Senza che sia fatta piena luce, democrazia resta solo una parola

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10 luglio 2018

Gamze Kubaşik, martedì 10 luglio 2018 ha poche parole chiare: <5 anni di processo sono stati una delusione; ho aspettato per anni di avere delle risposte invano>. Proprio lei aveva offerto a Beate Zschäpe -accusata di essere l’unica superstite del gruppo terroristico Clandestinità Nazionalsocialista (NSU)- che si sarebbe impegnata per farle avere sconti di pena se ella avesse fatto luce su come e perché venne ammazzato suo padre a Dortmund il 4 aprile 2006; ma l’imputata nelle sue ultime parole pronunciate alla 437ma udienza del processo che l’ha vista protagonista con altri 4 imputati a Monaco di Baviera, ha disilluso le sue aspettative, dicendo di non sapere come Uwe Mundlos ed Uwe Böhnhardt scegliessero le loro vittime e che se lo avesse saputo lo avrebbe detto.

Domani 11 luglio 2018 i giudici della Corte d’Appello della capitale bavarese, del sesto senato competente per i crimini contro lo Stato,  pronunceranno la sentenza nel nome del Popolo tedesco. A due conferenze stampa della vigilia con familiari delle vittime, dei danneggiati dalla bomba esplosa nella Keupstraβe di Colonia nel 2004 e di rappresentanti di quattro organizzazioni impegnate da anni nel seguire il processo e le 13 commissioni di inchiesta parlamentare federali e statali, hanno già prima ancora espresso forti riserve che essa possa pronunciare giustizia. Danno più o meno tutti per scontato che i giudici confermeranno le accuse e condanneranno gli imputati; ma è lo stesso teorema accusatorio della Procura Generale che lo NSU fosse solo un trio e non come nella stessa video rivendicazione spedita in 16 copie da Beate Zschäpe a redazioni, enti religiosi e statali “una rete di camerati” che si scontra l’incredulità dei familiari delle vittime ed i loro rappresentanti legali.

Coralmente hanno chiesto che vengano indagati e perseguiti tutti i coadiutori; che tutti gli atti dei servizi di sicurezza nazionale del Verfassungsschutz siano quantomeno messi a disposizione delle parti, se non resi pubblici; che il Ministero degli Interni federale e quelli dei Länder esprimano una chiara moratoria contro la loro ulteriore possibile distruzione all’indomani della sentenza. Chiaro il timore che si estenda quanto già illecitamente avvenne subito dopo la scoperta dello NSU nel novembre 2011.

Ayşe Güleç del gruppo “6 aprile” che si batte perché sia fatta piena chiarezza sull’omicidio di Halit Yozgat a Kassel il 6 aprile 2006 ha anche riportato all’attenzione del pubblico alcune domande che non hanno trovato risposta nel processo sulla presenza dell’ex reclutatore dei servizi del Verfassungsschutz che si occupava delle fonti di estrema destra Andreas Temme sul luogo del delitto. Con una busta pesante in mano che non si è chiarito cosa contenesse, lasciò in fretta il luogo dell’assassinio senza testimoniare per poi dire, lui alto 1 metro e 94, di non avere visto la vittima riversa sul pavimento, ma per contro fare poco dopo una lunga telefonata con l’informatore di estrema destra Benjamin Gartner. I quattro gruppi di attivisti hanno presentato una serie di iniziative con cui accompagneranno la lettura del verdetto fuori dalla Corte d’Appello ed una manifestazione serale che si concluderà fuori dalla sede del Ministero degli Interni bavarese. In Baviera d’altronde si sono registrati 5 omicidi dello NSU ed anche un attentato emerso solo in corso di causa.

Più voci hanno elevato critiche alla mancata piena luce fin qui fatta su quanti abbiano effettivamente aiutato gli assassini e sono probabilmente ancora liberi, nonostante le promesse fatte nel 2012 dalla Cancelliera Angela Merkel. L’avvocato Sebastian Scharmer che rappresenta la famiglia Kubaşik si è detto convinto che una condanna dei soli 5 imputati sia una soluzione comoda per lo Stato, e ha lamentato, all’unisono con i colleghi Alexander Hoffmann e Seda Basay-Yildiz, che se le indagini ancora formalmente in corso, ma di cui peraltro non si conosce alcun dettaglio, sono fatte solo per “correo di un gruppo terroristico” e non per “omicidio” i fascicoli aperti contro altri 9 sospetti, così come quello contro altri coadiutori ancora sconosciuti, potrebbero ben presto essere chiusi per sopravvenuta prescrizione e lo Stato mettere un coperchio sopra la vicenda. Quantomeno se la società civile non la terrà aperta. I legali si sono impegnati a dibatterla nelle ulteriori prevedibili istanze processuali. Abdulkerim Şimşek che aveva sì e no 13 anni quando gli ammazzarono il padre, il grossista floricoltore Enver Şimşek, ucciso a Norimberga il 9 settembre 2000, ha detto ai giornalisti <mi chiedo ancora oggi spesso quanto dolore dovette sopportare … perché gli assassini hanno ucciso mio padre; non voglio credere sia stato per caso> ed  in merito al fatto che il processo non abbia fatto piena luce su tutti i possibili responsabili ha soggiunto <Sono deluso … mi pare che sia stato tutto per nulla! Tutto per nulla!>.

É riecheggiata anche l’accusa di razzismo istituzionale da parte della autorità inquirenti che per anni sottoposero le vittime a sorveglianza e sospetti anziché indagare nella corretta direzione. Gamze Kubaşik ha detto apertamente <gli inquirenti hanno tolto l’onore a mio padre, l’hanno ucciso la seconda volta>.

A rincarare la dose evidenziando pure un razzismo di fondo serpeggiante in strati più ampi della società tedesca, l’avvocatessa Seda Basay-Yildiz ha commentato che se anche in questi anni ella ha ricevuto lettere anonime di insulti da esponenti di estrema destra, quello che più l’ha fatta infuriare sono stati gli interventi pubblici di coloro che le hanno rinfacciato che se non le piace stare in Germania deve tornare al suo Paese o guardare a cosa fa Erdoğan. Ma lei è nata in Germania, questo è il suo Paese.

Il processo penale segue le sue regole e deve chiarire le responsabilità e le colpe esclusivamente degli imputati a giudizio. Alla luce di un grosso esborso ed una durata estremamente lunga, pare tuttavia già fin da ora che il verdetto di domani anche se pronuncerà delle condanne non potrà permettere ai parenti delle vittime ed ai feriti di elaborare il dolore legato all’accaduto e ad una parte dell’opinione pubblica di riconciliarsi con l’immagine appannata dello Stato, scalfita per non aver saputo impedire le scorrerie di un manipolo di neonazisti per tutto il territorio nazionale rimasti in incognito per 13 anni. I figli non possono tirare una riga se non verrà fatta piena chiarezza anche su quanto il Verfassungsschutz effettivamente sapesse e su quanti siano i responsabili a tutti i livelli ancora liberi ed essi non verranno perseguiti.

In Italia peraltro non sembra neppure che di questo processo che  è stato il più lungo del dopoguerra della Germania unita, si sia quasi parlato. Pure dovrebbe interessare anche il nostro Paese già solo perché secondo un’informativa dell’AISI presente agli atti, nel 2008 neonazisti sudtirolesi avevano discusso con gli omologhi tedeschi la possibilità di effettuare azioni esemplari pure in Italia, contro cittadini non europei, conducendo un esame dettagliato di mappe per individuare esercizi commerciali, quali chioschi di Kebab diventati luogo di incontro per residenti extracomunitari. La stampa nazionale non ha invece prestato attenzione neppure alla circostanza che il ferito più grave nell’attentato del 9 giugno 2004 nella Keupstraβe di Colonia, una via piena di negozi per lo più di cittadini turco-tedeschi, dove è esplosa una bomba di 5,5 chili di polvere nera con centinaia di chiodi da falegname lanciati a forte velocità nella arco di centinaia di metri, sia stato un cittadino italo-tedesco, Sandro D’Alauro. Quattro chiodi penetrati nelle ossa, 11 operazioni; la FAZ gli ha fatto un’intervista di una pagina, in Italia lo si è ignorato.

 

Immagine di copertina: Abdulkerim Şimşek e Gamze Kubaşik © foto dell’autore

 

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TAG: Abdulkerim Şimşek, Andreas Temme, Clandestinità nazionalsocialista (NSU), Enver Şimşek, Gamze Kubaşik, Halit Yozgat, Keupstraβe 9 giugno 2004 Colonia, Mehmet Kubaşık, Sandro D’Alauro
CAT: Germania, Giustizia

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