’idoneità dei video ad aizzare l’odio, ed ha indicato che seppure parte dei filmati sul canale dell’imputato siano poi stati corredati da un blocco geografico atto ad escluderne la visibilità in Germania, essi sono stati comunque sufficientemente a lungo scaricabili anche per il pubblico tedesco (ed in gran parte sono ancora visibili perché diffusi da altri compiacenti).

Ha ribadito che il dibattimento a suo giudizio ha confermato le accuse evidenziando punto per punto l’aperta propaganda antisemita e contro i migranti dei filmati prodotti da Alfred Schaefer. L’Olocausto è un avvenimento storico e negarlo inutile, nel caso dell’imputato punibile. Per tutta risposta Alfred Schaefer ha seguito le conclusioni della accusa guardando in direzione del pubblico con un ghigno derisorio, fino addirittura a sbottare in una risata diventando paonazzo in volto.

Ancorché la rappresentante della pubblica accusa abbia riconosciuto nel maggior contegno processuale tenuto dalla sorella Monika Schaefer l’evidenza di un minore attivismo, le ha contestato comunque di non avere manifestato pentimento e avere coscientemente diffuso idee negazioniste, soggiungendo che se rimessa in libertà potrebbe sottrarsi alla pena. Le accuse nei confronti della coimputata, cittadina canadese, si limitano sostanzialmente a due filmati. In uno ella chiede pubblicamente scusa alla memoria dei genitori tedeschi per averli tempestati di domande sulle camere a gas, affermando di essersi convinta che esse non ci sarebbero mai state, mettendosi poi a suonare il violino con un sorriso, prima che scorra un interminabile elenco di rimandi a siti revisionisti, presentati a cascata come i titoli di testa di “Guerre stellari”. In un secondo partecipa alla propaganda dell’organizzazione Codoh, un gruppo che nominalmente vorrebbe promuovere un dibattito aperto sull’Olocausto, ma in effetti sotteso a negarne assolutamente la realtà storica.

L’avvocato Wolfram Nahrath difensore di Monika Schaefer ha ribadito che il reato di istigazione all’odio razziale è legato alla manifestazione del pensiero, la cui libertà è un bene protetto dalla Costituzione, esso quindi dovrebbe trovare applicazione in misura estremamente restrittiva, tanto più che per oltre quarant’anni dalla fine della guerra non era stato introdotto dal legislatore. Meglio, ha ancora adombrato -in un intento di giocare coi concetti- se il legislatore poi non avesse parlato di Olocausto ma di Shoà, perché questo non è un termine legato come quello greco ad un sacrificio religioso e che richiama dunque un dogma immutabile, bensì specifico allo sterminio degli ebrei. E la Shoà è suscettibile di analisi storica, come hanno dimostrato la cancellazione dell’indicazione di una camera a gas a Dachau, o la riduzione del numero ufficiale di morti ad Auschwitz. (In effetti nel memoriale dell’ex lager è specificato in realtà che vi fu una camera a gas, ma non è mai entrata in funzione, e nella correzione del numero dei morti ad Auschwitz non si deve leggere una relativizzazione dello sterminio, ma solo che la misura dell’eccidio non si è mai potuta documentare appieno congelandola in un numero preciso di vittime). Ha poi sottolineato che l’imputata proviene dal Canada che è un Paese dove è concessa massima libertà alla libertà di opinione e non conosce una norma simile a quella tedesca. Inoltre, ne ha rimarcato la personalità legata al rispetto della natura e l’amore per la musica, richiedendone l’assoluzione ed assegnando i costi processuali a carico dello Stato.

È appena il caso di osservare che l’accusata ha sufficiente padronanza di sé così come del tedesco per sapere a cosa ha aderito, ed è stata tratta in arresto cautelare proprio a margine del processo per accuse analoghe svolto nei confronti di Sylvia Stolz. Una significativa coincidenza, trattandosi della ex legale del revisionista Ernst Zündel a Mannheim. La Stolz è stata poi condannata, ma essendo ancora a piede libero sta rendendo la cortesia presenziando a quasi ogni udienza dei fratelli Schaefer.

Il difensore di Alfred Schaefer, l’avvocato Frank Miksch, ha a sua volta cercato in effetti solo di ribadire la legittimità delle tesi dell’accusato chiedendone un’assoluzione piena, senza costi processuali, ed il rilascio dal regime di carcerazione preventiva. Il suo mandante non sarebbe interessato alla politica ma si sarebbe avvicinato alle tematiche dei poteri forti a livello mondiale per i dubbi sorti attorno al crollo delle torri gemelli di New York; egli non sarebbe un antisemita, usando sistematicamente il termine “parassita” nei confronti degli ebrei in generale od attaccando “i Rothschild”, avrebbe inteso unicamente manifestare la sua avversione contro il capitale ed il globalismo. La più parte dei filmati sarebbero poi stati girati in inglese e quindi inidonei ad aizzare all’odio in Germania. (In effetti però, come notato dalla Procura, erano sistematicamente provvisti di sottotitoli in tedesco e quindi palesemente previsti anche per un pubblico in Germania). Pure le accuse di impiego in un filmato della croce uncinata a fianco della stella di Davide, per il difensore devono essere riviste, perché con essi il suo assistito non intendeva fare apologia al nazismo ma rappresentare solo due simboli negativi. Non avrebbe neanche fatto il saluto romano nel corso di una cerimonia per i caduti a fianco di bandiere con i colori del passato regime hitleriano, ma semplicemente mosso il braccio teso di lato.

Tesi che a fronte della visione dei filmati e delle dichiarazioni dello stesso imputato in aula francamente appaiono a dir poco inefficaci.

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Per tracciare un quadro completo delle battute finali del processo si deve ancora evidenziare che giovedì 18 ottobre l’avvocato Wolfram Nahrath, al termine di un vero e proprio braccio di ferro con il Presidente Martin Hofmann, aveva ricusato tutto il collegio giudicante perché lo aveva invitato a presentare ogni ulteriore istanza probatoria esclusivamente nella giornata. Ricusazione alla quale il collega Miksch si era associato.

Alla 19ª udienza, svoltasi lunedì, prima delle comparse conclusionali l’avvocato Nahrath ha peraltro ancora potuto presentare le richieste di tre nuovi capitoli di prova. Col primo ha domandato che la Corte desse pubblica lettura di una lunga lettera che il revisionista Gerhard Ittner aveva indirizzato al tribunale e con la quale si sarebbe assunto la corresponsabilità della produzione e diffusione dei video in cui aveva partecipato per i quali è accusato Alfred Schaefer, sgravando contestualmente la sorella Monika. La difesa aveva già sollecitato di ascoltarlo e la Corte lo aveva invitato a testimoniare, ma Ittner, incarcerato a Norimberga, non si era fatto condurre in aula volontariamente, contestando la propria identità sulla convocazione. Ha infatti abbracciato le idee dei cosiddetti Reichsbürger e non si riconosce cittadino della Germania attuale. Comparso coattivamente, di fatto non rispose alle domande lamentandosi invece di come venne estradato dal Portogallo e quindi trincerandosi dietro un perdurante stress post-traumatico; inducendo il Presidente a rimandarlo in carcere per controlli sanitari ai quali però poi non si è voluto sottoporre. Anche un secondo tentativo non ebbe maggior successo e il giudice gli comminò un’ammenda di 100 euro o 3 giorni di reclusione suppletivi alla pena che già sconta. Nonostante ciò in virtù dei loro obblighi di imparzialità i magistrati hanno ammesso che la lettera entri formalmente a far parte del fascicolo di causa e sia oggetto sul quale pure baseranno il giudizio, disponendone tuttavia la lettura autonoma da parte dei soli partecipanti e non al pubblico.

Le altre due ulteriori istanze del difensore sono state invece totalmente respinte. Con una l’avvocato Nahrath ha cercato di ottenere l’ammissione di una traduzione integrale del sito internet dell’imputata per vederne esaltata la natura di persona pacifica, amante della musica e la natura. I giudici, accolto il parere negativo della procura, hanno ritenuto sufficiente quanto già acquisito dalle dichiarazioni della stessa imputata.

L’avvocato Nahrath ha infine annunciato che fosse necessaria l’esclusione del pubblico per presentare una terza istanza probatoria volta a vedere ascoltato Fred Leuchter, il perito statunitense che testimoniò nel primo processo in favore del revisionista Ernst Zündel, svoltosi in Canada, presentando un rapporto pseudo-scientifico, secondo il quale nel lager di Auschwitz non potessero essere esistite le camere a gas. Il difensore ha motivato la domanda indicando che avrebbe chiarito come il processo Zündel avesse spinto la sua mandante a rivedere i propri convincimenti sulle camere a gas, ma di non volere scatenare reazioni dal pubblico. Si può azzardare peraltro che avrebbe voluto presentare l’istanza a porte chiuse per non incorrere egli stesso nel reato di negare la Shoà in pubblico. Infatti, quando la Corte, concordando nuovamente con la procuratrice, ha escluso che ci fossero le premesse legali per procedere a porte chiuse ed il Presidente ha ammonito al contegno i presenti, l’avvocato Nahrath ha prima conferito col collega Miksch. Dopo ha chiesto solo che Leuchter fosse ammesso per video collegamento dalla Corte Suprema di Cambridge (USA). Incassato anche il rigetto di questa istanza ha rinunciato ad altri strumenti processuali.

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Gli accusati avranno ancora modo a partire da giovedì 25 ottobre di rivolgersi direttamente ai giudici prima che essi pronuncino la sentenza. Monika Schaefer ha indicato che prenderà un’ora circa per il proprio appello finale ma ha ottenuto che sia ascoltato prima il fratello il quale invece non ha voluto darsi alcun limite a priori.

I giudici hanno già fatto capire nel corso del processo di ritenere che almeno metà dei capi di accusa siano fondati e se l’imputato supererà i limiti è prevedibile che non farà che peggiorare la sua posizione. Egli oltre a tutto anche se formalmente ancora incensurato, ha già subito una condanna in maggio, seppure non ancora passata in giudicato, per avere relativizzato la dittatura nazista parlando dal podio nel febbraio 2017  durante una manifestazione  organizzata a Dresda dal revisionista Gerhard Ittner.

 

Immagine di copertina: Museo dell’Olocausto Washington, Pixabay, https://pixabay.com/it/washington-dc-museo-dell-olocausto-2090543/

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TAG: Alfred Schaefer, Monika Schaefer, § 130 Codice penale tedesco
CAT: Germania, Giustizia

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