La propria opinione non è tutelata quando è impiegata come megafono

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7 luglio 2018

Nel processo contro i fratelli Schaefer per istigazione all’odio razziale ed uso di simboli legati al nazionalsocialismo in corso a Monaco di Baviera la quarta udienza tenutasi il 5 luglio 2018 è iniziata di nuovo con severità. Il Presidente Martin Hofmann ha subito disposto l’arresto di una persona del pubblico, un simpatizzante degli imputati così acceso che il giorno precedente aveva aggredito verbalmente all’uscita dall’aula la procuratrice incaricata (una sostituta in stato di gravidanza) dicendole di vergognarsi ed augurandole di vedere una prigione dall’interno; come dallo stesso spavaldamente ripetuto al giudice che gliene chiedeva ragione. Questa volta la sanzione è stata di 4 giorni (il doppio rispetto alla pena, già inflitta alla prima udienza, scontata dalla revisionista Sylvia Stolz). Il facinoroso fan degli accusati colto dalla severità del giudice ha osato domandare cosa ne sarebbe stato della sua auto parcheggiata fuori. Il magistrato indispettito gli ha replicato che non gliene importava nulla ed alla sua insistenza ha perso le staffe urlandogli che non lo voleva più vedere. L’uomo basito ha appena fatto a tempo a dare la chiave della vettura ad altri nel pubblico prima di essere preso in custodia dagli agenti.

Dopo una pausa alla ripresa dell’udienza l’avvocato Frank Miksch legale di Alfred Schaefer ha preso l’occasione per ricusare nuovamente (è la seconda volta in 4 giorni di processo) il Presidente della terza camera penale accusandolo di essere prevenuto. La procuratrice ha indicato che la richiesta dovrà essere respinta perché al magistrato spetta la disciplina dell’ordine per quanto successo nei pressi dell’aula e la sua reazione ad una provocazione non indica alcun pregiudizio verso l’imputato. Dell’istanza saranno chiamati a decidere in ogni caso altri giudici.

Nel frattempo, la Corte ha proseguito la disamina delle prove. Essa era già iniziata alla terza udienza nella quale i magistrati avevano preso visione di un fermo immagine nel primo filmato di cui all’atto di accusa “9/11 Gatekeepers and Controlled Opposition”. In esso appare alla destra, dietro al capo dell’imputato che si rivolge direttamene allo spettatore, una bandiera nazista affiancata all’altro lato da una israeliana. In effetti nell’audio si indica che così come non tutti gli ebrei sono sionisti neppure tutti i tedeschi sono nazisti; la comparsa delle due bandiere affiancate è dunque idonea a suggerire che il sionismo sia un tutt’uno col nazismo stigmatizzando entrambi. L’imputato è formalmente perseguito in questo caso solo per avere impiegato la svastica: a ragione ha indicato che è un simbolo in uso a culture asiatiche prima che dal nazionalsocialismo; ma nella iconografia mostrata su sfondo bianco e rosso, ed anche alla luce della storia europea, nel video appare innegabilmente è inequivocabilmente associabile solo al nazionalsocialismo. Alfred Schaefer ha quindi cercato di sostenere che la svastica appare sbarrata e questo escluderebbe l’illecito. La Corte, dopo avere inizialmente deciso di non accedere alla richiesta dell’imputato di proiettare per intero il filmato, ha perciò disposto di prenderne integralmente visione il 5 luglio 2018. Se anche potevano sorgere dubbi che la divulgazione di una sconclusionata teoria che accusa i “sionisti” ed il Governo Bush di avere fatto esplodere le torri gemelle del World Trade Center di New York accusando i sauditi per invadere l’Irak ed introdurre la guerra al terrore possa non essere direttamente sussumibile come propaganda nazista, l’invito gli ebrei ad andare dai loro vicini prima che siano loro a chiedere spiegazioni ha spinto il presidente a chiedere all’imputato se non fosse una minaccia. Per Alfred Schaefer era solo un avvertimento ricordando un vecchio amico di liceo perché se no l’ebreo come “uno scudo è il primo a prendere il colpo”. L’avvocato Nahrath, che pure non lo difende direttamente patrocinando la sorella, ha cercato di smussare l’impressione negativa che ha lasciato sottolineando che nel filmato Alfred Schaefer dice che “gli ebrei non hanno colpa” ed avrebbe spiegato il suo intento. La Procuratrice ha avuto modo invece di osservare che “la propria opinione non è tutelata quando è impiegata come megafono”.

La successiva proiezione di un secondo filmato “End of Lies” nella sua versione tedesca conferma peraltro definitivamente tale giudizio, tanto i suoi contenuti sono stati crudamente antisemiti. Nel filmato si dava pieno credito ai Protocolli dei Savi di Sion (noto falso della Russia zarista), definendo ripetutamente gli ebrei “parassiti” tesi ad avere il controllo mondiale per soppiantare la razza bianca (sic). Al filmato ha collaborato l’indagato Henry Hafenmayer che, comparendo come fosse in un’intervista a distanza, dietro la scenografia di una gigantografia della rampa di ingresso del campo di annientamento nazista di Auschwitz-Birkenau, sentenziava tra l’altro che “l’Olocausto è un’enorme bugia” propalata dagli ebrei, ed illustrava una sua campagna con l’invio dei contenuti del citato falso storico dei “Protocolli” a diversi funzionari per sobillarli “a liberare il nostro popolo”, terminando col dire che tutti coloro che hanno “costruito la BRD … dopo non voglio dire dove si siederanno”. Alfred Schaefer ah insistito perché si vedessero anche gli ultimi fotogrammi: il video si concludeva con un lunghissimo elenco inserito in sovraimpressione scorrevole dopo i titoli di coda di siti internet di propaganda negazionista e vicina ai Reichsbürger (che usano il riferimento alla BRD come una costruzione fittizia imposta da potenze occupanti, in luogo del Reich tedesco) eliminando ogni ambiguità.

Henry Hafenmayer, comparso in aula con una maglietta verde con quello che appariva essere il simbolo esoterico nazista del sole nero, ha seguito soddisfatto la proiezione nelle fila del pubblico di supporters degli imputati a fianco della già citata Sylvia Stolz. Il giudice Martin Hofmann gli aveva comunicato prima che la sua testimonianza sarebbe stata rimandata ammonendolo che in quanto indagato avrebbe però avuto diritto di rifiutare di rispondere. Hafenmayer, com’era prevedibile, ha dichiarato che si sarebbe avvalso di tale facoltà e la Corte perciò non lo riconvocherà.

I giudici hanno anche rimandato l’interrogatorio di Alfred Schaefer sul secondo filmato procrastinando le proiezioni degli altri a quando gli interpreti forniranno una trascrizione in tedesco dell’audio dei filmati in inglese e russo ulteriormente oggetto di causa.

Si è comunque guadagnato tempo raccogliendo la testimonianza di un commissario di polizia 31nne che ha curato le riprese di un discorso di Alfred Schaefer il 25 novembre 2017 durante una manifestazione a Bretzenheim (Renania Palatinato) alla presenza da 50 a 100 persone, ha riferito il teste, in cui l’imputato fece il saluto nazista in un’atmosfera surriscaldata, già alimentata anche dal relatore anteriore Gerhard Ittner parimenti indagato in connessione ai filmati di Alfred Schaefer. Quest’ultimo ha contestato di avere agitato l’atmosfera e di avere invece letto un manoscritto e parlato della detenzione nei tempi di guerra di suo padre. Il suo difensore l’avvocato Miksch, contestando che i partecipanti alla manifestazione potessero essere di meno o nel computo magari fossero dei gruppi di oppositori, ha quindi chiesto che il video della dimostrazione sia inserito tra gli elementi di prova. I magistrati hanno convenuto che cercheranno di recuperarlo, ma attualmente non è agli atti.

Osservando poi che Alfred Schaefer ha ottenuto gli arresti domiciliari dietro cauzione di 5.000 euro, con obbligo di firma alla polizia di Tutzing (Monaco) e ritiro del passaporto, l’avvocato Wolfram Nahrath ha chiesto che anche la sorella Monika che è in carcere preventivo da più di 6 mesi possa accedere alla stessa misura, versando una cauzione di 3.000 euro e vivendo presso la cognata; asserendo a sostegno della richiesta che non c’è pericolo di fuga e che il prolungamento della custodia cautelare sarebbe sproporzionato. La Procuratrice si è opposta osservando che Monika Schaefer a differenza del fratello non ha un centro di vita in Germania. Il 5 luglio il Tribunale ha respinto la richiesta motivando tra l’altro il rifiuto con la considerazione che Monika Schaefer ha ammesso di avere aiutato il fratello nella realizzazione dei filmati. Indice indiretto che i magistrati possano prevedere già alla luce dei primi capitoli di prova di applicarle una pena detentiva superiore.

All’apertura dell’udienza del 4 luglio infatti entrambi gli imputati avevano fatto dichiarazioni sul loro personale divenire in seno alla famiglia, studi e lavoro. È così emerso che ambedue hanno avuto un’infanzia serena crescendo in un’atmosfera familiare tradizionalista. I genitori, un medico ed una casalinga, davano priorità che i figli cresciuti in Canada, (Alfred nacque durante un soggiorno in Germania), imparassero il tedesco. Tutti e due hanno interrotto il lavoro per viaggiare per diversi anni e pur affermando che la loro mobilità è stata possibile perché fatta in giovane età, accontentandosi di poco, e con spirito di iniziativa, ne emergono condizioni familiari benestanti. Il padre Otto, che morì a 90 anni, era autoritario ma forte lavoratore ed ottenne un riconoscimento dalla Repubblica canadese. Nelle memorie degli accusati il genitore avrebbe avuto a cuore la sorte degli ebrei tanto da rischiare la maturità; ma c’è da osservare che una condotta simile difficilmente non avrebbe avuto conseguenze sotto il regime hitleriano. Per Alfred il padre poi, come anticipato, fu detenuto in un lager dove si entrava sani ma dal quale poi i morti venivano trasportati via in camion e dal quale riuscì ad uscire perché qualcuno vide che sapeva lavorare, ma l’imputato da bambino non ne volle sapere di più; così come ne ha riferito in aula non si è capito perciò neppure realmente di quale lager parlasse.

Alfred Schaefer ha poi dichiarato di avere salvato un uomo caduto in un lago ghiacciato e riuscito a tirarsi fuori da sé, ma che era rimasto spossato sulla superfice, spronandolo a male parole a muoversi per non cadere vittima dell’ipotermia. Lo ha riferito per rivendicare la correttezza delle sue convinzioni che si debba essere “politicamente scorretti”. Peraltro, le idee che ha diffuso nel filmato proiettato in tribunale (e sempre reperibile su YouTube) non sono mere scorrettezze, sono vere e proprie incitazioni all’odio razziale. Ad un osservatore è francamente difficile cogliere da dove sorga tanto astio in un uomo che ha comunque alle spalle una gioventù avventurosa con voli in deltaplano, traversate oceaniche in barca a vela e complessivamente 7 anni di viaggi che dovrebbero avergli invece aperto gli orizzonti. Per non dire ancora di una carriera alla IBM, con cui ha lavorato in Canada, Germania e Stati Uniti, prima di andare in pensione, grazie ai programmi dell’azienda, già a 51 anni, potendosi ancora lanciare in un’altra avventura imprenditoriale creando una joint venture per commercializzare una copertura antipioggia per le biciclette. Un uomo cui -per sua sessa narrazione- è chiaro il valore della vita per averla rischiata a 3 volte, dovrebbe poter cogliere la tragicità delle sue incitazioni quando sprona gli ebrei a spiegarsi ai loro vicini prima che siano loro a chiedergliene ragione.

Monika Schaefer per parte sua oltre a rispondere a braccio ha anche attinto da una cartella che si era preparata ricostruendo la sua vita da ranger nel parco nazionale canadese di Jasper, di come ha avuto una figlia da un uomo con il quale visse solo due anni dopo essere già stata divorziata, gli anni spesi ad insegnare il violino, uno strumento appreso perché in famiglia tutti dovevano impararne uno. Poi su imbeccata del suo legale ha anche dipinto i natali colmi di pathos con i genitori con l’albero con le candele vere e non elettriche, ed ancora la ritualità dell’ascolto delle lettere che arrivavano dai nonni materni che la madre leggeva e che sempre includevano una letterina individuale anche per ciascuno dei cinque nipoti, che poi si prodigavano a rispondere. L’imputata ha quindi insistito perché fosse messa agli atti la conclusione della sua nota, che ha detto preparata nella cella del tribunale, dedicata alla lotta instancabile condotta in comune col fratello per l’affiorare della verità. Quella che lei intende la verità nondimeno è oggetto del rinvio a giudizio. Anche se il fratello Alfred, osservando come gli sia stata resa solo limitatamente la attrezzatura che gli fu sequestrata ma senza che nei suoi pc fossero stati cancellati i dati, vuole interpretarlo come un segno che essi non debbano essere poi così pericolosi da giustificare il deferimento ai giudici.

Entrambi gli imputati hanno dichiarato che penderanno posizione sulle accuse, ma per ora non è ancora avvenuto se non parzialmente da parte di Alfred Schaefer. Tutti e due hanno affermato poi, che vogliono parlare civilmente per capire quali sono stati i loro errori e non commetterli più; ma partendo dalle premesse secondo le quali la loro è una battaglia per la verità, per risvegliare le popolazioni attanagliate da una matrice di pensiero ora imposta “dal parassita ebreo”, ora “dalle potenze occupanti”, ora da “masse di invasori che violentano le nostre donne”, preparando così “l’annientamento della razza bianca”, c’è francamente da chiedersi se possano mai averne una sincera intenzione o financo la capacità. Il processo riprenderà il 12 luglio.

Intanto ad Hof ha preso l’avvio questo venerdì anche il processo ad un’emula dei fratelli Schaefer, Marianne Wilfert, per minacce e ingiurie, con una richiesta di indennizzo di 3600 euro del parlamentare regionale Klaus Adelt (SPD). La signora Wilfert è nota per essersi scagliata contro i contingenti di rifugiati ebrei fuoriusciti dalla ex Unione Sovietica affermando che “essi sanno bene che un Olocausto non è mai avvenuto e che le montagne di cadaveri nudi, in pelle ed ossa erano morti tedeschi per colpa ebraica”; ella è convinta che gli ebrei in Germania “prendano in segreto nelle loro mani tutti i servizi di utilità sociale” e che i media di massa, tutti, il va sans-dire, “in mano agli ebrei”, non si occupino dei veri crimini come le “scie chimiche” e le “manipolazioni genetiche”. È rinviata a giudizio per essersi scontrata con il secondo sindaco di Schauenstein Walter Köppel (SPD) durante un’assemblea cittadina nel 2016 vertente su un centro per rifugiati. Per la signora Wilfert “sono stati perpetrati numerosi gravi crimini contro il popolo tedesco, come le menzogne ebraiche sui morti col gas o … milioni di razza straniera dal terzo mondo mussulmano ammessi dal Governo della BRD”; il sindaco provocando una decisone condivisa all’unanimità dai consiglieri, le aveva tolto la parola ed ella aveva reagito ad ingiurie.

Ambedue i procedimenti penali di cui qui sopra peraltro non hanno avuto l’attenzione dei grossi media, tutti concentrati verso la pronuncia del verdetto per i crimini di Clandestinità Nazionalsocialista prevista mercoledì 11 luglio che dovrà statuire se Beate Zschäpe è stata, come dice l’accusa, il terzo membro del gruppo terroristico, o se invece, come ella ha sostenuto, è condannabile solo per l’incendio dell’ultimo appartamento dove ha vissuto in incognito con i compagni di fuga Uwe Mundlos ed Uwe Böhnahrdt, senza essere loro complice di assassinii, attentati e rapine. Per la lettura del dispositivo della sentenza la Corte d’Appello di Monaco si appresta ad essere presa d’assalto dalla stampa internazionale; anche l’agenzia americana Associated Press che non ha pressoché mai prestato alcuna attenzione al processo ha preannunciato, dopo oltre 5 anni, l’invio per la prima volta di un membro del proprio staff da Berlino apposta per riferirne la chiusura.

 

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Addenda del 9 luglio 2018
Un blog tedesco vicino agli imputati, indica che l’accusato Alfred Schaefer dopo le udienze del processo nei suoi confronti di cui si è riferito sopra, venerdì 6 luglio sarebbe stato ricondotto in carcere in seguito ad una nuova denuncia. Essendo il nuovo arresto avvenuto fuori dall’udienza solo persone correlate all’imputato, oltre alle autorità che hanno disposto ed eseguito il fermo, ne erano tuttavia a conoscenza. La Procura della Repubblica di Monaco I responsabile per l’accusa di istigazione all’odio razziale per cui è causa, ha confermato lunedì 9 luglio 2018 che Alfred Schaefer è stato nuovamente arrestato, specificando che si tratta però di un procedimento penale separato gestito dalla Procura della Repubblica di Monaco II e che il nuovo fermo è stato disposto per il rischio di occultamento delle prove. La Procura interessata, nella serata odierna, pur confermando l’arresto ed il motivo, specifica tuttavia anche che non si tratterebbe di imputazioni nuove, bensì di un procedimento già in corso.

 

Immagine di copertina: La facciata della corte d’appello e del tribunale per le cause penali di Monaco di Baviera, foto dell’autore.

 

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TAG: Alfred Schaefer, Henry Hafenmayer, Marianne Wilfert, Monika Schaefer, negazionismo, Reichsbürger
CAT: Germania, Giustizia

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